Il mio capo è tedesco.
Di tedesco ha l’estremo distacco nella gestione dei rapporti interpersonali, per esempio, anche se rimane sempre ampiamente nei limiti della buona educazione.
Spesso pranza con una fetta di leberkäse in mezzo a un mehrkornbrötchen.
Inoltre veste molto bene. Non nel senso italiano del vestire bene, ma in quello tedesco: abiti di cattivo gusto ma visibilmente costosi, comprati all’ultimo piano di Peek & Cloppenburg.
Non si interessa mai di come i suoi quattro subordinati stiano facendo il loro lavoro, non certo per menefreghismo, ma perché dà sempre per scontato che tutti lo stiano facendo con la massima efficienza. Proprio quest’ultima mi pare essere la cosa più tedesca, perchè riguarda l’estrema fiducia che i crucchi ripongono in programmi, pianificazioni, strutture e schemi. Una volta emesse delle linee guida, delle regole o delle istruzioni, per loro non c’è motivo perché qualcosa non funzioni.
In una cosa però supera di gran lunga tutti i tedeschi che ho conosciuto: nella dedizione al lavoro. Vedo lui e capisco perché la Germania è ancora il primo paese al mondo per esportazioni, capisco perché la produttività qui in Crucconia raggiunge livelli insperabili in Italia, e perché le aziende straniere vengono ancora a produrre qui dove il costo del lavoro è molto più alto che in altri paesi europei dove si crede di poter attirare investitori abbassandolo ancora di più sulla pelle della povera gente.
Il mio capo ci mette cinquanta minuti di autostrada per raggiungere l’ufficio da casa, e tutte le mattine alle nove è già seduto alla scrivania, da cui si alza solo per partecipare a riunioni o per andare a comprarsi il benedetto panino con il leberkäse (che comunque non mangia in pausa, perché lui non fa pausa: se lo porta alla scrivania e lo addenta continuando a lavorare).
Non esce dall’ufficio prima delle otto di sera, ma sarebbe comunque un evento eccezionale, perchè in genere se ne va alle dieci o alle undici (ieri sera il record: ha timbrato l’uscita alle due di notte). E viene a lavorare anche il sabato, ovviamente.
Ha una moglie giovane. Come lui, del resto.
Ha due bambini. Credo che esca di casa mentre loro dormono ancora, e rincasi quando loro sono già addormentati. Probabilmente ogni domenica mattina la moglie deve spiegare ai bambini chi è questo uomo che gira per casa.
Lei intanto si sarà fatta probabilmente un amante. Come biasimarla?
Ho visto il piano per le ferie: si è preso solo una settimana a luglio. Andrà in Turchia con moglie, figli, portatile e cellulare aziendale. Già si sta informando sulle connessioni wireless turche.
Mi fa tanta tenerezza, il mio capo, perché è una brava persona e soprattutto perché – anche questa è una cosa molto tedesca – non pretende la stessa abnegazione totale da chi lavora con lui. Ho visto anche in Italia qualcuno ammalato di tale esagerata dedizione al lavoro, con la differenza che se ne faceva vanto da un piedistallo di autocompiacimento e dispensava disprezzo e maldicenza verso chi non era disposto a fare altrettanto. Lui invece no. Fai le cose per bene, rispetti le scadenze e lui è contento, non vuole l’impossibile che riesce a garantire lui.
Ho provato a seguirlo in questo folle sacrificio lavorativo, e ci sono anche riuscito per un po’. In fondo io reggo bene lo stress dei ritmi serrati. Quando ho gettato la spugna, l’ho fatto per una questione di amor proprio, ed è successo la mattina in cui, uscendo di casa per andare al lavoro, mi sono reso conto che stavo portando con me non solo il pranzo, ma anche la cena. Davvero.
Mi asterrò dal perseverare nel proporre il solito confronto tra la cultura del lavoro italiana e quella tedesca (anche perché, volendo ampliare i termini di paragone, quella italiana ne uscirebbe seriamente malridotta), ma io, Totentanz, mi sono assunto un principio di funzionamento della professionalità che prevede limiti più restrittivi di quelli del mio capo.
Io non ho una famiglia, non ho una moglie da tenere lontana da eventuali relazioni extraconiugali e non ho dei bambini dai quali farmi raccontare la loro giornata mentre si cena tutti insieme. Rispetto al mio capo ho una vita privata molto più flessibile e adattabile al lavoro. Eppure, per quanto possa essere flessibile e adattabile, pretendo che il lavoro le sia sempre subordinato. Deve esserlo.
Ho degli interessi, degli hobby, delle amicizie per i quali non mi basta la domenica: mi servono anche le sere della settimana. Ci rinuncio volentieri per rispettare delle scadenze, per smaltire dei picchi, per riguadagnare del tempo perduto a causa di imprevisti lavorativi. Ma non ci rinuncerei mai regolarmente, dal lunedì al sabato, senza la prospettiva di una scadenza da superare per poi rilassarsi, senza poter pensare a una normalità a cui tornare una volta alleggerito il carico di lavoro in eccesso.
Guardo il mio capo e mi chiedo come faccia. A volte mi ritrovo a non sapere se ammirarlo o compatirlo.