Ho trascorso una settimana da quasi sordo, siccome lunedì sono salito sull’aereo in preda al raffreddore che, combinato con l’aumento della pressione all’atterraggio, deve aver creato un qualche scompenso ai miei timpani. E io che credevo che quel raffreddore fosse l’ultimo episodio di una serie di malanni che hanno intossicato le mie vacanze pasquali.
Comunque.
Il lunedì in albis a Napoli è un po’ come ferragosto. La città prende i connotati di una ghost town. Di contro, l’aeroporto straripava di esseri umani, e quelle che dovevano essere file ai check in erano in realtà assembramenti caotici come per l’approvvigionamento di viveri in tempo di guerra.
Nessun problema per me. Come sempre l’ansia mi ha portato in aeroporto con almeno due ore di anticipo.
All’imbarco una giovane donna piangeva. Le hostess di terra (si chiamano ancora hostess di terra, o un nuovo anglismo è venuto a rimpiazzare questo divenuto ormai troppo italiano?) erano al banco del gate, prese da tutte quelle operazioni misteriose che precedono la chiamata all’imbarco e che consistono nel parlottare tra loro, alzare ogni tanto un telefono e comunicare qualcosa a qualcuno, smanettare su un terminale e andare e venire attraverso la porta del gate avendo cura di chiudersela sempre alle spalle. Nel frattempo la donna era seduta e piangeva. Singhiozzava.
Ora, io mi rendo conto che l’idea del primo volo possa essere traumatica, ma evidentemente dietro il suo pianto c’erano motivi ben più gravi che la possibilità di un attacco di panico da aeromobile. Ho simpatizzato mentalmente con lei, nel senso strettamente etimologico del termine, syn pathos, perché il pianto altrui mi dà una forte sensazione di impotenza, ironicamente speculare alla sensazione di potenza di chi piange e si aiuta con l’illusione dell’efficacia del pianto, che è la funzione fisiologica più inutile che madre natura ci abbia regalato. Dal punto di vista emotivo, intendo, non da quello delle congiuntive che sono le uniche a trarre beneficio dalle lacrime. Una volta realizzato che il pianto è una perdita di tempo e di energie, ovvero un’illusoria àncora di salvezza momentanea, esso perde del tutto il carattere evocativo con cui principalmente lo si vive, e si può tirare avanti per anni senza versare una sola lacrima e senza sentire il bisogno di usufruirne come valvola di sfogo.
Ma speculo bene io sul tuo pianto – avrei voluto dire alla donna singhiozzante – quando la mia perdurante astinenza da lacrime è aiutata da una vita che tutto sommato è fatta di infelicità mediocri e superabili, e chi sa in futuro…
E comunque io avevo un’espressione identica a quella della donna, dato il raffreddore.
Atterraggio a Linate.
Come prevedevo, per proseguire il viaggio si esce dall’area imbarchi e si rifà il controllo radiogeno. Due coincidenze a Linate e ne ho già le palle piene. La bruttezza decadente dell’aeroporto di Napoli applicata a un aeroporto ben più grande, ecco. A Napoli almeno fai un giro su te stesso e hai visto tutto l’aeroporto, la bruttezza è tutta lì e non ci sono sorpese.
Se non altro, a Linate ho potuto apprezzare la rara occasione di ascoltare un po’ dell’accento milanese della barista. Non esistono molti napoletani che amano l’accento milanese, mi si consideri una rarità. Non è una questione di gusti fonetici, per i napoletani. Li si capisca, vivono da decenni il complesso milanese. Roma è Roma e va be’, ma questa Milano venuta dal nulla a scippare a Napoli il ruolo di comprimaria che deteneva da circa due millenni, invece di essere presa ad esempio di dinamismo e produttività, deve essere denigrata in quei trascurabili aspetti in cui Napoli riesce a competere. Milano è brutta, a Milano c’è sempre la nebbia, se ti viene un malore per strada a Milano ti lasciano crepare per terra e nessuno ti aiuta. Sappiano i milanesi che è proprio quest’ultimo il luogo comune più grossolano che i napoletani amano scambiarsi su Milano e, in generale, su tutte le popolazioni nordeuropee.
Ma cambiamo metropoli e aeroporto.
Terminal 1 di Francoforte, finalmente.
Ho fatto caso solo ora a questa stranezza del terminal 1: il ritiro bagagli è esterno all’area imbarchi, praticamente può accedervi chiunque. A Napoli – ne sono più che certo – qualcuno sfrutterebbe la cosa per un rinfoltimento del guardaroba con una pesca miracolosa della valigia solitaria, quella che si è fatta già due volte il giro.
La soddisfazione di vedere uscire la mia valigia per prima non la avrò mai, a quanto pare. Questa volta è uscita per seconda.