Da piccolo mi piaceva l’albero di Natale. Il presepe a casa mia non si faceva. Mi piaceva non dover andare a scuola, svegliarmi tardi. Mi piaceva la cucina piena di confezioni di frutta secca e di datteri.
Pandoro e panettone mi hanno sempre fatto schifo, indirizzavo la mia attenzione sui dolciumi natalizi napoletani, non per campanilismo ma perchè, per qualche motivo che non conosco, provo da sempre disgusto per i prodotti industriali lievitati, merendine comprese. Per compensare questa discriminazione lombardo-veneta, dirò che mi faceva schifo anche la cassata siciliana, che qui a Napoli rientra nell’elenco dei dolci natalizi. Ora però ne vado matto, mentre pandoro e panettone continuano a disgustarmi.
Mi piaceva un sacco, ma davvero un sacco, il profumo di miele di quando mia madre preparava gli struffoli per decine di parenti, e anche lo spettacolo di questo battaglione di piatti di struffoli schierati in salotto in attesa di essere prelevati da zie e prozie. Ancora adesso la parola natale mi richiama come prima immagine lo schieramento degli struffoli di mia madre (a metà degli anni ’80 cominciò a farli con la base di croccantino, come li fa Mafaldablue, ma dopo qualche anno decise di tornare a non complicarsi la vita).
Stavo a lungo a guardare la coppia di capitoni vivi in una bacinella in cucina, ma è durata poco: lo spettacolo cruento del loro massacro sul tagliere piaceva poco a mia madre, e quindi mio padre decise di comprarli già ammazzati. Mai mangiato, mai neanche assaggiato il capitone in vita mia. Lui e il coniglio sono i due animali alla cui agonia del macello ho assistito da piccolo, quindi al loro riguardo mi si è inceppato il meccanismo mentale dell’appetenza, e se qualche volta mi sono forzato di mandare giù del coniglio, mi si dovrebbe legare e drogare per bene per convincermi a mangiare del capitone. Piuttosto mi ingozzo di pandoro e panettone. Comunque mi piaceva stare a guardare questi due capitoni vivi pur conoscendo il destino che incombeva su di loro, e francamente assistevo affascinato anche alla mattanza.
E poi la venuta della befana a conclusione delle feste, che portava il dono al posto di un Babbo Natale la cui tradizione ancora non si era introdotta in casa mia.
Insomma, a furia di riti esclusivi, la maggior parte dei quali poco o niente aveva a che fare con la religione, il natale mi veniva spacciato come il momento magico per eccellenza, e così lo vivevo.
Ed ero contento, altroché.
Poi mi sono reso conto di quale immensa presa per il culo sia il festeggiamento di questa natività riciclata da religioni precristiane che avevano sfruttato la splendida e accattivante idea dell’immacolata concezione molto prima che il cristianesimo ne facesse una sua prerogativa. Infatti, come ricorda Hitchens nel suo Dio non è grande:

“Il semidio greco Perseo nacque quando Giove visitò la vergine Danae in forma di pioggia d’oro e ne ebbe un figlio. Il dio Buddha nacque da un’apertura sul fianco della madre. Coatlicue, la divinità dal gonnellino di serpenti, rapì al cielo una piccola palla di piume e se la nascose in petto, e così fu concepito il dio azteco Huitzilopochtli. La vergine Nana spiccò una melagrana dall’albero innaffiato dal sangue di Agdistis e la ripose in seno, generando così il dio Attis. La figlia vergine di un dio mongolo si svegliò una notte e si trovò immersa in una grande luce, dando in seguito alla luce Gengis Khan. Krishna nacque dalla vergine Devaka, Horo dalla vergine Iside, Mercurio dalla vergine Maia, Romolo dalla vergine Rea Silvia.”

Per non parlare del culto mitraico, di cui ho già discusso nel post natalizio dell’anno scorso, la cui divinità principale potrebbe essere definita come una sorta di Gesù Cristo ante litteram, date le analogie tra i due idoli. Anzi, dobbiamo proprio al dimenticato dio Mitra, conosciuto a Roma come Sol Invictus, la data in cui viene festeggiato il natale cristiano. Della sovrapposizione natalizia del tramontante mitraismo e il crescente cristianesimo si crucciavano addirittura i papi, come ci fa notare Odifreddi citando, nel suo libro Perchè non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), il Sermone di Natale del 460 d.C. di papa Leone Magno:

“È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei.”

Perciò ancora oggi il natale cristiano per me è motivo di contentezza, ricordandomi in maniera molto più forte di qualsiasi altra occasione il mio superamento di tutte le idiozie legate al cristianesimo e, nella fattispecie, a questa festa. Mi piace ancora svegliarmi con comodo la mattina e fare colazione con gli struffoli di mia madre (che nel frattempo si è rotta il cazzo e ora li fa solo per i parenti strettissimi, ovvero solo per me e per mia sorella), ma mi piace ancora di più congratularmi con me stesso per essermi riappropriato della verità e della libertà di non dover sottostare agli umori positivi imposti collettivamente da un rito religioso. Mi piace vedere gli altri perdere il senno e festeggiare come automi la stessa menzogna che si ripropone ogni anno, e constatare beatamente di non averci proprio niente a che fare.

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