“La tragedia del popolo napoletano, dell’odio del povero contro il povero appena più miserabile di lui, e della sua terrorizzata reverenza verso il ricco e il potente e il camorrista e il prete, e chiunque lo sembri anche se non lo è in alcun senso e sentire, sta tutta qui. […] Il napoletano si acquieta solo se negli artigli può portare alle fauci qualcuno addirittura più indifeso e più rassegnato ben sapendo che questione di pochi attimi e toccherà a lui subire la sorte che fa subire, e lo scarto fra lo sbranare e essere sbranato è davvero così impercettibile che chiunque sta per essere digerito senza aver neppure cominciato a digerire, e tanto il bolo dell’altro è simile al suo che a sbranare e a essere sbranato è il medesimo scampato provvisorio, cannibale cannibalizzato che finisce di digerirsi nel prossimo menu dell’istante di circostanza. Un’autoeliminazione simultanea inesorabile e progressiva e, eh sì, consapevole, perchè i napoletani la sanno lunga un funerale in fatto di divertimento estremo e amano guardare in faccia la vita anche quando non li riflette più nemmeno di striscio. Si illudono di forzarne l’indifferenza cantando e ballando, i lugubri poveretti. Napoli è un bluff cosmico, e puoi sopravvivere se oggi subisci un bluff tu e domani lo fai subire tu a qualcun altro più fesso e meno bullo di te, ma io qui morirei troppo alla svelta: li subirei tutti e due io i bluff entrambi i giorni, preferirei, ecco. Quindi qui non ci vivrei mai. Non è questione di debolezza, di bontà o di superbia, ma di metodo: non gliela darò mai vinta a chi non vuole la mia vita a patto che io mi prenda quella di qualcun altro per venire poi a spartirsi le spoglie con me fino a che non diventano le mie stesse.”

Aldo Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo.