“Siccome sono in Andalusia, l’esperienza della corrida deve far parte del viaggio, costi quel che costi in termini di coscienza.”
Questo, più o meno, è stato il ragionamento che ho fatto il primo giorno, quando mi sono ritrovato più volte per caso davanti alla Plaza de toros di Siviglia, la seconda più famosa e importante di tutta la Spagna dopo quella di Madrid. Alla fine, bando agli animalismi, ho comprato il biglietto pensando “quando mi ricapita?”.
Credevo che la corrida fosse più che altro roba per turisti, invece la maggior parte del pubblico era composto da spagnoli che commentavano dettagliatamente ogni momento della “faccenda” (come devo chiamarla? gara? spettacolo?) allo stesso modo e con lo stesso tono con cui degli italiani commenterebbero una partita di calcio. Infatti mi sono dovuto rendere conto, a biglietto già pagato, che la corrida non è uno spettacolo per stranieri. Non per chi non è abituato. Anzi, vado subito al sodo: è uno spettacolo vergognoso, e se si ha la sfortuna di provare un minimo di empatia per il toro, si lascia l’arena con la sensazione di aver avuto un cazzotto sul cuore. Io me ne sono andato prima della fine.
Dunque, la faccenda funziona così: per primi entrano due tipi a cavallo (non ho ben capito che funzione hanno), fanno un giretto, poi entrano i tre matador acclamati dal pubblico. Ognuno di loro ammazzerà due tori (leggo su un opuscolo preso in biglietteria che sono tutti e tre giovanissimi, tra i diciannove e i ventuno anni). Poi si procede con quattro fasi distinte per ognuno dei sei tori.
Prima fase: il toro viene liberato nell’arena e viene subito “stuzzicato” da tre o quattro banderillero, che hanno il compito di farlo inferocire provocandolo con dei drappi rosa. Il drappo (non so come si chiama veramente) ha il compito di richiamare l’attenzione del toro per non fargli caricare direttamente il banderillero, che appunto lo usa per indirizzare la furia della povera bestia. Quando il toro viene provocato da due banderillero contemporaneamente, si avverte in pieno il suo disorientamento, la sua difficoltà a comprendere la situazione. Lo si vede guardare prima un banderillero, poi l’altro. Si nota che sta cominciando ad agitarsi, gli si vede il grosso torace gonfiarsi nervosamente per il respiro rabbioso. Insomma, chi non è spagnolo comincia a comprendere seriamente la crudeltà di tutto lo spettacolo.
Seconda fase: fanno il loro ingresso i due picador a cavallo. I cavalli sono protetti da una specie di armatura imbottita, perché vengono letteralmente caricati sul fianco dal toro. Non deve essere affatto una bella esperienza per loro, e infatti leggo sulla guida che è consuetudine asportare loro le corde vocali. Mentre il toro carica il cavallo, il picador gli conficca una lancia acuminata nella nuca. Gli spettatori applaudono e si eccitano quando spinge la lancia e la agita mentre è ancora conficcata nella pelle del toro. Il toro, ovviamente, comincia a sanguinare, e già da lontano si vede il riflesso carmineo della sua pelle intrisa di sangue.
Terza fase: i banderillero affrontano il toro senza drappi, e quando vengono caricati gli conficcano nella nuca due banderilla, quegli spiedi colorati che si vedono pendere dalla pelle del toro nelle consuete fotografie di ogni corrida. Da questo momento il toro affronterà il resto della corrida con questi spiedi conficcati nella nuca. Il suo respiro diventa ancora più affannoso. Comincia a caricare con più rabbia. In questa fase, uno dei tori che ho visto ammazzare oggi si è diretto disperato verso il portone da cui era stato liberato nell’arena, e il pubblico ha fischiato sonoramente di fronte a questa “debolezza”.
Quarta e ultima fase, la cosiddetta suerte del matar: entra il matador accompagnato dalla musica dell’orchestra (la chiamano orchestra ma è il corrispettivo di una nostra banda paesana), si avvicina al bordo dell’arena, saluta non so chi su una specie di palco imperiale e comincia subito a rompere i coglioni al toro, che di suo già non ci vede più dalla rabbia per il fatto di grondare sangue e di avere qualcosa come sei o otto banderilla conficcate nella nuca. A questo punto il desidero di vedere il matador incornato a dovere fino all’esalazione dell’ultimo respiro comincia a farsi strada nell’animo di chi è provvisto del minimo sindacale di coscienza. Il matador “gioca” con il toro per dieci minuti disgustosamente lunghi finché, alla fine della fiera, prende una spada sottile e affilata e la conficca per tutta la lunghezza tra le scapole del toro. La spada dovrebbe raggiungere il cuore e uccidere il toro sul colpo, ma in realtà quasi nessun matador riesce a farlo, e per questo solitamente il toro muore agonizzando tra muggiti di disperazione che riecheggiano in maniera straziante per l’arena, mentre il publico applaude, grida e si eccita (io invece ho avvertito il desiderio di infilare un ferro da calza rovente tra le scapole del matador). A toro ancora agonizzante, entrano tre cavalli ai quali viene attaccato per le corna. I cavalli lo trascinano per un breve giro di “trionfo” nell’arena e poi lo portano via di corsa al suono di una marcetta allegra eseguita dalla suddetta orchestra.
Tutto questo viene ripetuto per ben sei volte in ogni corrida. Io non ce l’ho fatta per tutte e sei le volte. L’ultimo toro che ho visto è morto vomitando enormi fiotti di sangue sulla terra battuta dell’arena mentre ancora muggiva disperato. E il pubblico – bambini compresi – applaudiva e sgranocchiava noccioline.
Ecco, nel primo post ero tentato di definire gli andalusi come “napoletani civilizzati”. Mi è bastato assistere alla corrida per riequilibrare un po’ certi giudizi e capire chi è davvero più civile in un paragone in cui una delle parti rinuncia a fare un passo avanti nella propria evoluzione culturale pur di non far soccombere una tradizione così volgare e disumana.
Da piccolo credevo che nella corrida ci si limitasse solo a “giocare” col toro senza ucciderlo, colpa anche dell’alone di romanticismo con cui viene raccontata questa tradizione. È che uno si rifiuta di credere che si possa arrivare a tanto. Quando poi lessi che il toro veniva accoppato riuscivo a stento a crederci, e il bello è che ovunque è scritto o raccontato solamente che il toro alla fine soccombe, ma i dettagli no, quelli te li risparmiano, e la tortura straziante senza via di scampo a cui viene sottoposto l’animale rimane taciuta finché uno non la vede coi suoi occhi.
Ci sono delle associazioni animaliste spagnole che si battono contro la corrida, ma mi pare che lo facciano in maniera piuttosto blanda, stando a quanto ho letto, e non sono per niente ascoltate.
Dice: cosa credi, che gli animali ammazzati al macello non soffrano e muoiano tra muggiti di disperazione?
Certo che lo credo, perché ci sono norme sul modo di accoppare gli animali destinati al macello. Che poi queste norme vengano disattese è un altro discorso, ma almeno è istituzionalmente fatto salvo il diritto dell’animale alla sofferenza minima, visto che non gli si garantisce quello alla vita. La corrida mi è sembrata tortura gratuita, istituzionalizzata, invocata e derisa.
Dulcis in fundo, in albergo ho acceso la tv per vedere qualche notiziario spagnolo e sono incappato in una fiction sulla vita di non so quale matador.
Io, sinceramente, non cadrò nella trappola dell’indulgenza solo perché si tratta di una tradizione molto radicata e amata. Mi ha fatto schifo e ha causato una momentanea battuta di arresto nella crescita dell’opinione positiva che sto avendo del popolo spagnolo negli ultimi anni.

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