priestfeast

Testament.
Minchia che vacca che è diventato Chuck Billy, si è così appesantito che uno pensa con preoccupazione al dispendio di energie necessario per farlo muovere con mille cautele sul palco e teme che gli possa venire un collasso cardiaco proprio mentre sta per attaccare Souls of Black.
Povero Chuck Billy. Quando il sottocritto qui era un giovane metallaro in erba adottò Chuck Billy come padre spirituale e venerava fedelmente qualsiasi pezzo dell’intera discografia dei Testament. Vederlo invecchiato e imbolsito non è stato bello.
La sua voce c’è sempre, e più possente che mai. I pezzi del nuovo album The Formation of Damnation, da cui i Testament ieri sera hanno attinto a piene mani, funzionano benissimo dal vivo. Il pubblico più gasato che mai. Eppure non sono riusciti a mascherare la stanchezza di tutti questi anni passati. Da tanto tempo volevo vedere i Testament dal vivo, ma credo che sarebbe stato meglio tenermi il desiderio irrealizzato.

I miei pezzi preferiti dei Testament, Sins of Omission e Chasing Fear, non sono stati suonati.

Voto: 6 meno meno (sono sempre i Testament, che diamine).

Megadeth.
Minchia che rock star del cazzo che è Dave Mustaine, che compare per primo, senza il resto del gruppo, illuminato come lo spirito santo sceso sulla faccia della terra mentre schitarra un’assolo che introduce… Wake up Dead!!… e via proponendo grandi classici e sorvolando sugli ultimi penosi dischi. Addirittura Tornado of Souls! Si sente tanto la mancanza di Marty Friedman, ma il Mustaine ce la mette tutta per ribadire urbi et orbi che i Megadeth sono Dave Mustaine e nessun altro, mandando ogni tanto a sparire nel buio il resto del gruppo per rimanere solo sul palco. E’ odioso, lui, nel mostrarsi come un divo e nell’interagire col pubblico, al quale dedica solo due parole, giusto per dire che è meglio badare al sodo, suonare il più possibile senza fronzoli, perché il tempo non è molto e devono lasciare il palco ai mighty Judas Priest, ed è impossibile non percepire il senso derisorio di quel mighty. Niente da fare, è una rock star del cazzo. Lo adoro.
Il concerto scorre via rapidamente regalando tutto il meglio della discografia dei Megadeth mentre sotto il palco si scatena il pogo.
Sono venuto fin qui per i Testament e quasi piango di commozione di fronte al bellissimo concerto dei Megadeth. Lo considero un più che adeguato risarcimento per quel miserrimo concerto del tour di Youthanasia che vidi a Roma nel 1994.

I miei pezzi preferiti dei Megadeth, Peace Sells, Holy Wars e Symphony of Destruction, sono stati suonati tutti e tre.

Voto: 8 più.

Judas Priest.
Minchia che cariatidi. Io manco li volevo vedere, anzi pensavo di andarmene prima che cominciassero loro e proseguire il sabato sera in chiave frocia (il richiamo della Szene…), visto che io i Judas Priest non li ho mai cacati neanche di striscio, pur apprezzando le pietre miliari della loro discografia. E’ che saranno anche i mostri sacri dell’Heavy Metal, ma tra me e loro non ha mai sibilato la freccia di cupido, punto.
Rimango comunque, visto che il biglietto mi è costato una cifra che ai miei tempi sarebbe bastata per una tre giorni completa al Gods Of Metal, compreso l’albergo a mezza pensione, e quindi lo sfrutto fino alla fine.
Attaccano con un noiosissimo pezzo del nuovo album che non ho ascoltato, ma i primi attimi del concerto sono già una clamorosa dichiarazione di intenti: ora vi facciamo vedere noi cos’è il vero Heavy Metal. Spettacolo, pedane semovibili, scenografie curatissime, borchie e lustrini a palate, costumi da fare invidia ai Kiss e al mago Otelma messi insieme. E’ l’Heavy Metal di una volta, baby, stiamo semplicemente attraversando uno stargate che ci porterà dritto ai primi anni ’80. Tutto è impeccabile, non una stecca, non un errore, non un passo falso. Il suono è MOSTRUOSAMENTE perfetto, anzi credo che dal punto di vista tecnico sia il migliore concerto a cui ho assistito in tutta la mia vita. Loro sono ormai vecchi come mia nonna e hanno movenze da ospizio (infatti hanno risparmiato al pubblico la loro storica entrata sul palco in motocicletta, che sarebbe stata ridicola), ma la potenza è rimasta intatta: Rob Halford urla il falsetto di Painkiller nel microfono esattamente come faceva da ragazzino, mentre le dita di K. K. Downing e Glenn Tipton sulle chitarre si muovono come a dire che c’è ancora tempo per l’artrosi deformante.
Sono gli dei. Lo hanno dimostrato senza lasciare spazio a dubbio alcuno, e ora tutti col capo chino, me compreso che ho passato la mia adolescenza metallara a snobbarli.

Voto: 10 politico.

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