Erano tre settimane che il collega O.B. stava tentando di convincermi ad andare con lui in un VERO ristorante italiano che sta sotto casa sua, e io lì a spiegargli che i ristoranti italiani in Germania non mi interessano, che provato uno li hai provati tutti, che di quei dischi di pane tostato con sopra pomodoro rancido e mozzarella da quattro soldi si può fare a meno, che quelle paste scotte e quegli accostamenti improponibili (parmigiano sul pesce al forno) sono un eloquente biglietto da visita di chi è salito in Germania negli anni ’50 e ’60 come operaio e si è poi improvvisato ristoratore aprendo una trattoria grazie ai risparmi messi da parte e all’innocenza dei tedeschi che sono belli e cari, precisi precisi, ma gli puoi servire qualsiasi porcheria dandole un nome italiano (pescatrice lardata su tappeto di songino e crema di prosecco) e loro sono convinti di star facendo una full immersion nel meraviglioso mondo della nostra cucina.
Niente da fare. Stasera VERO ristorante italiano.
Dunque: tavolacci di legno buttati lì per strada, ma in Germania sono normali. Sui tavolacci bottiglie bisunte di olio extravergine di oliva “Il Tratturo”, prodotto in Molise, il cui contenuto è così chiaro che ad occhi esperti è evidente che quello non è extravergine, e che la bottiglia è stata ri-riempita. Ho lavorato in posti del genere per mantenermi a Berlino anni fa, quindi so che si fa questo e molto, ma davvero molto di peggio (come rifornirsi di mozzarelle e passate di pomodoro scadute a un quarto del prezzo in supermercati italiani compiacenti e felici di svendere prodotti che invece dovrebbero andare al macero).
È sempre affollato, mi fa notare il collega O.B., e io sto quasi per ribattere che la folla costante in un ristorante è indice di qualità in Italia, mentre in Germania – vi conosco bene, voialtri d’oltralpe – se un ristorante è sempre affollato significa solo che ha i prezzi bassi (comunque non saprò quanto è costata la cena, siccome O.B. mi ha gentilmente invitato).
Ma sediamoci.
Dall’interno arrivano voci concitate. Il titolare ha una discussione con un paio di camerieri dal tono piuttosto grave. In Napoletano. Si mandano affanculo vicendevolmente. Uno dei camerieri arriva biascicando un guten abend mentre guarda altrove e sbatte sul tavolo la speisekarte, un blocco note su cui sono scarabocchiate a penna le pietanze del giorno, senza prezzi.
Ora bisogna sapere che negli ultimi mesi ho sofferto di un po’ di nostalgia per Napoli, incredibilmente. Ho passato una vita a ribadire che è un postaccio da cui non si può fare altro che fuggire, e mi sono ritrovato a rimpiagerne alcuni aspetti. Addirittura, provato dal gelo emozionale che infesta l’animo dei tedeschi, parlando con qualcuno ho detto “però in determinate situazioni mi manca la spontaneità napoletana”. Non l’avessi mai detto. Eccola la spontaneità napoletana: un cameriere che ti tratta come se tu fossi andato lì a rompere il cazzo, e che ti serve come se ti stesse facendo un favore, per poi tornare dentro a continuare a litigare platealmente con il resto dello staff utilizzando quanto di più colorito si può trarre dalla forbita tradizione turpiloquiale della lingua napoletana. Il bello è che il collega O.B. mi chiede pure: “Cosa si stanno dicendo?”.
Ebbene, mi è bastato sedermi a questo tavolo per spazzare via ogni sospetto di nostalgia napoletana. Ho visto questo cameriere e ho pensato: “Che diamine, è proprio questo ciò da cui sei scappato a gambe levate”. In un attimo ho rimesso tra me e Napoli quella distanza di anni luce che ho sempre percepito, e Napoli è tornata a essere quella città in cui sono nato, in cui vive la mia famiglia, di cui parlo la lingua, ma con cui non ho proprio un cazzo a che spartire. Devo tornare più spesso in questa trattoria.
Il cibo: il suddetto disco di pane tostato con pomodoro rancido e mozzarella da quattro soldi. Sono napoletani e non sanno fare neanche una margherita. Vada per la pessima qualità degli ingredienti, visto che devono approfittare dell’incapacità di discernimento dei tedeschi, ma qui sono proprio le procedure a venire meno. Il basilico messo a crudo dopo la cottura fa di loro – appunto – napoletani saliti in Germania negli anni ’50 o ’60 come operai e poi improvvisatisi ristoratori.
Ma non discuto oltre della qualità della cucina, non voglio giocare la parte stereotipata dell’italiano all’estero che si lamenta del cibo. Continuerei però a lamentarmi a oltranza della qualità del servizio, perchè dopo un tot di mesi lontano da Napoli avevo proprio dimenticato che si può essere trattati come ultime merde sulla faccia della terra da un cameriere che ti porta la “grappa della casa”.
La prossima volta trascinerò il collega O.B., al quale devo una cena, in una VERA gasthaus tedesca dove lo stinco di maiale con le bratkartoffeln non sarà per lui il massimo dell’esoticità, ma dove si verrà trattati non dico con salamelecchi e inchini, ma almeno con un sorriso e il minimo sindacale di buona educazione.

Annunci