Capodanno qui si è svolto in tono minore, pirotecnicamente parlando, rispetto agli anni passati, vuoi per i maggiori controlli, vuoi per la campagna di informazione sulla pericolosità dei botti, vuoi per il sempre minore potere di acquisto degli stipendi. Qui, dove si incontrano i territori del comune di Casavatore e dei quartieri napoletani di Secondigliano e San Pietro a Patierno, luoghi di residenza di eminenti famiglie camorriste le cui tendenze agli eccessi barocchi e kitsch della vita di tutti i giorni rendevano anche il Capodanno più megalomane che altrove, quest’anno ci si è dovuti accontentare di uno spettacolo certamente strabiliante, ma con niente a che vedere con i bombardamenti, le detonazioni, gli spostamenti d’aria e le deflagrazioni che facevano tremare tutto il palazzo allo scoccare della mezzanotte fino a qualche anno fa. Con tutto il rispetto per chi ci ha lasciato la pelle o anche solo un paio di falangi, da piccolo mi ci divertivo un sacco.
Ho indossato una mutanda rossa. Un paio di boxer in microfibra comprato a Berlino nel 2005 e quasi mai indossato, né nella quotidianità né in occasioni particolari, siccome nel frattempo ho perso qualche chilo e ci ballo dentro, e siccome il colore acceso lo renderebbe decisamente una cafonata in situazioni di smutandamento reciproco. Mi sono detto, “Ecco, hai trovato un’utilità per questa tradizione cretina: rendere utile qualcosa che non lo è più”, e mi sono infilato il paio di boxer rosso a Capodanno, per la prima volta in vita mia. Ora vediamo se succede qualcosa.
Se fosse vero il detto secondo il quale ciò che si fa a Capodanno si fa per il resto dell’anno, la mia giornata di ieri dovrebbe essere il preludio a un anno di grandi letture. Presto parlerò di questo libro.
Segue una breve ripresa che ho fatto dal tetto. Gli auguri li fa ognuno per sé e per i suoi.