Non si sfugge a un party aziendale, nonostante i vari tentativi di sottrarvisi. L’ultimo, disperato, è stato un timido accenno a un mal di testa che stava lì per venirmi.
Invece no. Ho un capo che non transige.
Il party si tiene in un vecchio casale ristrutturato oltre il confine tra Baviera e Assia, a un’ora da qui. Vuoi perderti una cosa del genere?
E va be’. Non ho più niente da opporre. Andiamo.
Il casale è inondato da una fiumana di gente, che è gentilmente offerta dalla sede bavarese dell’azienda, notoriamente più grande di quella di Francoforte. Non mi aspettavo mica questo raduno affollatissimo con tanto di ambaradan di servizio di ordine, di sicurezza, di pronto soccorso. C’è un’ambulanza parcheggiata fuori. E che miseria. Davvero pensano che uno possa ridursi in coma etilico a un party aziendale sotto gli occhi dell’intero consiglio di amministrazione? Tra tedeschi si usa?
A prima vista, comunque, sembra il matrimonio di mia zia Titina: le mogli dei capi pascolano sparse per il prato e sorseggiano prosecco in abito lungo e stola d’ordinanza mentre fanno comunella tra loro, decisamente stonate rispetto al concept della serata volto all’immaginario asiatico. All’ingresso distribuiscono perfino quei cappellacci di paglia da mondina vietnamita per aiutarti a entrare nel mood del party. Poi vedo colleghi e colleghe aggirarsi in jeans e infradito mentre bevono Beck’s direttamente dalla bottiglia, e mi tranquillizzo.
Il collega O.B., unico spaiato delle mie conoscenze al lavoro, e con il quale ho viaggiato, si lancia sul buffet: una carrellata di colorate pietanze cino-giapponesi. Ha in testa ancora quella specie il cappello da mondina e riempie due piatti di tutto il possibile. Passerà tutta la serata a ingozzarsi e in seguito, durante il viaggio di ritorno, si lamenterà con me di non essere riuscito a conoscere neanche una delle ragazze belle e single di cui – gli era stato promesso – il party avrebbe abbondato.
Io vado al tavolo dei dolci, dove trovo la creme brulée. Adoro la creme brulée. È uno dei miei dolci preferiti, mi si può ridurre in una qualsiasi situazione avvilente o umiliante usando come esca una creme brulée ben fatta. E questa è riuscita benissimo. E ne mangio un sacco. Tanta. Altro che coma etilico, l’ambulanza mi potrebbe servire per un coma diabetico.
Poi mi dedico alle libagioni, attività che mi terrà occupato fino a tarda notte.
Vai a questa cazzo di festa anche se non ne hai voglia, mi sono detto nei giorni scorsi, ché può essere un’occasione buona per socializzare e allargare il raggio di conoscenze al lavoro. Già due stanze più in là non conosci nessuno e neanche ti degni di leggere i nomi sulle targhette. Vai a questa cazzo di festa.
E piano piano, mentre il buio cala, la musica diventa assordante e l’euforia generale aumenta, comincio ad avvertire vagamente la possibilità di essere contento di avervi preso parte.
Tra la folla alzo la mia Beck’s per salutare una fatalona pugliese appena assunta, la quale due settimane prima, tra gli scaffali di un supermercato, mi ha riconosciuto come volto aziendale e mi ha avvicinato per chiedermi come si dice colla di pesce in tedesco, ché aveva da fare la panna cotta. Mi sorride, mi saluta con un ciaaaaaaao lunghissimo, mi passa vicino reggendo con estrema finezza un bicchierone di pinacolada con ombrellini e ghirigori di scorze di frutta e mi fa come va tutto bene scusa scappo mi devono presentare quelli del purchase. Io non so neanche dove sta l’ufficio di quelli del purchase, anzi credevo si trovasse presso la sede bavarese. Ok, lo ammetto. Io non sapevo neanche che ci fosse un ufficio di quelli del purchase. Salutameli, penso, e sfrutta bene le porte che ti vengono spalancate dall’immenso potenziale di una vagina che si porta dietro un corpo sexy come il tuo, ché questa azienda è piena di professionalissime ma sciatte tedesche cellulitiche che passerebbero mesi a grattare con le unghie sulla porta di quelli del purchase senza speranza di essere accolte.
Sul tardi arriva T.K., il mio collega preferito e vicino di scrivania. Mi presenta la sua donna. E io mi incanto.
È Lola Lola, è proprio lei. Identica. Me ne innamoro. Se lui sapesse.
Lei mi parla, si presenta, attacchiamo bottone, è simpatica, è dolce. Lola Lola. Io ho già una percentuale preoccupante di alcol nelle mie vene, lei mi dice del sul lavoro, ma tutto quello che le sento uscire dalle labbra è ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt. È Lola Lola dalla testa ai piedi.
E va be’.
Un’altra birra e avviene il crack che aspettavo. Mi dimentico di essere madrelingua italiano. Mi ascolto parlare in tedesco e mi compiaccio della fulmineità del passaggio tra pensiero e parola detta. Dio, se mi sentisse ora la Richter, la mia prima insegnante di tedesco, sarebbe fiera di me. Guarda, o Richter, come ti infilo queste frasi perfette una dietro l’altra, senti che bei periodi ipotetici so farti dopo aver bevuto, goditi questi congiuntivi che ti sparo fuori in tutti i tempi giusti grazie alla Beck’s e fallo prima che la sobrietà torni col suo carico di impacciamenti linguistici.
E invece mi ritrovo non so come a chiacchierare di nuovo con la fatalona pugliese, che non è riuscita a conoscere quelli del purchase perchè non si sa dove si fossero cacciati, forse stavano al piano di sopra a ingozzarsi di creme brulée e lei ha mangiato così tanto che se vede ancora del cibo sviene, e ora ha perso il gruppetto con cui era arrivata e in questa folla non li trova, mannaggia, andiamo a berci una pinacolada?
A me la pinacolada fa schifo. Faccio finta di perdere la fatalona tra la folla e inverto la direzione per andare a prendere un’altra Beck’s.
L’azienda ha pensato proprio a tutto. Per il ritorno c’è un bus. Solo che ci lascia esattamente sotto gli uffici, nel mezzo della desolazione, e non in centro, dove ci sono i bus notturni. Per tornare a casa mollo dodici euro a un tassista, dal quale mi faccio fermare una cinquantina di metri prima, dove c’è una pompa di benzina con il negozietto aperto tutta la notte. Ho voglia di un Magnum con le mandorle.