Io capisco che il più grosso errore di chi vive di cultura e con la cultura è scambiare la sua cultura per il metro di giudizio valido per tutta la vita e per tutti gli altri, colti e gretti. Io quest’errore non l’ho mai fatto, come non ho mai fatto quello di scambiare per ignoranti quelli colti in un modo diverso dal mio, anche se qui ce ne sarebbe da dire più a mio favore che a loro. Io, per esempio, non sono un vigliacco, non sono un ipocrita, non sono un opportunista, non sono un uomo servile. Non sono tante cose, e a forza di non essere tante cose che sono invece gli altri, si finisce per non essere più niente. Sei tu, e non sei più niente per nessuno. Gli altri non si possono identificare in te neppure lontanamente e fanno schieramento tra di loro, mica ti riconoscono il tuo coraggio, la tua franchezza, la tua integrità, l?ardore che metti nell’esercizio del tuo libero arbitrio, il punto d’onore che ti fai di promuovere la dignità e la libertà tua e di tutti. Ti isolano, e ovviamente mica per i motivi che ti riconosci tu, ma per quelli a te ignoti che si riconoscono fra di loro per farsi coraggio nella loro sopravvivenza di comodo.
Gli altri sono sistematici al sistema, io non lo sono nemmeno a me stesso.

Mi sembra, quando ho a che fare con qualcuno di questi qui, questi umani che vanno per la maggiore più che mai e nemmeno loro sanno bene perché poiché sono convinti di meritarselo per una qualche dote o dono innato individuali invece per la loro mediocrità civile? per non dire sentimentale? in cui è così facile per le masse immedesimarsi e sentirsi istituzionalmente rappresentati; sia che abbia a che fare con loro per via diretta, a una cena o al bar, o per via indiretta, tipo le televisioni o i giornali o i film o le canzonette o i tribunali o gli spettacoli teatrali in genere, mi sembra di essere stato spedito qui da un altro pianeta per espiare una colpa mai confessatami dai miei giudici e che da solo non ce la faccio a enucleare nel mio cervello, qui a scontare una punizione col sacrificio della vita stessa. Tocco col cuore, palpito dopo palpito e stretta dopo stretta, l’estraniazione che potrebbe provare un uomo che dal 2100, prima o dopo Cristo fa lo stesso, sia stato confinato a vivere fra persone rimaste indietro, per non dire avanti e indietro, di una civilizzazione, di una rivoluzione psichica. Loro non hanno tutti i torti a essere quel che sono, ma io cosa c’entro? Perché è toccato proprio a me vivere al presente nel passato degli altri? Nel loro sangue marcio che fu essendo ora? Che cosa posso mai dirgli io per accelerare il loro ricambio, e certo non per filantropia, ma per un po’ di amor proprio, perché a me piacerebbe fare ancora un po’ in tempo a vivere e da solo mi sforzo ma è dura, sempre più dura, e temo anzi di avere smesso del tutto di sforzarmi.

(Aldo Busi)