Gli operai dell’azienda multinazionale italiana dove lavoro non ce la fanno ad arrivare a fine mese.
Va bene, alcuni di loro hanno l’abitudine di devolvere parte del loro stipendio alla nobile causa delle scommesse sportive. Molti hanno una quotidianità costellata di bisogni inutili e ben al di sopra delle loro possibilità. Quasi tutti fanno ancora parte della cultura ormai arcaica della donna in casa a gestire la figliolanza e dell’unico stipendio in famiglia.
Sta di fatto però che i loro omologhi tedeschi, a parità di condizioni, arrivano a fine mese mentre loro piangono miseria.
Io credo che negli ultimi anni qualcuno si sia concentrato troppo sullo sforzo di trasformare gli operatori dei call centre in protagonisti di una nuova lotta di classe e si sia dimenticato degli operai.
Gli operai dell’azienda dove lavoro, per avere una busta paga con una cifra netta che un operaio tedesco troverebbe ragionevole per un apprendista neoassunto, si fanno un culo così passando le loro giornate in fabbrica e sacrificando la loro vita privata in virtù dello straordinario.
Le quaranta ore settimanali diventano sessanta perchè altrimenti il bilancio familiare va a rotoli. Sessanta ore trascorse non proprio seduti a una scrivania, sia ben chiaro, distribuite in turni massacranti e mai un fine settimana libero.
E il meccanismo, per ironia della sorte, è così perverso che gli operai sono grati all’azienda che permette loro di fare così tanto straordinario per arrotondare uno stipendio da fame che essa stessa paga.