A me è stata assegnata la poltrona 5 della fila 34, vale a dire indietro e lontano qualche chilometro dal palco. È stata la punizione per aver acquistato il biglietto all’ultimo momento, ovvero sei mesi prima del concerto, pochi giorni prima del tutto esaurito.
Per fortuna non mi accontento, quindi ho occupato abusivamente una poltrona apparentemente abbandonata in terza fila dopo l’inizio del concerto. Insomma, nel 1996 deposi definitivamente qualsiasi speranza di vederli dal vivo, e ora che si è realizzato il miracolo (impossibile parlare di sogni avverati dove non c’è più speranza), l’ho portato fino in fondo arrogandomi il diritto di sedere a pochi metri dalla Stronza e dal Vecchio (come amiamo definirli affettuosamente io e M., il quale è seduto proprio dietro di me, di diritto in quarta fila, avendo acquistato il biglietto in tempo utile, quindi otto mesi prima del concerto).
Mai visto un teatro così pieno, perfino di fotografi e giornalisti penalizzati da accrediti all’impiedi e quindi costretti a vedersi il concerto dai lati del palco non avendo avuto la mia napoletana faccia tosta di fiondarmi su una poltrona vuota al minimo sospetto di rinuncia del legittimo locatario (quindi tu, anonimo rinunciatario della poltrona 24 in terza fila, sappi che ti devo un caffè).
I Dead Can Dance della reunion (anglismo traducibile in Italiano come “da solisti non abbiamo speranze, vediamo di rinvigorire i nostri conti in banca in qualche modo”) non hanno il sacrosanto Peter Ulrich nè il celticissimo Robert Perry (sì, consanguineo del Vecchio) nè tutti i gloriosi musicisti del tour da cui venne fuori Toward the Within, fatta eccezione per il fedele Lance Hogan. Ma va bene lo stesso: i Dead Can Dance sono solo la Stronza e il Vecchio e immagino che il cento per cento dei paganti presenti sia lì solo per loro due (lei vestita dell’immancabile lenzuolo, questa volta giallo canarino, lui arrotondato da un’inedita pancetta).
Attaccano con Nierika ed è tutto un susseguirsi di cavalli di battaglia imprescindibili (Sanvean, Rakim, Yulunga…), qualche brano che non mi sarei aspettato di ascoltare dal vivo (The Obiquitous Mr Lovegrove, soprattutto How Fortunate the Man with None…) e un po’ di inediti, come vuole la tradizione. I momenti più emozionanti sono stati Sanvean (durante la quale mi sono girato per verificare che M. fosse debitamente emozionato e sì, lo era) e Severance. Nessun calo di tono, nessun segno del tempo, tutto impeccabile e perfetto come ci si aspettava. Ecco, forse un po’ troppo secondo le aspettative: a momenti sembrava di rivivere il filmato di Toward the Within, mentre sarebbe stato più che apprezzabile sacrificare le ormai solite Yulunga e The Wind that Shakes the Barley per tirare fuori qualche bel brano mai sentito dal vivo. Ma rieseguire quasi fedelmente Toward the Within (c’è stata perfino American Dreaming, ci mancava solo Cantara) coincide perfettamente con lo spirito con cui Lisa Gerrard e Brendan Perry si sono riuniti e – si dice – lanceranno sul mercato (sì: “lanceranno sul mercato”) un nuovo album.
Alla fine del concerto, M. mi fa: “Non sembra anche a te che la Stronza e il Vecchio non si parlino nemmeno? Lei si è perfino tirata dietro Patrick Cassidy. Secondo me si odiano.”
Forse non si odiano, di sicuro non sono tornati insieme per ritrovato amore fraterno, ancora più sicuro è che avrei preferito Pieter Bourke al posto di Cassidy, se proprio la Gerrard doveva imporre in formazione uno dei suoi collaboratori (il quale Bourke, oltre ad aver già collaborato con i Dead Can Dance, è pure più bello di Cassidy).
A parte le debite critiche, sto cercando da qualche giorno di scavare nella mia memoria per vedere se c’è stato un concerto più emozionante di questo, ma per adesso non ho trovato ancora niente.

Totentanz (Tote koennen tanzen)

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