Ho subito il primo tentativo di conversione all’islam della mia vita. È durato circa mezz’ora. Fermo nella Sedanplatz a tassametro spento, per fortuna.
È che io non ce la faccio a simulare la fede religiosa. Agli inviti a confidare in dio per questo o quel male che affligge il mondo faccio presente il mio ateismo, e questo causa sempre tentativi di proselitismo cristiano. Ma il tassista siriano mi mancava.
Piuttosto che mettermi a confutare i presunti meriti di un ente divino per il fatto che respiro e tiro a campare, annuisco e me la svigno con la promessa infida di rivolgermi all’imam di Napoli per uno studio introduttivo del corano. Immagino che, se avessi approfondito certe mie posizioni in fatto di sessualità, sarei stato invitato a prenotarmi per una lapidazione o, come si usa in certi paesi mussulmani di gran lunga più creativi, a farmi investire da un camion lanciato a tutta velocità.
E tutto perchè l’aereo ha ritardato ed è atterrato a Francoforte nel cuore della notte facendomi perdere l’ultima S-Bahn. Ma il simpatico siriano mi ha rilasciato una ricevuta della corsa per tentare di ottenere un rimborso dalla compagnia aerea piantando una delle grane per le quali sono famoso in svariati customer care. Insomma, cinquanta euro di taxi, non so se mi spiego. Neanche Allah si saprebbe spiegare.

Wiesbaden, Germania, dicembre, notte. Uno che viene da Napoli mette il naso fuori dalla portiera dopo che i passaggi dall’aereo al terminale e al taxi si sono svolti praticamente al chiuso, e si aspetta di essere investito come minimo da una tempesta di ghiaccio. Invece fa più caldo che a Napoli.

Risveglio. Wiesbaden mi dà il bentornato con una bella giornata di sole. Come al solito, ogni mio ritorno in Germania deve essere santificato con un’immediata full immersion nella cucina locale, quindi acquisti da Schlemmermeyer

Lust auf Delikates

e gentile preparazione di uno Schlachtplatte semplificato da parte di D., che è sempre felice di vedermi incuriosito e affascinato dalla gastronomia tedesca. Avevo in mente di fare il grande passo e assaggiare una volta per tutte il Blutwurst, e così fu lo Schlachtplatte semplificato, con il Blut- e il Leberwurst:

Schlachtplatte

Lo dico subito: il Blutwurst è qualcosa di vergognoso, il fallimento definitivo che porterebbe qualsiasi cultura gastronomica a mettersi seriamente in discussione. La cucina napoletana è riuscita a liberarsi quasi del tutto del terribile sanguinaccio originale, che ormai non fa più nessuno col sangue vero, mentre la versione moderna prevede l’uso esclusivo del cacao. I tedeschi invece non riescono a sbarazzarsi di questo salsicciotto ematico che come mai nessun altro alimento è riuscito a procurarmi preoccupanti conati di vomito. Però sono riuscito a mangiarlo tutto. Onore alla mia forza di volontà. Solo che mi sento così sporco dentro che per domani sto pensando di farmi una giornata disintossicante a base di tè verde e infusi di malva silvestre.
Il Leberwurst… be’, è fegato. Se piace il fegato, piace anche il Leberwurst, tutto qui. Sul pane imburrato non mi è dispiaciuto. Con due crauti o un’insalata di patate sarebbe stato ottimale.

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