La strada dove abito qui a Napoli ha un nome nuovo da circa quarant’anni, ma qualcuno ancora la chiama col suo vecchio nome, via Caserta, o meglio via Caserta al Bravo, o ancora meglio ‘ncoppa ‘o Bravo. Con le strade prosecutive ai suoi estremi, forma l’antica via di circa venti chilometri che portava da Napoli a Caserta, voluta da Carlo III di Borbone come collegamento diretto verso la sua reggia. Infatti, il tratto casertano finale, che oggi si chiama viale Carlo III, termina proprio di fronte alla Reggia di Caserta, nella piazza vanvitelliana un tempo ellittica e poi ridotta a emiciclo in epoca moderna a causa dei lavori di ampliamento della stazione ferroviaria.
Via Caserta aveva anche un altro nome: Sotto ‘a Chiuppiata, sotto i pioppi, che a me piace paragonare al nome del viale berlinese di Unter den Linden, sotto i tigli. Gli alti pioppi, che in verità non erano solo pioppi perchè nella mia zona si alternavano tigli e platani, formavano una lunghissima e ombreggiata galleria verde, senza interruzione da Napoli a Caserta, voluta dal re come protezione dall’arsura estiva durante gli spostamenti da e per la reggia.
Via Taverna Rossa, come si chiama oggi il tratto da Secondigliano a Casoria, è chiamata ancora da qualcuno, principalmente dalle persone più anziane, via Caserta, ma nessuno si sogna più di chiamarla Sotto ‘a Chiuppiata. Sarebbe ridicolo. I pioppi furono abbattuti tutti insieme, senza nessun motivo apparente se non l’approvvigionamento di legname da parte di qualche pezzo grosso, circa cinquant’anni fa mentre un mio prozio si incazzava al telefono con il centralino del comune, urlando sia per la rabbia sia per il rumore delle seghe, senza ricevere alcuna spiegazione plausibile. Da allora via Caserta ha perso la sua galleria verde, la casa di mio zio la sua protezione contro la calura, la città di Napoli un altro pezzo di dignità.
Oggi via Caserta è un susseguirsi di cumuli di immondizia non raccolta, perchè deve lasciare posto nelle discariche ai rifiuti tossici che la camorra raccoglie da mezza Europa. Un succedersi di case fatiscenti, costruzioni abusive, marciapiedi rotti, rappezzamenti dell’asfalto che durano poco e alla prima pioggia si trasformano di nuovo in crateri perchè – e stiamo sempre là – le ditte appaltatrici fanno capo alla camorra e usano materiali scadenti, e una ditta che offra materiale decente non potrà mai sognarsi di vincere un appalto contro una ditta “del sistema”. D’estate è un forno riarso, perchè di verde non c’è più niente se escludiamo un piccolo ficus che una vecchia ha fatto piantare all’ingresso del suo vascio, e se è in corso l’ennesima emergenza rifiuti, come durante le estati degli ultimi cinque anni, diventa anche un luogo pericoloso per la salute delle persone, oltre che habitat di piccoli insetti strani che qui non si erano mai visti prima.
Mi sembra un luogo abbastanza esemplare di ciò che è diventata Napoli, ovvero una città senza vergogna e senza speranza, quindi senza futuro, se altro può mai essere un posto dove si accetta con normalità di vivere tra montagne di immondizia putrescente e poi si assedia il comunue e si fanno barricate solo quando la squadra di calcio passa in serie B. Si è preso il bello – in questo caso un viale reale ma ci sono migliaia di situazioni simili – è lo si è trasformato in qualcosa di peggio del brutto stesso, in qualcosa di osceno di cui non ho mai visto corrispettivi altrove in Europa, e per cui gli europei di altri paesi rimarrebbero decisamente basiti.

Napoli, emergenza rifiuti