Come al solito faccio spese da solo, così non ho l’ansia dell’attesa di chi è con me, e posso scegliere le cose con calma. L’umore e il luogo prescelto farebbero da base ideale a una sindrome da shopping compulsivo di fine ottobre. In realtà la mia presenza lì è mirata al soddisfacimento di un bisogno preciso: un giubbino invernale, ché dallo svecchiamento del guardaroba fatto in primavera m’è rimasta solo roba estiva e rischio di passare l’inverno col moccio al naso.
Come ho già scritto precedentemente, mi piace fare spese in questi luoghi grandi e dispersivi, dove ti prendi tutto il tempo che ti serve sentendoti invisibile agli occhi dei pochi commessi che si vedono in giro.
Anzi, io in giro non vedo proprio nessuno. Tranne una coppia madre-figlio, lei premurosissima, lui felicissimo con le scarpe nuove ai piedi.
“Come te le senti, a mamma?”
“Bene, mammi“.
“Non sono un po’ troppo pesanti, a mamma?”
“No no, sono comodissime, mammi.”
“Veramente volevo spendere qualcosa in meno, a mamma.”
“Facciamo che è il regalo di natale anticipato, mammi?”
“Ma non diciamo a babbo quanto me le hai fatte pagare, va bene?”
Un dialogo del genere può essere tirato fuori anche dalla mia infanzia, con le stesse espressioni. Tutte le mamme napoletane conludono qualsiasi cosa detta a un figlioletto con “(sottinteso: dici) a mamma“.
In questo caso però il figlio aveva un’apparente età di trentacinque anni, e si stava facendo regalare da mammina un paio di Air Max da centottanta euro. Stavo per scrivere che altrove mi sarebbe apparsa come una situazione surreale. In verità anche qui a Napoli mi è apparsa surreale, quella conversazione.
Anzi, mi ha illuminato come sulla via di Damasco. Ho pensato: fammi fare un test e vediamo cosa risponde, ché saranno dodici anni che mia madre non mi compra più manco le canottiere lana-fuori-cotone-sulla-pelle.
“Pronto? Ma’, mi regali un giubbino di centocinquanta euro che ho trovato qui da Cisalfa?”
“Vaffanculo.”
Ha detto proprio “vaffanculo”.