Io non mi preoccupo di Alemanno che accusa di esibizionismo il gay pride.
Io mi preoccupo dei gay stessi che lanciano questa accusa. L’Italia ne è piena. Non posso pensare altro che abbiano assimilato la vergogna di sé suggerita loro dalla morale religiosa, la quale, bisogna sottolinearlo, si insinua come una serpe anche tra certe coscienze che si autopercepiscono laiche, o perfino anticlericali. Loro sono esattamente come la chiesa li vuole. Questo penso.
Li sento dire che loro non portano in piazza la loro sessualità come non lo fanno gli eterosessuali, e che non hanno niente a che spartire, in termini sociologici, con le zizze delle trans esibite al corteo del gay pride.
Mi viene spontaneo credere allora che considerano lecita la posizione marginale in cui li ha collocati la cattolica società italiana, se riducono l’orgoglio di essere gay a una questione strettamente sessuale, e non al coraggio di lottare per emanciparsi e appropriarsi della debita dignità.
Gli eterosessuali non hanno bisogno di uno straight pride perchè non hanno diritti da rivendicare in quanto eterosessuali. Gli omosessuali invece sì, e non mi pare difficile da comprendere. Negli altri paesi questi diritti sono arrivati anche a furia di gay pride.
Mi fanno anche molta tristezza questi gay quando alludono con disprezzo all’esibizionismo di qualche trans che hanno visto nel servizio del TG2 o di Emilio Fede. Non sanno che la loro libertà ha a che fare più con le persone transessuali che con la decantata sobrietà eterosessuale (tutta da dimostrare, comunque), avendoci in comune una lunga storia di discriminazioni e lotte per la rivendicazione dei diritti fondamentali. È stata una transessuale a dare il via a trenta quaranta anni di lotte grazie alle quali anche loro, anche uno Zeffirelli qualsiasi, possono pontificare su come si deve o non si deve manifestare la propria omosessualità.

E ora il consueto termine di paragone tedesco.
Qui in Germania non c’è un gay pride nazionale. Ogni città ha il suo che si tiene ogni anno, e tra tutti spiccano per importanza e affluenza quelli di Berlino e di Colonia.
Qui si chiama Christopher Street Day, abbreviato CSD (si pronuncia tze-es-de), in Austria invece si chiama Regenbogenparade, parata arcobaleno. Il patrocinio del comune è assicurato e fuori discussione, impensabile negarlo. Anzi, alla manifestazione prendono parte anche importanti rappresentanti delle istituzioni, come nel caso dell’ex ministro degli esteri Joschka Fischer che dal 2002 al 2005 non se n’è perso uno.
Contrariamente a quanto accade in Italia, il CSD non è percepito come una provocazione, ma come una festa utile a promuovere la rivendicazione di diritti civili per le persone omosessuali. E questo nonostante l’esibizionismo possa andare ben oltre la scopertura di una banale zizza.
A Berlino ho visto sfilare orgogliosamente associazioni di famiglie omogenitoriali, con bambini al seguito, l’associazione dei poliziotti gay e lesbiche, perfino l’associazione dei dipendenti gay e lesbiche dell’azienda dei trasporti pubblici.
Le polemiche, neanche a dirlo, sono inesistenti. Nessun sindaco, nessun deputato, nessun rappresentante del governo oserebbe parlare di carnevalata, esibizionismo ecc.
La partecipazione a Berlino è enorme e eterogenea. Si partecipa a una festa, non a una manifestazione politica.