Mi sono detto: ora mi metto un po’ sul famoso social network gay e vedo di combinare un date, ché non fa mai male allargare le frequentazioni frocie in quel di Francoforte, città particolarmente frustrante dal punto di vista sociale.

E date fu, col giapponese.

Ora io sono quotidianamente circondato da giapponesi, e ultimamente sto avendo un vero stillicidio di cultura giapponese, da Hello Kitty alle opere di Kawabata passando per l’okonomiyaki e il butoh, ma il frocio giapponese no, non lo avevo mai conosciuto e, a parte una lettura svogliata di un paio di shonen ai decenni or sono, devo ammettere che sulla vita gay giapponese brancolavo nel buio.

Quindi vado, sicuro di una cosa. Quando tutto manca, quando la conversazione arranca, quando non ci sono gi argomenti, quando non si sa di cosa cazzo parlare se non delle condizioni atmosferiche, noi italiani abbiamo coi giapponesi una marcetta in più: gli anime. Siamo cresciuti a colpi di Lamú, Doraemon, Stilli, Bia, Lallabel, Yattaman, Mazinga, Jeeg eccetera, e quegli italiani cresciuti lontano dalla televisione hanno di questa roba comunque un’infarinatura per sentito dire, una minima conoscenza che i tedeschi si sognano. Perciò i giapponesi rimangono sempre a bocca aperta quando tu occidentale sai snocciolargli per filo e per segno la trama della strega Ransie, di Lady Oscar o di Lulù l’angelo dei fiori (mi si scusi la scelta, ma io non è che guardassi granché volentieri quelli più virili come Holly e Benji o l’Uomo Tigre).

Dunque. Lui magro come un chiodo. A parte questo dettaglio sulla costituzione fisica, non saprei come altro descriverlo. Descrivere certi giapponesi è come cercare di descrivere una mela cotogna volendone mettere in risalto le differenze con le altre mele cotogne dello stesso albero. Un giapponese è giapponese, punto, e questo qui non è che si differenzi se non nel fatto di dichiarare di non voler tornare a vivere in Giappone mai più, salvo poi applicarne la cultura dei salamelecchi cerimoniosi anche con me che, tutto sommato, credo di averlo stimolato alla scioltezza (passiamo la serata in una specie di lounge bar frocio che qui a Francoforte va per la maggiore, e lui approfitta per fumarsi una sigaretta quando vado in bagno, per poi spegnerla frettolosamente, dopo appena un paio di tiri, appena torno. E io: fuma, porca miseria, fuma, ti ho detto che non mi dà fastidio. Ma lui niente).

Veniamo al sodo.

Parla un inglese impeccabile, dal punto di vista grammaticale e fonetico, ma in sei anni di residenza in Germania non ha imparato neanche una parola di tedesco. Perfino un semplice drink deve ordinarlo in inglese. Non mi meraviglio: il tedesco ha per i giapponesi un suono orrendo, e loro non si sentono affatto stimolati ad apprenderlo, lo fanno solo se è una necessità fondamentale. Infatti lui al momento sta studiando l’italiano, una lingua che non gli serve a un cazzo, né per lavoro né per qualsiasi altra esigenza, ma semplicemente gli piace.

Non vuole tornare a vivere in Giappone mai più. Al limite ci torna a visitare la famiglia, che è di Tokyo. Dice che si è troppo abituato alla vita lavorativa occidentale, e che non può più regredire alla cultura del lavoro giapponese, dove il lavoro è tutto e viene prima di ogni altra cosa. Gli sembra un sogno poter avere più di dieci giorni di ferie all’anno, soprattutto gli sembra un sogno non essere costretto a tenersi quotidianamente in contatto con l’ufficio durante le ferie. Gli sembra incredibile poter uscire dall’ufficio prima del suo capo e vedere la luce del giorno. Insomma, ha detto quello che un po’ ho sempre pensato dei tedeschi: i giapponesi campano per lavorare. Credo che in un contesto lavorativo giapponese come da lui descritto io ci metterei al massimo cinque giorni a farmi venire un esaurimento nervoso con colpo apoplettico, siccome il mio lavoro, benché lo ami, non vale un centesimo del mio tempo libero e di quello che ne faccio.

Il domandone: com’è la vita gay di Tokyo?

Premette che il Giappone è un paese molto conservatore (e infatti hanno la pena di morte, e la usano), e il fatto che sia tecnologicamente così avanzato è una sbuffata di fumo negli occhi degli occidentali che lo percepiscono come un paese moderno anche laddove non lo è affatto.
L’omosessualità è qualcosa di cui non si parla, perfino a Tokyo, che nel nostro immaginario è una delle metropoli più moderne e culturalmente effervescenti. I locali gay sono più che altro ritrovi per marchettari e per i loro clienti, o al massimo sono locali esclusivissimi per l’alta borghesia frocia. L’omosessualità nella middle class è vissuta di nascosto, sono rarissime le coppie gay che scelgono di convivere, quindi è improbabile che in Giappone si apra nei prossimi anni un dibattito sul riconoscimento delle coppie gay. I suoi stessi genitori – dice – sono all’oscuro della sua omosessualità.

Ovviamente non esprimo giudizi sulla condizione omosessuale di Tokyo. Qui entrano in gioco fattori culturali che poco hanno a che fare con l’omofobia. Così come per tutti gli altri aspetti della sua cultura che a me sono parsi estremamente esotici.

E infatti, proprio in questo momento, mi scrive A.:
Sono persone che difficilmente si aprono ai gaijin, non tanto per disprezzo o indifferenza, ma proprio perché la loro cultura è così diversa e spesso difficilmente comprensibile da chi giapponese non è. Il suo comportamento quanto al fumare in tua presenza (immagino che tu gli abbia detto che non fumi, o cmq lo avrà intuito) è un tipico esempio di soto/uchi, il procedimento di base di tutti gli atti sociali giapponesi che porta il singolo e i suoi bisogni ad annientarsi di fronte ai bisogni altrui. Come tu scrivi, può sembrare straordinariamente corretto, e forse ipergentile in maniera inutile o stravagante, ma quando ti hanno programmato socialmente in quel modo a partire dai 6 anni, diventa parecchio difficile imparare a sbarazzarsene e a mettere in primo luoghi i tuoi bisogni, anche a danno degli altri se necessario, come è tipico delle culture occidentali e in particolare di quella anglo-americana e forse anche quella tedesca.