C’è qualcosa che non funziona nel rapporto tra me e gran parte della gente con cui ho a che fare: è questo mio rifiuto dei concetti di perdono, rancore, colpa, indulgenza, vittima, carnefice.
Troppe volte in vita mia ho assistito al riproporsi di comportamenti per i quali mi era stato precedentemente chiesto il perdono, e questo mi basta a stabilire che il perdono non è altro che un blando sedativo per la propria coscienza in fibrillazione, giusto il tempo di calmarla per poi meditare sul come e il quando della successiva azione di cui pentirsi.
Il perdono non è affatto un’assoluzione come lo spacciano i cattolici, ma è una sentenza negativa pur senza condanna, data dall’alto di un’autoattestazione di superiorità morale. Per questo io non perdono, perché quando lo faccio mi sembra di esercitare un potere su chi me lo sta chiedendo. E di conseguenza, o meglio per coerenza neanche incolpo, ma mi aspetto che chi ha elaborato spontaneamente una propria colpa nei miei confronti ne studi tutti i meccanismi che l’hanno generata e ne faccia tesoro per migliorare il rapporto con me. Uno sforzo di volontà che apprezzo più delle scuse, che invece mi imbarazzano.
Io, da parte mia, faccio lo stesso, e se il rapporto vale lo sforzo di andare avanti, più che perdonarsi e incolparsi trovo dignitoso per entrambi dimenticare. Senza rancore. Mai. Perché raramente suppongo di essere stato vittima di mala fede, semmai di incomprensioni delle quali nessuno dei due ha colpa, ma che entrambi abbiamo il dovere di riconoscere come ostacoli, senza utilizzarle come materiale bellico.
Questo riconoscimento, purtroppo, non sempre avviene. Allora non c’è perdono che saldi le fratture di un rapporto colpito da incomprensione, e un rapporto inficiato da un pesante dubbio di incomprensione non è più totalizzante come desidero che sia, quindi non ha più ragione di esistere.
Quando tutto questo non viene compreso, ecco il Totentanz percepito come spietato, cinico, gelido, incapace di provare empatia e che volge lo sguardo altrove mentre chi implora il suo perdono si sta stracciando le vesti al suo cospetto. Quello che tronca le amicizie come se niente fosse. Il bastardo, insomma.
Nessun rapporto è indispensabile, e se siamo d’accordo sul fatto che un’amicizia vada curata e coltivata al meglio, credo anche che nessuna amicizia bacata dal morbo dell’incomprensione necessiti di accanimento terapeutico a base di perdono.
Eppure a volte ho l’impressione che a qualcuno gliel’abbia prescritto il medico, il mio perdono. E quando non lo ottiene, e non riesce a capire che questo non implica necessariamente la presenza di rancore, mi trasforma nel suo carnefice personale e si cala nel più comodo, deresponsabilizzante e narcisistico dei ruoli: quello della vittima.
Totentanz è cattivo. Mi ha fatto male. Quindi io non ho più responsabilità verso me stesso. Le ho scaricate su di lui. *Sospiro di sollievo*.