Oggi è la giornata mondiale dell’omofobia, per noi.
Gli abitanti di Lacco Ameno, Ischia, stasera celebrano Santa Restituta.
Trent Reznor compie quarantadue anni.
Romano Prodi festeggia un anno di governo.
Per tutti gli altri è un normalissimo 17 maggio. E non credo di allontanarmi dal vero se dico che meno della metà degli omosessuali sanno che questa data è dedicata alle vittime dell’omofobia da quando, esattamente diciassette anni fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità eliminò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali elevandola a naturale variante della sessualità.
Diciassette anni sono pochi. Nel 1990 io avevo quattordici anni, il mio coming out era ancora lontano nel tempo ma la consapevolezza c’era già e comprendeva il senso di inadeguatezza per il percepirsi mentalmente deviato grazie al bombardamento di modelli opposti. In casa avevamo un’enciclopedia medica del Reader’s Digest in cui l’omosessualità veniva definita una malattia curabile attraverso specifi percorsi psichiatrici. Io, a quattordici anni e nonostante quel senso di inadeguatezza, sapevo che non era così e strappai via la pagina con la voce omosessualità.
In diciassette anni però l’occidente ha fatto passi da gigante, lasciandosi alle spalle l’Italia con la sua pesantissima palla al piede.
L’omofobia in Italia è tanto grave quanto sottovalutata, sia da chi non ne è colpito, sia dalle sue stesse vittime. Il suicidio di ragazzini gay o presunti tali in ben altri paesi provocherebbe un maremoto nell’opinione pubblica, mentre qui invece si lasciano ancora impuniti i vari monsignori e eminenze con i loro delirî omofobici amplificati dall’esposizione mediatica privilegiata.
Ci siamo dimenticati del “se la sono cercata” con cui il cardinale Biffi commentò il pestaggio di una coppia gay a Bologna, ora abbiamo accantonato il piano inclinato su cui Bagnasco ha posto coppie gay e pedofilia, quindi ci dimenticheremo anche di essere stati definiti nemici da Bertori. In questo modo non avrà mai fine.
Non mi meraviglio, visto che io non riesco a convincere nemmeno la gente che ho intorno della gravità dell’omofobia clericale e politica. O almeno ci riesco a fatica e solo evidenziando e commentando i fatti, come nel caso della mia pur atea famiglia. Se però, a ogni dichiarazione fascio-omofobica del cardinale di turno, devo spiegare il perchè e il percome dell’omofobia, mi cadono le braccia e mi sento fottuto e solo.
Questa giornata dell’omofobia – detto francamente e mi si perdoni il disfattismo – è un po’ triste, perchè è roba nostra e non se la fila nessun altro. È solo un normalissimo 17 maggio, e a scuola qualche insegnante ricorderà che ricorre l’anniversario dell’omicidio di Calabresi, di sicuro nessuno farà cenno alla giornata dell’omofobia.
Ora sono un po’ stanco di limitarmi a pretendere incompatibilità tra fede cattolica e rispetto per la mia persona. Da oggi in poi vado un po’ oltre e comincio a stabilire incompatibilità tra l’indifferenza per l’omofobia cattolica e il rispetto per me.
Il 16 giugno a Roma mi farebbe piacere un segnale (a buon intenditor…).