Napoli. È il sedici di agosto.
La qual cosa equivale a dire che è un giovedì come tutti gli altri. Almeno come gli altri giovedì di agosto, non facciamo i puntigliosi, va’.
Andiamo a fare due passi nel centro storico, ho detto a G., ché le basiliche gotiche sono ombreggiate e fresche e io, per sottrarmi a quest’afa, fingo tutte le crisi mistiche che vuoi e recito perfino il rosario con i misteri luminosi e tutto quanto. Sant’Anna dei Lombardi è bella ma non ci giurerei che è aperta, vediamo un po’ San Lorenzo Maggiore, altrimenti ci buttiamo sul barocco, c’è più luce ma fa comunque meno caldo che per strada. Mi porto anche la guida del Touring Club, ché magari ci evitiamo quel fastidioso punto interrogativo stampato in fronte se capitiamo davanti a un bassorilievo di Donatello o a un affresco di Luca Giordano.
Macchè.
Tutto chiuso, a parte San Paolo Maggiore e l’affollato Gesù Nuovo.
Chiuse tutte le decine di chiese dei decumani e di via Duomo.
Per non parlare dei negozi. Dei caffè.
Per non parlare del centro informazioni turistiche, chiuso in maniera un po’ strana, sembrava che la saracinesca volesse dire “a chi volete rompere i coglioni il 16 di agosto?“.
Chiuso pure Scaturchio! Ma porco cane, gestisci l’unica pasticceria napoletana a cui la Lonely Planet dedica un paragrafo, e tu chiudi per ferie in quell’unico mese in cui si vedono quattro turisti a Napoli, costringendoli a tornare a casa con in bocca il sapore di una sfogliatella bisunta presa in uno squallido baretto del porto?
Già, i turisti. Ho detto a G. che i turisti (francesi e inglesi soprattutto) che si vedevano in giro un po’ disorientati, come in una città fantasma, senza sapere dove andare e cosa vedere, ai quali non rimaneva altro che fare due foto alla pittoresca sporcizia e tornarsene in albergo… ho detto a G. che mi facevano un misto di pena e tenerezza, e che li avrei messi volentieri a mie spese su un bus per Firenze o per Venezia, ché se pretendi di essere definita città d’arte fai almeno uno sforzo per dimostrare di esserlo.

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