Immagine di Comandante ad Auschwitz

Rudolf Franz Ferdinand Höss, ufficiale delle SS, per la precisione Obersturmbannführer (vale a dire tenente colonnello; le SS avevano un sistema di gradi diverso da quello dell’esercito), e comandante del campo di concentramento di Auschwitz dal ’40 al ’43, scrisse questa breve autobiografia nel ’46, durante il periodo di detenzione a Cracovia, mentre attendeva di essere processato dal Supremo Tribunale Polacco (dal quale fu poi condannato a morte e fatto impiccare proprio ad Auschwitz pochi giorni dopo la sentenza).
Dopo aver accennato alla sua infanzia (trascorsa prima a Baden-Baden, poi a Mannheim, e caratterizzata dal rigore religioso del padre che aveva pianificato per lui un futuro da sacerdote cattolico) e alla sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale come volontario nei Dragoner del Baden, Rudolf Höss comincia ad essere prodigo di dettagli a partire dalla sua militanza nel Corpo Volontari Sturmabteilung Rossbach, per poi descrivere minuziosamente tutta la sua risalita del potere nel Partito Nazista e soprattutto i circa tre anni di gestione di Auschwitz.
Non è una lettura consigliabile a chi vuole apprendere le dinamiche dell’amministrazione del più grande e famoso campo di concentramento nazista, né a chi si aspetta di… come dire?… osservare dal punto di vista del diavolo quell’inferno che fu Auschwitz, siccome Höss riporta spesso date e dati sbagliati e si affanna parecchio nel tentativo di rilanciare positivamente la sua figura. Un rilancio tentato non certo riconoscendo pienamente la gravità degli orrori di cui si era reso colpevole, ma menandola parecchio sulla solita cantilena dell’esecuzione di ordini superiori e dipingendo quadretti idilliaci di sé e della sua famiglia, non senza squallidi e viscidi dettagli bucolici.
(In realtà, ordini o non ordini superiori, fu così sanguinario da far apparire il suo successore, Arthur Liebehenschel, come un mansueto agnellino, al punto che, quando si trattò di sterminare una partita di quattrocentomila ebrei ungheresi, Himmler fece destituire Liebehenschel e reinviò provvisoriamente Höss ad Auschwitz per risolvere la cosa. E per quanto riguarda la sua bucolica famiglia, fu reso noto che sua moglie Edwig si riforniva clandestinamente di gioielli e pellicce sottratti alle donne internate di famiglie facoltose. Inoltre Höss ha qui parole cariche di amore per i suoi due figli mentre, da comandante di Auschwitz, all’arrivo dei treni dei deportati faceva inviare direttamente alle camere a gas, insieme agli inabili al lavoro, tutti i bambini di età inferiore ai quindici anni, neonati compresi, alla faccia del senso della famiglia che sfoggia in queste sue memorie.)
È una lettura consigliabile invece a chi vuole capire quali erano gli uomini che militarono nelle SS e che mentalità dovessero avere per portare avanti ed eseguire un progetto genocida così spaventoso. Non c’è bisogno di aver fatto studi da psicologo per tracciare il profilo di una persona affetta da delirio ossessivo già dal racconto della sua detenzione (dal ’23 al ’28 per il suo coinvolgimento, come membro della Sturmabteilung Rossbach, nell’omicidio dell’insegnante Walther Kadow), in cui ricorda con orgoglio la sua tenuta da detenuto modello, esecutore soddisfatto e pignolo degli ordini e assillato dal senso alto del lavoro (era tutt’altro che sarcastico l’intento con cui in seguito fece affiggere la famosa frase Arbeit macht frei all’ingresso di Auschwitz). Con questo stesso orgoglio descrive poi l’efficienza organizzativa con cui Auschwitz, sotto la sua dirigenza, si trasformò da piccolo avamposto per la reclusione dei prigionieri russi al più grande ed efficace luogo di sfruttamento e sterminio degli ebrei tra i Lager nazisti. Le rare parole di ammenda, palesemente forzate, quasi scompaiono nell’elenco compiaciutissimo di dati e fatti che vogliono dimostrare la sua capacità di essere stato all’altezza del compito. Le descrizioni della costruzione delle camere a gas, dei crematori, delle loro capacità di sterminio e delle tecniche da utilizzare (fu lui a inaugurare l’uso nelle camere a gas dell’acido prussico, famoso col nome commerciale di Zyklon-B) sono redatte da Höss con lo stile burocratico del resoconto di un qualsiasi funzionario. In seguito, durante i due processi (Norimberga e poi il tribunale polacco), tenne una condotta di distaccata e meticolosa collaborazione (addirittura rilanciò al rialzo le cifre stimate di ebrei sterminati ad Auschwitz), dimostrando di essere una persona che si trovava perfettamente a suo agio se sottoposto a un’autorità e alla disciplina, di qualsiasi tipo essa fosse, e dando quindi una conferma all’impressione che si ha da questa sua autobiografia.
Si arriva all’ultima pagina con la certezza (ed è una cosa che fa parecchio male) che lui non si sia mai reso conto della colpa di cui fu partecipe e responsabile. Lo si comprende soprattutto quando parla con disappunto e ripugnanza delle sopraffazioni interne al campo, tra deportati stessi, quali i comportamenti tirannici dei Kapo e la freddezza spietata dei membri dei Sonderkommando. Alludendo velatamente a una mancanza di dignità caratteristica degli ebrei, dimostra di non aver capito affatto l’impatto distruttivo che aveva l’internamento ad Auschwitz sulla dignità stessa, che fosse degli ebrei o no.
Concludo rubando le ultime parole della prefazione di Primo Levi.
Si spandono oggi molte lacrime sulla fine delle ideologie; mi pare che questo libro dimostri in modo esemplare a che cosa possa portare un’ideologia che viene accettata con la radicalità dei tedeschi di Hitler, e degli estremisti in generale. Le ideologie possono essere buone o cattive; è bene conoscerle, confrontarle e cercare di valutarle; è sempre male sposarne una, anche se si ammanta di parole rispettabili quali Patria e Dovere. Dove conduca il Dovere ciecamente accettato, cioè il Führerprinzip della Germania nazista, lo dimostra la storia di Rudolf Höss.

Qui un brano che ho tratto dall’autobiografia di Rudolf Höss.

Annunci