La città è di una bellezza commovente, molto più bella di quanto mi fossi immaginato. E pensare che io sono solito idealizzare parecchio i posti che mi accingo a visitare per poi rimanere deluso.
La Rough Guide, dopo averne deprecato la criminalità locale (ma le Rough Guide ci vanno giù sempre con eccessiva durezza quando descrivono i difetti di un posto, quindi non fanno testo), la definisce come “l’archetipo della promessa andalusa”, ed è cosi: un trionfo di architettura gotica e moresca, con poche concessioni al rinascimentale e al barocco, immerso nel verde e in una luce spettacolare.
Non posso ridurre in poche righe le sensazioni che mi sta lasciando questa città. La cattedrale, la Giralda e l’Alcazar meritano un post a parte che scriverò quando avro tempo. La Plaza de España invece è una pacchianata che avrei risparmiato volentieri a una città bella come Siviglia.
Se escludiamo Napoli, che è  un caso a parte, credo che per ora Siviglia sia la città meno europea che ho visitato in Europa.

La lingua non è un problema. Nessuno parla inglese. Davvero nessuno, nemmeno nei posti chiave e tra la gente con cui si deve avere a che fare (camerieri, cassieri, bigliettai, receptionist ecc.), e quando dico che nessuno parla inglese, intendo che nessuno è in grado di comprendere neanche le espressioni più elementari. Le due receptionist e il barista dell’albergo in cui alloggio (i quali poi sono rispettivamente i sosia di Ave Ninchi, Bice Valori e Gino Bramieri) neanche spiccicano una parola di inglese. Ma la reciproca intelligibilità di italiano e spagnolo aiuta parecchio. Anzi, molti sivigliani, appreso che sono italiano, si sorprendono e ribattono con qualcosa di simile a “che cavolo mi chiedi a fare se parlo inglese, se con me puoi parlare italiano?”, e quindi si procede a parlare ognuno nella sua lingua, e ci si capisce alla grande. Inoltre lo spagnolo è così semplice che basta davvero pochissima pratica per allargare il proprio patrimonio lessicale e cominciare a lasciarsi andare con un proprio portafoglio personale di frasi. Dio, che darei per imparare bene questa lingua. Appena torno a Francoforte vedo un po’ i corsi del Cervantes e ci penso su.

Il discorso sul cibo è complesso. Teoricamente la cucina locale non è niente di particolare. Questi tanto decantati churros sono una roba troppo indigesta per essere spacciata a colazione, mentre i dolci sivigliani risentono della passata dominazione araba e sono mielosi, appiccicosi e caratterizzati da un indice glicemico da far impallidire un diabetico solo a vederli (però ho sgamato tra tra i dolci il piñonate, una roba molto, ma davvero molto simile agli struffoli napoletani, la qual cosa potrebbe inserirsi alla grande in un dibattito sulle influenze culturali spagnole a Napoli durante il Regno Borbonico). C’è però una forte cultura del cibo esattamente come da noi in Italia e al contrario della Germania. Anche se scadente dal punto di vista creativo, il cibo è comunque di ottima qualità, e poi è venerato, curato, regolato da rituali, e forse è questo il bello della gastronomia andalusa. A Siviglia non vedrete mai nessuno mangiare per strada disordinatamente (mentre in Germania la gente cammina per strada mangiando a qualsiasi ora roba tipo spaghetti asiatici con le bacchette), ma la sera è un must la convivialità attorno alle tapas, che alla fin fine non sono davvero nulla di speciale, ma diventano qualcosa di imprescindibile per il rito che vi si è generato attorno. Un bicchiere di fino e una tapa, poi un bicchiere di tinto de verano e una tapa diversa, e così via. Nel locale giusto, con la folla giusta (perché se non c’è ressa non c’è sfizio, e diminuiscono le opportunità mettersi improvvisamente a parlare con sconosciuti), è un modo piacevolissimo di passare una serata. Oltre che un modo economicissimo di cenare (Paolo, ieri sera ci siamo saziati con 10 euro a testa proprio nella Bodega Santa Cruz).

La gente è adorabile. Gli andalusi di Siviglia hanno molto in comune coi napoletani, dal modo di esprimersi alla gestualità, alle espressioni del volto, alla socialità, alla tendenza a fare casino quando si è in più di due. Vorrei tanto poterli definire come dei napoletani civilizzati, se non fosse per la barbara tradizione della corrida (ci sono stato, ne parlerò al più presto in un post a parte). Ma hanno sicuramente più senso civico, se a parità di condizioni geografiche (più o meno stesso numero di abitanti, con posizione periferica e lontana dal resto d’europa), climatiche, sociali (stesso drammatico tasso di disoccupazione) e turistiche, Napoli è l’inferno che è e Siviglia si presenta come una città moderna, dinamica, efficiente e con delle infrastrutture che non hanno nulla da invidiare a una qualsiasi città tedesca. Come turista qui mi sento bene accolto, curato e rispettato, non solo dalla gente ma anche dagli enti pubblici (informazioni ovunque, non devo faticare per organizzare qualsiasi spostamento o visita).

I costi sono nella media. Da turista, Siviglia mi costa quanto mi costerebbe una qualsiasi città  tedesca, ma molto meno di una città italiana. Del resto io volevo fare una vacanza in un posto caldo, e ho dovuto preferire l’Andalusia alla Sicilia, meta prioritaria, proprio per una questione di costi.

Oggi è l’ultimo giorno qui a Siviglia e già mi viene il magone. Domani parto per Granada, sperando che questa città sia in grado di sostenere le mie aspettative che Siviglia ha innalzato parecchio su tutta la regione.

I post andalusi: 1,2, 3, 4, 5.
I post madrileni: 1, 2, 3, 4-5, 6.

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