I coniglietti.
Va bene, mi rendo conto che è una cosa difficile da immaginare, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte delle mie frequentazioni ancora risiede in una città la cui fauna è composta esclusivamente da topi di fogna di dimensioni quasi equine, piccioni incatramati portatori tutt’altro che sani di oscuri e inquietanti morbi, gabbiani disperati che si avventano sulle discariche, abusive e non, cibandosi di chi sa quali schifezze radioattive prima che vengano spedite a Amburgo.
Ma a Francoforte ci sono i coniglietti. O leprotti. Insomma, quei roditori che zompettano e hanno la coda paffuta, ci siamo capiti.
E non stanno solo nei parchi. Li intravedi anche nelle aiuole in pieno centro, sotto i grattacieli della Commerzbank e della Deutsche Bank.
Liberi di andarsene in giro.
Oddio, “andarsene in giro”. Di giorno se ne stanno nascosti nelle tane che si sono scavati, e di sera pascolano timorosi sui praticelli. Qualcuno si avventura timidamente verso il marciapiede per poi volgere il culo e sparire frettolosamente in qualche cespuglio, nel rispetto del luogo comune che li vuole dei fifoni cagasotto.
Al solo tentativo di avvininarmi ho causato scene di panico generale, figurarsi tirare fuori la macchina fotografica e sparargli un flash in faccia. Quindi niente foto.
Ora non è che io subisca eccessivamente il fascino dei conigli come animali da compagnia. Chiusi in casa, più che di pet therapy me li immagino protagonisti di qualcosa come fetor therapy, e per me la parola coniglio suona meglio accompagnata dall’espressione alla cacciatora.
Solo che ritrovarseli a scorazzare in piena città è indice esaustivo della cura maniacale che i tedeschi mettono nel costruirsi una buona qualità della vita.
Ecco, i coniglietti francofortesi hanno il loro peso nell’oscillazione tra negativo e positivo del sentimento bivalente che provo per i tedeschi.