Franceschini l’ho visto dal vivo il 29 maggio nella libreria Colonnese a Napoli. Curiosavo in compagnia della Miss tra i classici napoletani, quando lui è entrato a visitare quella piccola e storica libreria, preceduto da telecamere e macchine fotografiche e seguito da un codazzo di gente che, a occhio e croce, credo di poter definire il suo staff.
È entrato, ha scambiato due chiacchiere veloci col proprietario, ha firmato il libro degli ospiti e, senza essersi nemmeno guardato intorno (avrebbe dovuto, in quella libreria si trovano libri interessantissimi), ha girato i tacchi e se n’è andato.
Io ho fatto in tempo a fargli due foto (che purtroppo sono rimaste sul computer di mio padre a Napoli) e a pensare: “Domani c’è il Pride, vuoi vedere che ci degna?” Ma è stato un attimo, poi sono tornato coi piedi per terra.
Infatti il giorno dopo leggo su Il Napoli che, poco prima della visita da Colonnese, un militante di Arcigay si sarebbe unito al codazzo di Franceschini in piazza Dante e gli avrebbe chiesto più volte, ad alta voce, di prendere parte non già al Gay Pride (sarebbe chiedere davvero troppo, anche se in altri paesi europei è doverosa e immancabile la presenza di leader della sinistra al Pride), ma semplicemente a una manifestazione “contro l’omofobia” e “a sostegno del Gay Pride” che si sarebbe tenuta quel giorno in serata presso un circolo dello stesso PD del quartiere Avvocata, lì vicino. Per tutta risposta, Franceschini avrebbe fatto finta di non sentire e si sarebbe trincerato dietro un tenace mutismo.
Insomma, una posizione personale esemplare della posizione dell’intero partito.
Ho già detto molte volte che, perché un partito italiano abbia il mio voto, considero prioritaria una presa di posizione inequivocabile sui diritti GLBT, e che sia una presa di posizione ufficiale, condivisa e difesa da vertici del partito, e non solo dall’inascoltata seppur volenterosa base.
Suppongo quindi che un Partito Democratico guidato da Franceschini non avrà mai il mio voto.

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