“Wenn du Zeit hast” è la frase tedesca che fa attrito col mio bisogno di comunicare nella maniera più chiara possibile.

Lasciamo stare l’assenza del gerundio e la difficoltà di rendere la continuità di un’azione, sia nel presente che nel passato, ché l’ho risolta sposando la lingua colloquiale e sostantivando tutti gli infiniti possibili: visto che in tedesco non si può dire “stavo dormendo”, si taglia corto e si dice “stavo al dormire”, che mi dicono essere non proprio Hochdeutsch ma, insomma, gode di uno sdoganamento simile al consueto “a me mi” italiano.

E lasciamo stare anche la rigida costruzioni delle frasi, che finché si basano sulla santissima trinità di soggetto predicato e complemento filano via lisce, ma quando entrano in ballo periodi ipotetici e participi passivi uno riesce addirittura a sentire lo sforzo dei propri neuroni che si contorcono e aggrovigliano, perché bisogna solo essere nati qui per non sentirsi frustrati dalla necessità di parlare in linea di massima così: “se io il telefono spento avessi, sarei io dalla tua telefonata non disturbato stato”.

“Pronto, disturbo?”
“Sì, ero al dormire.”
“Tu avresti il telefono spegnere dovuto, così tu non saresti dalla mia telefonata disturbato stato.”
“Tu stronzo.”

Lasciamo stare tutto questo. È quel “wenn du Zeit hast” che mi crea problemi, perché sono abituatissimo a beneficiare della notevole differenza tra “quando hai tempo” e “se hai tempo”, mentre in tedesco quel wenn mi impedisce di precisare la collocazione temporale della disponibilità che richiedo.

Credo di essere in quella fase intermedia in cui si ha una più che discreta confidenza con il lessico ma si continua a pensare nella propria lingua e a parlare per traduzioni simultanee da pensiero in italiano a linguaggio in tedesco.

Se il mio capo accondiscendesse a usare l’inglese per la comunicazione scritta, come si fa ovunque in questa azienda, sarebbe già un bel passo avanti nella risoluzione di tali problemi esistenziali.

In tutto questo,  stamattina la mia insegnante di tedesco si rammaricava dell’opinione comune sulla poca bellezza fonetica della lingua tedesca, e io lì a consolarla – mentendo spudoratamente – dicendo che a me piace molto, soprattutto parlato dai bambini (cosa poi neanche tanto falsa, ma i bambini addolcirebbero qualsiasi obbrobbrio di lingua). Uno non è che può dire facilmente a un nativo che, al di là dell’interesse linguistico, dell’entusiasmo, del bisogno e della buona volontà nel cimentarsi con l’apprendimento del tedesco, la percezione acustica che ne si ha può essere definita come “latrato”.

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