Qui la prima puntata di questa serie di post, nella quale attribuivo a dei roditori particolarmente orecchiuti uno dei lati positivi dell’essere qui e non .
Il secondo beneficio che traggo dal vivere a Francoforte è la multietnicità, dato che si tratta della città non capitale più multietnica d’Europa.
Lo sperimento soprattutto nel palazzo dove vivo, il cui pannello dei citofoni è un miscuglio di cognomi che coinvolge tutti i continenti.
Distribuiti in due scale per otto piani, per tre appartamenti a piano, siamo due italiani, una manciata di sudamericani, qualche inglese, un po’ di cinesi, coreani ed esteuropei, una famiglia dal nome arabo e molti cognomi di cui riconosco l’indubbia esoticità ma di cui non saprei dire la provenienza.
C’è una famiglia indiana le cui donne, madre e figlia, le incontri in ascensore con addosso dei sari sgargianti.
I miei vicini di casa sono giapponesi, almeno a leggere la targhetta sulla porta, perchè da quando vivo qui non li ho mai incrociati.
Sotto ho dei portoghesi silenziosissimi, sopra ho una famiglia greca in cui non si usa mai la lavatrice prima di mezzanotte, e la prima volta che la loro centrifuga ha ostacolato i miei tentativi di prendere sonno sono stato almeno un quarto d’ora lì a chiedermi perchè cazzo quell’elicottero stesse sorvolando incessantemente attorno al palazzo. Una mussaka fatta come si deve potrebbe essere un buon prezzo da imporgli per non piantare una grana con l’amministrazione.
Nell’altra scala ci sono degli africani, ma non so precisamente di dove siano. La donna veste con quei caratteristici vestiti con fantasia a fiori e in testa la solita fascia infiocchettata e coordinata al resto.
Tedeschi sì, ce ne sono. Soprattutto un vecchietto dall’aria simpatica che incontro sempre per le scale e che mi saluta scandendo bene quel guten Tag col tono come per dire “non osare non ricambiarmi il saluto come si usa tra vicini di casa civili”. Ma comunque ci si saluta sempre tutti cordialmente anche se non ci si è mai visti prima, perché in Germania è una regola di buona educazione che non manca in nessun condominio (poi magari incontri per strada qualcuno che hai rimorchiato la sera prima e non ti saluta, ma questo è un altro discorso…).
Non ci sono turchi, ché loro fanno un po’ come i cinesi da noi, e si raggruppano colonizzando interi condomini, se non quartieri, rendendoli praticamente delle enclave anatoliche (a proposito, a me pare che la Germania sia l’unico paese europeo dove i cinesi non si concentrano in un solo quartiere ma si sparpagliano tra il resto della popolazione; mi riprometto di approfondire questa faccenda e capirne il perché).
Quando faccio le scale a ora di cena, ogni pianerottolo è invaso da un profumo diverso che passa da sotto le porte: curry, salsa di soia, carne arrostita, cipolle.
Fuori dal mio palazzo la situazione non è diversa. Anche se a Francoforte manca qualcosa di vagamente simile al melting pot berlinese del quartiere di Neukölln, di facce di continenti lontani se ne vedono eccome.
Ho trovato perfino un ristorante uzbeco e uno mongolo. Un supermercato giapponese col banco dove ti fanno il sushi. Di giapponese c’è anche una pasticceria. Negozi di alimentari di ogni angolo del mondo: cinesi, afgani, indiani, sudamericani, russi.
Ma in fondo – e questo è un po’ difficile da capire per chi vive in Italia, dove si sta vivendo un’ondata di razzismo e xenofobia inaudita e in disarmonia col resto dell’Europa occidentale – stiamo parlando di una città che sul suo sito, per bocca del sindaco, dichiara con orgoglio il fatto che più del trenta per cento dei residenti siano stranieri. Lì c’è Bossi che distingue tra insegnanti italiani del nord e del sud, qui ci si inorgoglisce dell’esercito di stranieri che ha scelto di vivere e lavorare a Francoforte. Non so se ci si rende conto, davanti a questo paragone, della cloaca culturale merdosa in cui è sprofondata l’Italia.
I benefici della multietnicità sono evidenti e seguono questa catena di conseguenze: più differenze, più apertura mentale, più libertà (devo precisare, però, che tali considerazioni si stanno facendo nel contesto tedesco, dove le istituzioni sono caratterizzate da un forte orientamento laico ed equidistante dalle religioni; dove gli immigrati musulmani sono pochi, fatta eccezione per i turchi che però mi pare che vivano un islam un po’ più laico; dove il mercato del lavoro è aperto a tutti e non crea nicchie di esclusione; dove il benessere è diffuso e la qualità della vita è ottima anche per le classi meno abbienti e dove ci sono tante altre condizioni imprescindibili perché la società multietnica funzioni).