R.J. veniva da un pueblo di pochi abitanti arroccato a cinquemila metri di altitudine sulle Ande boliviane. Era un Quechua, una delle due grandi etnie inca, e mi disse che sua madre non parlava lo spagnolo, ma solo la lingua quechua.
R.J. mi raccontò che dalle sue parti, nei secoli addietro, in occasione di non so quale festività estiva, gli uomini dei villaggi salivano sulle cime ricoperte dalle nevi eterne e riscendevano a valle portando enormi blocchi di ghiaccio che venivano lasciati al sole. Il ghiaccio si scioglieva e quindi tutti giù sulle ginocchia a adorare il dio Inti che aveva compiuto il miracolo. Poi via ai festeggiamenti.
Un bel giorno arrivarono gli spagnoli e, dopo aver massacrato un po’ di gente, spiegarono ai superstiti che quel miracolo non era opera del dio Inti, ma di sant’Antonio. E da allora fino a oggi, ogni anno, tutti inginocchiati a adorare sant’Antonio che ha fatto il miracolo sui blocchi di ghiaccio che ancora vengono portati a valle.
Poi R.J. lasciò Napoli per le più accoglienti Canarie, lasciandomi questo e altri aneddoti sulla cultura del suo popolo.

Cambiando cultura e popolo, Dies Natalis Solis Invicti è il nome latino della festività del culto mitraico (Persia) che cadeva il 25 dicembre, della quale si hanno notizie di parecchio antecedenti alla nascita del cosiddetto Cristo.
Il dio Mitra, identificato come Sol Invictus dai militari romani tra cui pure si diffuse questa religione, si incarnò nascendo da una donna vergine in occasione del solstizio d’inverno, fu adorato dai pastori, ebbe dodici discepoli, fu ucciso da una lancia che trapassò il suo costato, e risorse dopo tre giorni.
Non so se mi spiego.
Buon Dies Natalis Solis Invicti a tutti, allora.