Sì, Prodi cade, ma io torno sugli stolperstein perché tra poco, il 27 gennaio, ricorrerà il giorno della memoria, e perchè ultimamente sono ancora più sensibile all’argomento, vista la caratterizzazione delle mie ultimissime letture, propedeutiche a una visita ad Auschwitz che programmo da anni e che conto di fare finalmente entro la fine di quest’anno.
Gli stolperstein, nati da un’idea di Gunter Demnig, non sono un’esclusiva delle città tedesche. Molti sono stati installati anche su marciapiedi austriaci, olandesi e ungheresi, per un totale di tredicimila nominativi di ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di geova, oppositori politici e disabili deportati e uccisi dai Nazisti.
Dubito che li vedremo un giorno in Italia – anche se il progetto di Demnig lo prevede – o in altri posti dove ci si è abituati alla rimozione o alla sottovalutazione dell’Olocausto.
In un paese come il nostro avrebbe ancora più forza l’argomentazione della “trovata macabra” che ha portato addirittura il comune di Monaco di Baviera a non concedere il permesso all’installazione degli stolperstein su suolo pubblico (infatti il primo stolperstein di Monaco è stato installato solo qualche mese fa sul suolo privato del civico 19 della Viktor-Scheffel-Straße, nel quartiere di Schwabing, e ricorda il signor Heinrich Oestreicher, che lì viveva e che fu deportato nel 1942 nel famigerato ghetto di Theresienstadt, dove fu ammazzato meno di un anno dopo).
In altre città, come Krefeld, gli stolperstein sono stati vietati perfino con l’appoggio della comunità ebraica locale, che trova “irrispettoso” il fatto che queste piccole lapidi commemorative vengano installate sul marciapiede, a disposizione delle suole dei passanti (io invece trovo significativa la loro collocazione al suolo, dove si volge lo sguardo quando non si vuole guardare).
I primi stolperstein in cui mi sono imbattuto nel 2003 sono quelli dell’ex quartiere ebraico dello Scheunenviertel a Berlino. Sono stati una badilata in faccia, una costrizione al coinvolgimento decisamente più efficace di qualsiasi altro monumento alle vittime dell’Olocausto. La restituzione dei nomi delle vittime al loro ultimo domicilio, quindi alla loro storia personale, ha di fatto riguardato la mia vita di tutti i giorni a Berlino, e ne ha introdotto parte del carico emotivo del loro dramma. Gli stolperstein sono lì, non li si può ignorare, si può evitare di leggerli ma si sa bene che ci sono incisi sopra un nome, una data di nascita, una data di morte e un campo di concentramento, perciò inducono all’attribuzione del dolore dell’Olocausto a dei singoli individui e non al numero sei milioni di, che è sempre impressionante ma mai quanto un solo nome e cognome.

Per chiudere, visto che sono in tema, mi attacco autonomamente, via Haramlik, alla catena partita da qui e contribuisco all’elenco citando I sommersi e i salvati di Primo Levi, che dovrebbe essere letto da chiunque abbia già letto Se questo è un uomo (il quale, a sua volta, dovrebbe essere letto da chiunque).