Una volta avevo degli amici.
Ce li ho ancora, questi amici, ma negli ultimi anni c’è stata una diaspora perché, stranamente, nonostante vivessero in una città produttiva, dinamica, moderna come Napoli, con un’occupazione altissima e salari svizzeri, concluso il percorso universitario hanno trovato di che vivere in altre parti d’Italia e d’Europa, e ora sono sparpagliati per tutto il Vecchio Continente. Un paio di loro anche oltre l’Atlantico.
Prima della diaspora si stava molto insieme, si usciva o ci si rinchiudeva in casa a guardare un film. Ci si prendeva molto per il culo e ci si voleva molto bene.
Ora ci è rimasto solo il volerci bene, che non è affatto poco, ma tutto il resto manca lo stesso. A me sicuramente, e suppongo anche a loro.
Con Facebook però ho parzialmente messo una pezza ai miei attacchi di nostalgia.
Quindi queste demonizzazioni di Facebook mi fanno ridere, perché Facebook, come qualsiasi altra cosa sulla faccia della Terra, diventa demoniaco di conseguenza all’uso che se ne fa.
Per me è un ottimo strumento per radunare in un colpo solo i protagonisti della suddetta diaspora e tornare virtualmente a prendersi per il culo e a volersi bene in maniera corale. Poi, se qualche sfigato lo usa per risolvere momentaneamente le frustrazioni che lo attanagliano nella vita reale, vale la pena ricordare che questo è successo con qualsiasi tipo di social network in rete, fin da quando spuntarono i primi server IRC.
Anzi, con Facebook il potere di limitare i contatti secondo i propri criteri è più grande, e inoltre chi non è tra i miei contatti non ha accesso ai miei contenuti. Nella mia lista di “amici”, a parte due blogger che seguo dalla notte dei tempi, non c’è nessuno che non conosca anche dal vivo. Il malaugurato giorno in cui dovessi allentare i criteri di inserimento in quella lista, come succede per esempio su Flickr, di sicuro perderò il mio interesse per Facebook e l’esperienza si chiuderà.

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