Il Gay Pride di Mosca si è svolto oggi secondo un copione già eseguito a Varsavia, comprensivo di deliranti condanne politico-religiose (il sindaco Yury Luzhkov ha negato l’autorizzazione al corteo definendo l’omosessualità “satanica”), contromanifestazioni dell’estrema destra e della chiesa (in questo caso della chiesa ortodossa russa) e inerzia connivente della polizia, ingredienti essenziali per la degenerazione in disordini violenti.
La manifestazione aveva come tema la celebrazione del quattordicesimo anniversario della depenalizzazione dell’omosessualità in Russia, e ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni gay, deputati e eurodeputati di Regno Unito, Germania e Italia, alcuni dei quali coinvolti nel parapiglia e arrestati (perchè, secondo uno strano criterio applicato a Mosca come a Varsavia, se una manifestazione gay trascende in tafferuglio a causa di un’aggressione dei naziskin, si arrestano i manifestanti gay).
Tra gli italiani coinvolti nel pestaggio la rifondarola Vladimir Luxuria (“La polizia rideva mentre ci aggredivano“) e i radicali Marco Cappato e Ottavio Marzocchi, arrestati e poi liberati.
È inutile girarci intorno: la colpa dell’omofobia anche in questo caso è attribuibile solo al fondamentalismo religioso, nella fattispecie alla chiesa ortodossa russa che – guarda caso – tra le maggiori chiese cristiane è quella che più è in sintonia con la chiesa cattolica sulla morale sessuale. Un chiaro esempio di violenza avallata e incoraggiata da leader religiosi, quella violenza che assume i connotati del delirio tanto caro ai fanatici musulmani, diventa ingestibile e rischia di costituire un pericoloso punto di non ritorno.