La sera del 23 dicembre di anni fa aspettavo un pullman a una fermata di Secondigliano. Alle mie spalle la saracinesca calata di quella che forse era l’unica pescheria di tutta Napoli e provincia a aver chiuso, e a farmi compagnia sul marciapiede un capitone fuggito dalla vasca e dimenticato lì a contorcersi per il bisogno di tornare in un habitat decente.
Ecco cosa significa non rispettare le tradizioni.
Avrei dovuto salvarlo, forse. Magari solo per espiare le mie colpe di bambino quando, a Natale a casa di mia nonna, punzecchiavo con il coltello la coda dei capitoni vivi che aspettavano in una bacinella di essere immolati sull’altare della tradizione (col tempo, lasciandomi alle spalle la crudeltà infantile, ho sentito spesso il rimorso dell’aver torturato quei capitoni nelle ultime ore della loro vita).
Invece presi il 149 (allora c’era il 149, che nostalgia) e lo lasciai nella solitudine delle sue contorsioni spasmodiche.
La notte tra il 23 e il 24 dicembre è la notte dei capitoni e delle vongole. Tutte le pescherie di Napoli e provincia rimangono aperte fino all’alba per onorare il rito dello shopping ittico prenatalizio, siccome il cosiddetto cenone prevede una tavola imbandita con ogni bendidio di acqua salata.
Nonostante l’indifferenza con cui passo attraverso le festività natalizie, certe tradizioni napoletane sono così pittoresche che valgono la pena di prendervi parte. Perciò stanotte io e V. abbiamo fatto un salto nella bolgia del mercato del pesce di Porta Nolana a cercare un paio di calamari freschi, ma soprattutto a vedere le quotazioni dei vietatissimi datteri di mare.
Erano lì, spudoratamente in bella mostra, pronti per impreziosire il menu a casa di qualche gradasso di Forcella.
Quotazioni? Quest’anno dagli 80 ai 150 euro al chilo.

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