In questo momento sono sul treno regionale per Granada, e da adesso procedo in solitaria. Che il caso me la mandi buona. È un’ora che il treno è uscito da Siviglia e non vedo altro che ulivi, ulivi e ulivi. Uliveti a perdita d’occhio su terreno rosso. Un panorama molto diverso da quello che sono abituato a vedere in giro per l’Europa, Sud Italia compreso, dove pure non mancano gli uliveti. Questo è spettacolare. Un deserto disseminato di ulivi. Seguiranno foto.
Ora, tra l’altro, capisco perché negli ultimi anni l’olio di oliva spagnolo ha quasi completamente soppiantato quello italiano nei supermercati tedeschi: la produzione deve essere enorme, per questo il prezzo al consumatore è un quarto di quello che arriva dall’Italia. L’olio di oliva italiano in Germania ormai si trova solo nei supermercati chic di Karstadt e Kaufhof, e costa un’occhio della testa.

Bando alle ciance oleose, me ne vado da Siviglia col magone. È una città semplicemente fantastica, se escludiamo quella cosa orrenda che domina sulla Plaza de España, che viene tanto bene in foto ma da vicino è di una bruttezza senza pari.

Appena arrivato ho avuto immediatamente la sensazione che mi sarei innamorato di questa città, e così è stato.
Già nei dintorni della stazione centrale (Santa Justa, che è tutt’altro che centrale), e poi nei quartieri popolari della Macarena e di Triana, ho capito che lo stile di vita qui ha molto in comune con Napoli e il resto del Sud. Queste zone non turistiche di Siviglia mi hanno ricordato parecchio la Napoli di quando ero piccolo, nei primi anni ’80, con la stessa trasandatezza di negozi come coloniali, zarellare, mercerie, piccole salumerie e quei bar spogli con il bancone di acciaio ammaccato. A fare da contrasto a questa somiglianza con una Napoli di trent’anni fa però c’è il fatto che Siviglia gode di servizi, infrastrutture e modernità varie a cui Napoli non è ancora arrivata e chi sa se ci arriverà mai: mezzi pubblici e un servizio di tram ipermoderni, connessione wi-fi gratuita in molti locali, una cura del turismo maniacale. L’arte di arrangiarsi che Napoli pretende dai suoi turisti qui non è affatto necessaria, perché Siviglia comprende pienamente il valore del denaro che il turista porta con sé. Napoli purtroppo no.

E appunto, il Barrio de Santa Cruz è la bomboniera tirata a lucido per i turisti, ma è molto vissuto e animato dai sivigliani stessi, e gli innumerevoli bar di tapas, cerveceria e ristoranti mi sono sembrati ben lontani dagli esempi di “trappola per turisti”, di quelli che l’Italia sa proporre benissimo. In uno dei bar più affollati, in tre di noi abbiamo mangiato e bevuto roba buona a sazietà per poco più di trenta euro in tutto.
Santa Cruz è un labirinto di vicoletti in cui è doveroso rinunciare al proprio senso dell’orientamento, aggirarsi a casaccio e ficcare il naso nei portoncini aperti, dove è possibile sgamare bellissimi cortiletti moreschi piastrellati di maioliche.
Il quartiere ospita anche i tre monumenti principali della città: la cattedrale, la Giralda e l’Alcázar. Non sto a menarla con la descrizione di questi tre monumenti. C’è Wikipedia per questo. Mi basta scrivere che l’Alcázar è semplicemente meraviglioso ma preso d’assalto dai turisti, quindi non è possibile goderne al cento per cento la bellezza. E che la cattedrale è un’edificio emozionante per chi ama l’architettura gotica (è la chiesa gotica più grande del mondo, la cattedrale di Colonia le fa un baffo). Nella sala del tesoro della cattedrale è custodito, oltre a un bellissimo dipinto di Goya (Santa Giusta e Santa Rufina), un reperto emblematico: la chiave della città che i mori consegnarono quando dovettero cederla agli spagnoli. Su quella chiave è inciso in caratteri arabi “possa Allah rendere eterno il dominio dell’Islam su questa città”. Inoltre la chiesa contiene anche il sarcofago in cui si presume ci siano i resti di Cristoforo Colombo.

La movida serale di Siviglia è qualcosa da cui le altre città europee dovrebbero prendere esempio, soprattutto quelle italiane, dove ultimamente imperversano divieti assurdi che stanno rendendo i centri storici nient’altro che delle enormi cliniche geriatriche votate alla quiete. Quello che ho capito dei sivigliani è che si godono la vita, tutte le sere della settimana (anche nei giorni feriali a Siviglia c’è una movida serale che non ricordo nemmeno a Berlino di sabato sera). Bar e piazze affollate, casino, divertimento, risate che riecheggiano per i vicoli sette sere su sette, giovani ovunque, ma anche meno giovani (ho notato spesso tavolate chiassose di sciure sivigliane). A Siviglia ci si diverte da morire, senza dubbio (e ora non fatemi ricordare che il posto in cui devo tornare alla fine di tutto l’ambaradàn è Francoforte, perché altrimenti prendo il primo treno per tornare a Siviglia, mi aggrappo alla Giralda e ci vorranno i pompieri per tirarmi via).

Il clima, che lo dico a fare, è torrido. Si è a fine settembre ma durante il pomeriggio si boccheggia a trenta gradi, quindi mi immagino quale tortura debba essere la calandrella di luglio e agosto da queste parti. Non li biasimo affatto per la loro siesta, durante la quale (dalle due alle cinque e mezza del pomeriggio) i supermercati, i bar e quasi tutti i negozi chiudono. Non li biasimo neanche per il disinvolto margine di approssimazione con cui osservano questi orari di apertura e chiusura: si tratta di vita senza ansia e senza stress.
E ancora sul caldo: sotto gli ombrelloni dei tavolini dei bar, dei cosi non meglio identificati nebulizzano acqua fresca sulle teste degli avventori (immagino le donne piastrate debbano rinunciare alla loro cerveza pomeridiana).

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