Volevo aspettare di leggere il testo di Povia prima di scriverne, ma, a quanto pare, è ormai chiaro di cosa e in quali termini tratterà la canzone.
Al di là del fatto che già due partecipazioni poco distanziate al Festival di Sanremo significano l’ingresso nel club di quegli artisti sfigati la cui notorietà non sopravviverebbe al festival stesso, non essendo la loro arte in grado di imporsi se non sostenendosi su tutto l’ambaradàn tutt’altro che artistico del festival, mi preme sottolineare che in qui in Germania nessuno si sognerebbe di riuscire a portare all’attenzione un testo così discriminatorio attraverso un canale così massificato e popolare.
E che, se anche ci riuscisse, il vespaio che si solleverebbe di conseguenza porterebbe a un’inevitabile espulsione dalla cosiddetta gara.
Inoltre, immaginando per assurdo evitata l’espulsione, si assisterebbe a un ritirarsi dalla gara per protesta di uno, due, tre e poi quasi tutti gli altri cosiddetti artisti.
Invece, in tutti gli articoli letti al riguardo, l’unico dissenso sollevatosi dalla parte dei concorrenti è stato rappresentato da due timide parole di Iva Zanicchi, in un’intervista non ricordo su quale quotidiano di quale giorno.
Propagandare l’idea dell’omosessualità come di una malattia da cui guarire è grave come affermare l’inferiorità della razza africana o la necessità di rivedere al ribasso il numero delle vittime dell’olocausto. Questo, purtroppo, in Italia è chiaro solo a chi vive la discriminazione sulla propria pelle, perciò si tratta il testo di Povia al più come qualcosa da cui prendere le distanze, non come qualcosa da condannare fortemente per solidarietà con le vittime della discriminazione.
Aveva ragione Gianni Delle Foglie quando diceva che “è una guerra tra froci, noi e loro”, riferendosi al clero cattolico, che rimane il principale generatore di omofobia in Italia (nella fattispecie al clero si sostituisce la cricca dei “froci guariti”, che comunque è alimentata e fomentata dal clero), e intendendo sottolineare la pressocché nulla solidarietà di cui godono gli omosessuali in Italia.
Ogni volta che in Italia si offende la dignità delle persone omosessuali, non si sente mai una sola voce sollevarsi al di fuori del solito gruppo di associazioni gay, fatta eccezione per l’UAAR che però ha poca risonanza.
È questo che mi indigna, più del testo stesso di Povia, ché ogni società ha i suoi bravi stronzetti narcisisti che si fanno carico di idee discriminanti senza avere la minima cognizione della gravità del danno che causano. È che altrove questi stronzetti trovano pane per i loro denti, mentre in Italia li si lascia sparare a zero in virtù delle polemiche strumentali al profitto del Festival.
Cosa importa se la propaganda della cosiddetta “teoria riparativa” causerà sempre più sofferenza a chi, per questioni sociali, economiche ma soprattutto anagrafiche non può sottrarsi a tale pressione psicologica? Il Festival avrà come al solito una buona decina di milioni di spettatori, e questo è ciò che conta.
Poveri voi omosessuali che ancora vivete in Italia.

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