Sul treno da Granada a Cordova ora. Il panorama dell’Andalusia orientale è meno desertico, più montuoso (siamo ai piedi della Sierra Nevada), e la solita immensa coltre di uliveti lascia ogni tanto un fazzoletto di terra a coltivazioni diverse. Qui accanto al treno scorre il percorso ancora in costruzione di quella che sarà la linea a alta velocità da Granada a Antequera, che poi si collegherà alla tratta già funzionante da Siviglia a Madrid. Le colline intorno inoltre sono disseminate di costruzioni abbandonate (fabbriche, vecchie case coloniche…) che mi fanno maledire la decisione di non affittare una macchina ma di spostarmi in treno.
Ora mi tocca riassumere i miei tre giorni di Granada in un post. Compito ingrato.
Se alla reception dell’albergo di Siviglia c’erano Ave Ninchi e Bice Valori completamente a digiuno di inglese, qui ho trovato una specie di fatina poliglotta che, tra le altre lingue, parla inglese, tedesco e italiano. L’imbarazzo della scelta, insomma (poi ci siamo accordati sul tedesco, che le ricorda la sua infanzia, dice, e infatti quando lo parliamo le brillano gli occhi).
Mi è parso comunque che a Granada, rispetto a Siviglia, ci sia una diffusione lievemente maggiore dell’inglese. Ovviamente non tra la gente che dovrebbe conoscerlo (neanche alla biglietteria e nella libreria dell’Alhambra parlano inglese), ma tra i moltissimi studenti universitari che vi abitano.
Dopo la sorprendente bellezza di Siviglia, Granada ha avuto su di me un impatto un po’ deludente, stemperato poi col passare delle ore, esplorandola e scoprendola.
Cinque volte più piccola di Siviglia ma con un’atmosfera un po’ più metropolitana, decisamente più borghese ma in molte zone anche più trasandata. La Gran Via de Colón e il Calle Reyes Católicos sono disseminati di sfarzosi palazzi liberty, alberghi lussuosi, bei negozi e pasticcerie chic, ma la città vecchia a ovest della cattedrale raggiunge livelli di incuria che insidiano il primato di Napoli del centro storico più zozzo e vandalizzato d’Europa.
La popolazione di Granada è visibilmente composta da un grande numero di studenti universitari, molti dei quali stranieri, la qual cosa ha anche qui ricadute positive sulla movida serale, sull’atmosfera godereccia, e soprattutto sui prezzi (ieri sera, nel locale gay più frequentato, ho pagato un gin tonic solo tre euro, avendo inoltre conferma della famosa mano facile dei baristi spagnoli: era praticamente una bomba molto gin e poco tonic). Mi sono soffermato a pensare che Granada, tutto sommato, è una cittadina di poche centinaia di migliaia di abitanti e ha una vita serale, scena gay compresa, che in Italia è privilegio esclusivo delle grandi metropoli. Ma neanche.
Sono stato a vedere l’Alhambra, ovviamente. Un posto incantevole senza dubbio, ma anche frustrante per la folla che lo prende d’assalto. Nonostante il rigido controllo del numero di accessi (i biglietti sono scaglionati e limitati, e bisogna prenotarli), l’intero sito è un formicaio di visitatori, ed è praticamente impossibile fare una foto decente senza riprendere anche il tedesco con sandalo e calzino, l’italiano con l’occhiale da sole griffato o la giapponese col cappellino parasole. I Palacios Nazaríes avrebbero tutt’altro effetto se fosse possibile visitarli senza il chiacchiericcio di sottofondo e l’interminabile sfarfallio dei flash (nonostante il divieto), e potendo girare per i patii moreschi ascoltando solo il rumore dell’acqua delle fontane. Ma pazienza, è già tanto essere lì e poter ammirare da vicino lo splendore dell’architettura araba classica.
Non c’è molto altro da vedere a Granada. Il Monasterio de la Cartuja è una robaccia iperbarocca che non vale assolutamente il tempo necessario per arrivarci né i tre euro per entrarci, per non parlare della cattedrale che è tanto bella fuori quanto deludente dentro. Tra i monumenti meno conosciuti ho scoperto il bellissimo Hospital de San Juan de Dios, lungo l’omonimo calle in centro: un edificio del ‘500 con due bellissimi chiostri affrescati, e il bello è che ancora funziona da ospedale.
Merita sicuramente una visita la Abadia del Sacromonte, un po’ fuori mano (a nord, dietro la collina dell’Alhambra) e snobbata dalla massa dei turisti, anche perché davvero poco conosciuta (la Rough Guide, che pure è prodiga di dettagli, non ne fa il minimo riferimento). Il percorso per arrivarci a piedi attraversa il vecchio e bellissimo quartiere gitano del Sacromonte, e la collina  sui cui si trova l’abbazia gode di una vista molto bella sull’Alhambra, sul centro di Granada e sulle vette della Sierra Nevada. L’abbazia è visitabile solo con una guida, solo a orari indicati e solo se il numero di visitatori è maggiore di quattro, ma la guida (una gentilissima ragazza, anche lei incapace di proferire verbo in inglese) fa uno strappo alla regola per me e l’unico altro visitatore, un ragazzo portoghese. La chiesa dell’abbazia è l’ennesima collezione di paccottiglia barocca combinata con il meglio dell’iconografia splatter cattolica (gente sanguinante, trafitta, sofferente, fustigata e agonizzante), mentre la sagrestia ospita un piccolo museo con delle opere bellissime, tra cui un anonimo italiano della scuola di Caravaggio e alcuni reperti moreschi delle famiglie arabe che si convertirono al cristianesimo dopo la reconquista.
Un must da fare a Granada è una passeggiata (o meglio, un’arrampicata) nel tardo pomeriggio per i vicoli dell’Albaicín, il vecchio quartiere moresco. Io ho lasciato perdere immediatamente la parte bassa del quartiere, piena di teteria marocchine che vogliono sfruttare turisticamente la fama dei monumenti arabeggianti di Granada. Invece ho trovato doveroso visitare la parte alta, decisamente più popolare, soffermarsi sul belvedere di San Nicolás e godersi la vista al crepuscolo sull’Alhambra con la Sierra Nevada di sfondo.
Da mangiare assolutamente a Granada: il pestiño, una frittella dolce al vino bianco “muy tipico de aqui”, come mi dice la signora di una panetteria dell’Albaicín.
In definitiva, a dispetto dell’impressione iniziale, Granada mi è piaciuta moltissimo, soprattutto per il fatto che, nonostante la fiumana di turisti per la presenza di un mostro sacro dei monumenti iberici quale è l’Alhambra, non si è svenduta al turismo e ha fatto di tutto per non rinunciare alla sua spontaneità. Spero che la cosa duri nel tempo.
Un’ultima considerazione: le Rough Guide mi hanno disintegrato i coglioni con i loro allarmismi sulla criminalità e sul pericolo di essere scippati, derubati, pestati, truffati. Per dire, ricordo che la Rough Guide di Berlino dava per improbabile l’ipotesi di uscire dal quartiere di Marzahn con le ossa ancora intere. A leggere questa dell’Andalusia, non ci si potrebbe accostare ai quartieri granadini dell’Albaicín o del Sacromonte se non provvisti di una massiccia dose di prudenza. Balle. Se Siviglia e Granada sono città pericolose, a Napoli allora sono in corso prove tecniche di apocalisse.

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