Il collega Pincopallino mi ha chiesto se sei gay, ma io gli ho detto no. Li so tenere, i segreti.

Io ti ringrazio per la premura e per l’attenzione con cui custodisci i segreti che mi riguardano, cara collega italiana, ma credo che tu non abbia capito un cazzo. Se sei a conoscenza di questo mio segreto nonostante io e te non abbiamo molto a che spartire se non la nazionalità, non è perché io abbia voluto graziarti di tanta intimità o perché abbia intravisto in te il germe di una potenziale frociarola da adottare, ma semplicemente perché tu hai voluto mettermi alla prova chiedendomi un parere sul culo perfetto della receptionist e fugare o confermare i sospetti che ti eri formulata da sola.
Ti ho detto che preferisco il culo del tale appena assunto nell’ufficio delle risorse umane, ma non credo di aver aggiunto il marchio di segreto di stato al mio desiderio di verificare con mano che la consistenza di quel culo sia marmorea come appare.
Il fatto, cara collega, è che io me lo farei tatuare in fronte, che sono gay. Non per esibizionismo, anche se ci sarebbe da discutere parecchio su questa cosa del presunto esibizionismo omosessuale, ma per una questione di scrematura sociale, perché preferisco avvantaggiarmi dell’approccio di chi non deve poi elaborare lo scontro della mia omosessualità con il substrato ratzingeriano (consapevole o meno) su cui si è formata la sua morale personale.
Gli amici maschi eterosessuali di data antecedente al mio cosiddetto coming out sono stati decimati nel corso degli anni dalla suddetta elaborazione, ma probabilmente anche vinti dall’impossibilità di discutere con me di argomenti chiave come calcio e organo genitale femminile. Mi sarei aspettato un po’ di buona volontà in più da parte loro, siccome perfino il mio barbiere a Napoli ha capito che un dibattito sulla vagina con me si risolve in un’invettiva dai toni disgustati, e quindi parliamo d’altro, ma tant’è.
Gli amici maschi eterosessuali posteriori al coming out non hanno dovuto elaborare un bel niente, hanno saputo della mia omosessualità molto prima di cominciare a costruire un rapporto di amicizia, e ora questa gente è quanto di meglio abbia mai desiderato di avere intorno.
Non so se mi spiego, collega. Si chiama criterio di selezione.
Alla mia età, trentadue qualche giorno fa, non voglio più spiegare un bel niente. Ho solo voglia di presentare di me un biglietto da visita chiaro, conciso, fiero e che non lasci spazio a successive richieste di spiegazione.