Per quello che seguo della politica interna di altri paesi, mi pare che chi perde alle elezioni finisca automaticamente nelle retrovie o sparisca nel limbo dei perdenti, per fare spazio a chi invece può farcela una volta successiva. Non ho più sentito parlare di John Kerry, per esempio, e prima di lui ho visto il mondo dimenticarsi di Bob Dole, Dukakis e Michael Howard, mentre Al Gore e Gerhard Schroeder si sono riciclati in tutt’altre cose.
Si tratta del principio della selezione naturale applicata alla politica: le gazzelle più forti e veloci distanziano il leone, si salvano e si riproducono, mentre le gazzelle deboli vengono sbranate. È il destino che desideravo anche per Rutelli, acchiappato e sbranato dal feroce bisogno dei romani di non avere al Campidoglio un voltagabbana asservito ai preti. Pensavo: far perder alla sinistra il comune di Roma è un manifesto segnale della fine della propria carriera politica, o almeno così sarebbe in un paese normale.
E invece no. Dopo una serie di sconfitte umilianti, Rutelli è ancora lì a dire “Abbiamo il dovere di riguadagnare consensi“, mentre io sto qui a pensare che se lui morisse sbranato da un leone vero o almeno passasse – che so? – in un UDC, a lui molto più congeniale, potrebbe anche passarmi per la testa la remota possibilità di dare il mio voto al PD.
Io me la ricordo, la faccia di Rutelli dietro Nanni Moretti durante il suo famoso urlo di piazza Navona. Era il 2002, e Rutelli faceva finta di non capire. Sono passati sei anni, e sta ancora facendo finta di non capire.