Il mio collega preferito è nato a Brema ed è cresciuto a Colonia, ragion per cui, come tutti i tedeschi di Colonia, è dotato di un’indole sociale un po’ più rilassata di quella del resto dei suoi connazionali. Gli altri colleghi, francofortesi di origine e formazione, nun se magnano n’emozione, come direbbe qualcuno di mia conoscenza.

Il collega preferito è laureato in lingue e letterature straniere, ma purtroppo è un po’ ignorantello su questioni geografiche italiche. Di tanto in tanto lo sottopongo a dei test che danno risultati avvilenti: la Costiera Amalfitana si troverebbe dalle parti di Venezia e gli scavi di Pompei starebbero in Sicilia, tanto per citare i più clamorosi. Non è mai stato a Napoli ma ne ha un’immagine estremamente negativa, dovuta ai ben noti fatti di cronaca; inoltre se la immagina come una città molto brutta e senza alcuna attrattiva turistica, tuttavia l’ho convinto a visitarla con me alla prima occasione.

Il collega preferito, contrariamente ai suoi connazionali maschi, non sa fare un cazzo in casa, e quando si è trasferito nel nuovo appartamento ha dovuto chiamarmi d’urgenza per farmi trapanare qua e là, appendere lampadari e pensili, installare la lavatrice. Si è fidato del fatto che a casa mia niente pende storto. Due giorni fa mi ha chiesto di andare a casa sua a giudicare i mobili che ha comprato per il soggiorno. “Sei italiano” ha detto, “hai buon gusto”, e subito mi sono scorse davanti agli occhi le immagini di tutti i bassi napoletani intravisti nelle mie passeggiate per il Centro storico e la Sanità, arredati in uno stile così barocco che Versailles al confronto è una casamatta spartana. E comunque sono andato a vedere: un orrore senza fine. Ma come dire a qualcuno “questi mobili fanno cacare, e queste maniglie di plastica grigia che vogliono sembrare di acciaio satinato ormai sono considerate cheap anche nelle favelas di Caracas, manda tutto indietro”? Ho cercato di indorare la pillola, tuttavia non sono riuscito a celare il disappunto più di tanto, e lui ha mandato tutto indietro. Io intanto sto annusando la possibilità di intraprendere qui in Germania una brillante carriera di arredatore d’interni, o come diamine si dice, vista la facilità con cui ho influenzato le scelte del collega preferito.

La fidanzata del mio collega preferito è giapponese e la settimana prossima atterrerà in Germania per stabilirvisi (presumibilmente) per sempre, senza conoscere una sola parola di tedesco né di inglese. Magari rimarrà delusa dall’essere accolta in una casa dal soggiorno non ancora arredato, ma io farò a meno di arrogarmi il merito di averle evitato una sorte ben peggiore, e non le dirò che per grazia del cielo e soprattutto mia ha la possibilità di sceglierseli lei stessa, i mobili del soggiorno, così che il suo buon gusto minimalista giapponese la sottragga a certi eccessi del cattivo gusto crucco.
Mi fa tanta tenerezza questa ragazza che per amore si trasferisce da un continente all’altro affrontando enormi problemi linguistici. Mi fa così tanta tenerezza che mi sono sentito in dovere, negli ultimi tempi, di mostrarmi interessato ai preparativi del trasferimento, e a come si sentirà, e se ha ansia, se è preoccupata, e quanto è felice, soprattutto se sa che il più vicino ristorante che prepara takoyaki è a due ore di treno da Francoforte (ma poco male: se decideranno di sposarsi regalerò loro la padella per fare i takoyaki, e se sembra un regalo un po’ micragnoso basti pensare che le sole spese di spedizione dal Giappone mi costerebbero quanto una porcellana Rosenthal della linea disegnata da Karl Lagerfeld). Tutto questo interesse però si è trasformato in una clamorosa autozappata sui coglioni, dacché il collega preferito mi ha chiesto di organizzare una cena italiana come benvenuto per la giap, che come tutti i giap identifica l’Europa con un’immagine essenzialmente italiana. Pensavo a un menu semplice semplice e minimalista minimalista, un po’ per onorare il minimalismo giapponese e un po’ perché non sono Gualtiero Marchesi e non è che mi metto lì a preparare pietanze d’avanguardia gastronomica. Affetto un po’ di salame napoletano con l’aperitivo e poi cucino un bel piatto di pasta e cucozza. In cambio sto pensando di chiederle di portarmi dal Giappone l’agognato copricesso di Hello Kitty, ponendo così la parola fine su una leggenda che tra me e una certa casertana naturalizzata friulana va avanti da ere geologiche.

Il collega preferito mi ha invitato al cinema con dei biglietti omaggio che lui ha ottenuto attraverso Brigitte, una rivista femminile. Non c’è molto da chiedersi sui motivi per i quali il mio collega preferito legge Brigitte, siccome Brigitte dispensa biglietti gratuiti per il cinema: lui sarà anche di Colonia ma è pur sempre tedesco, e la parola “gratuito” per tedeschi ha lo stesso effetto motivante ed energizzante che agli altri esseri umani sarebbe dato da un’importante dose di anfetamina. Siamo andati a vedere il pluripremiato Slumdog millionaire di Danny Boyle, che a lui è piaciuto tanto ma che a me è sembrato oscillare tra il carino e il bruttino: carino per la fotografia e per il ritmo sostenuto, bruttino per la trama un po’ inconsistente. Durante la scena dell’assalto, ho teso bene i timpani per sentire cosa ci fosse nella versione tedesca al posto dell’incriminata frase “Sono musulmani, scappiamo!” che ha sollevato un vespaio in Italia: nella versione tedesca non viene detto proprio niente. E comunque di Danny Boyle ho preferito altra roba.

(No, questo post non va a parare da nessuna parte. Volevo solo mettere per iscritto due considerazioni sul mio collega preferito.)

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