Tradire deriva dal latino trado, consegnare. Il significato corrente in italiano è dovuto con ogni probabilità all’episodio evangelico della consegna di Gesù all’autorità da parte di Giuda. Di conseguenza, l’origine del verbo tradire conferisce all’azione il senso del venire meno a un patto di fiducia anche nell’accezione che a noi interessa nella fattispecie, quella di cornificare.
La traduzione tedesca di tradire in questa accezione è molto tecnica: fremdgehen, composto dall’aggettivo fremd (estraneo) e dal verbo gehen (andare). Mancando etimologicamente di ogni riferimento al senso di fiducia disattesa, può essere usato anche per definire una trombata extraconiugale avvenuta col consenso del partner in un contesto di cosiddetta relazione aperta, uso che non può essere fatto col corrispondente verbo italiano. Nel mio vocabolario improvvisato tedesco, ovvero quel piccolo patrimonio di invenzioni lessicali estemporanee che nei primi anni in Germania costruivo sul momento per uscire da qualche difficoltà linguistica durante una conversazione, avevo ricavato il sostantivo dal verbo, e così tradimento (sempre nell’accezione sessuale) fu da me creativamente espresso come Fremdgang, parola che però non esiste: si usa l’infinito sostantivato. Però, insomma, mi ero fatto capire: il bello del tedesco è che a volte puoi giocare di fantasia nella costruzione delle parole quando quelle corrette ti mancano, e sei evidentemente in errore ma vieni capito alla grande.

Mentire in italiano ha un etimologia davvero interessante: deriva dal latino mentior (mentire), che a sua volta deriva da mens (la mente).
In tedesco si dice lügen, deriva dall’alto tedesco antico liogan che ha lo stesso significato. Oltre non posso risalire, non sono un linguista, ma mi limito a notare che il protogermanico lioga significa contratto, il gotico liugan significa sposare, il latino lego significa legare. Eventuali considerazioni e conclusioni le lascio a chi è più esperto. Comunque il resto è collegato: in tedesco Lüge vuol dire bugia e Lügner bugiardo. Fin quasi al quinto anno di residenza su suolo tedesco non avevo mai usato nessuna di queste tre parole, né le avevo memorizzate incontrandole in qualche lettura. Dopo così tanta pratica della lingua mi sono ritrovato a un certo punto nell’imbarazzo di non saper dire bugiabugiardomentire, ma le possibili perifrasi non sono state poi così avvilenti. Dire una cosa non vera ha la sua dignità. Poi però ho imparato a usare il verbo giusto: lügen.

Deludere in italiano ha origine dal latino ludus (gioco). Interessante notare che il verbo latino deludo non significa deludere ma ingannare o prendersi gioco di qualcuno, e mi pare che il deludere italiano non ne abbia ereditato alcun senso di volontà. Si può deludere anche in buona fede.
In tedesco si dice enttäuschen, dal verbo täuschen (barattare, cambiare) più il prefisso ent-, che tecnicamente è privativo, ma in tedesco rende l’idea della sottrazione più che della privazione. Etimologicamente, quindi, è molto più vicino del verbo italiano al significato corrente. È un’altra di quelle parole che, pur svolazzando spesso nei pressi dei miei timpani, ho memorizzato solo dopo anni. L’ammissione di cosa usassi prima di memorizzarla, lo ammetto, è un po’ imbarazzante: quando lo scorrere veloce della conversazione non mi consentiva di allestire una perifrasi decente, ci piazzavo un bel disappoint inglese, che tutti capiscono. Ich bin sehr disappointed. Anzi, visto che tendo spesso all’enfasi: ich bin unglaublich disappointed. Ovvio, venivo puntualmente corretto, ma ci sono parole tedesche che vanno ripetute più e più volte prima che rimangano finalmente appiccicate a qualche neurone, figurarsi enttäuscht!
Ma non solo: ancora al settimo anno in Germania (l’anno scorso) ho avuto difficoltà residue nell’uso del sostantivo Enttäuschung, delusione. Siccome l’Enttäuschung tedesca condivide con il disappointment inglese non solo il significato di delusione, ma anche quelli di disappunto e essere contrariato, usavo sì Enttäuschung correttamente, ma con la sensazione di non riuscire a esprimere pienamente quel senso di triste avvilimento che nella delusione italiana è implicito. Recentemente mi è stato spiegato che l’Enttäuschung che necessiti di esprimere quel senso specifico nei confronti della persona che l’ha causata può essere accompagnata dall’aggettivo menschlich, umano. Was für eine menschliche Enttäuschung, e a questo punto l’avvilimento è comunicato pure meglio che in “che grande delusione”.

Checca è una parola italiana che non amo molto. Sulla sua etimologia brancolo nel buio (in rete trovo ipotesi poco convincenti, credo non ne abbia una alla quale sia interessante risalire). La uso poco, e nelle conversazioni con miei concittadini le preferisco il corrispettivo napoletano fecàto (mi raccomando, ché alla pronuncia del napoletano ci tengo: fə’catə), la cui origine pure mi è ignota, mi limito a notarne una vaga assonanza con l’inglese faggot, che ha più o meno lo stesso significato. Fecàto, esattamente come faggot, esprime molto più disprezzo di checca ed è difficile – ma non impossibile – adoperarlo senza farlo risultare offensivo.
In tedesco l’ho sbagliata per anni dicendo Schwuppe, fusione di Schwul (gay) e Puppe (bambola), che pure vuol dire checca, ma è slang che avevo appreso a Berlino e credevo fosse “Hochdeutsch“. Solo in seguito ho imparato la parola giusta di rilevanza pangermanica: Schwuchtel. Deriva dal verbo tedesco antico schwuchteln, che significava agitarsi, più precisamente ballare agitandosi, e quindi racchiude in sé anche l’accezione che in italiano va resa con l’aggiunta degli aggettivi sbattuta o isterica. Adoro questa parola. Posso usarla economizzando sugli aggettivi. Schwuchtel. Devo dire però che anche a questa preferisco di gran lunga fecàto. Si’ nu fecato ‘e sfaccimma (‘si ‘nu fə’catə ‘e ʃfa’tʧimmə).

Lo scorso agosto sono stato in Giappone e da allora avevo questo post conservato in forma di bozza, senza riuscire a trovare il tempo di rivederlo, correggerlo e pubblicarlo. E così il post, da che era scritto in tempo reale durante la permanenza nipponica, si è un po’ attempato, e ho dovuto trasformare tutti i tempi verbali per adeguarli al racconto di una cosa che nel frattempo si è allontanata nel passato.

Sono stato a Kyoto, Nara e Tokyo.

Ci sono arrivato parecchio impreparato come turista, contrariamente alla meticolosità con cui di solito mi documento su ogni dettaglio del paese che mi appresto a visitare. Si è trattato in fondo di un viaggio di lavoro di una settimana a cui ho aggiunto una settimana di ferie dato che, trovandomi lì per la prima volta, pareva proprio il caso di visitare anche qualcosa. Così, alla fine degli impegni lavorativi, chi era con me se n’è tornato a Francoforte e io sono rimasto per una settimana da solo in mezzo a 120 milioni di persone che non capivo e da cui non ero capito (su ‘sta storia della lingua torno tra qualche riga).
Sono stato aiutato non solo dalla Lonely Planet acquistata al volo, ma anche da alcuni colleghi pratici di faccende giapponesi che da Francoforte, in barba al fuso orario, mi hanno seguito e indirizzato assiduamente su Whatsapp, in un gruppo di supporto appositamente creato, indicandomi cosa visitare, come arrivarci, cosa preferire, e anche litigando tra loro su quali siti accantonare dato il tempo limitato. Sono stati fantastici.
Ne sono venuto via con la conclusione che io ai giapponesi voglio tanto bene ma, per quanto possa essere affascinato dalla loro cultura, nel loro paese non vivrei mai.

Non parlerò molto di Tokyo: è una megalopoli dalle caratteristiche decisamente globalizzate. Non potrei aggiungere niente a quello che si sa già diffusamente, né voglio fare una lista dei luoghi e dei monumenti che ho visitato. Voglio però dire che, di tutti i grattacieli e le torri su cui si può salire per una vista dall’alto, quella che ho trovato davvero fantastica è la Mori Tower a Roppongi Hills. Salire sul tetto poco prima del crepuscolo e rimanerci tutto il tempo necessario per il passaggio dal panorama diurno a quello notturno è una delle cose più belle che ho fatto a Tokyo.

Veniamo a Kyoto.

Dispone di un patrimonio storico e artistico immenso, e io ho l’impressione che in quei tre giorni, pur avendo visto tutte le cose più importanti, ho solo grattato la superficie. A chi deve visitare Kyoto e ha interesse per monumenti, architettura antica, santuari shintoisti e templi buddisti, direi senza dubbio che ci vogliono almeno – ma proprio come minimo sindacale – cinque giorni, dei quali uno da trascorrere a Nara, che è a mezz’ora di treno e non va trascurata.
E forse è meglio tenere presente che ottobre sarebbe il mese ideale, così si assiste allo spettacolo del foliage nei giardini zen, e se uno è sensibile al caldo sfugge anche all’afa estiva giapponese coi suoi trenta, trentacinque gradi che altrove sopporti bene e lì si percepiscono come quarantacinque per un’umidità pazzesca, quella che ti incolla i vestiti addosso.

Kyoto da sola vale un volo di undici ore, e ora, col proverbiale senno di poi, penso che avrei fatto meglio a restarci per tutto il tempo, rimandando Tokyo a un altro viaggio.
Oh, non voglio mettere in competizione Kyoto e Tokyo. Sono due città diverse e imparagonabili. Kyoto, nonostante il milione di abitanti, ha un’atmosfera raccolta e dolcemente provinciale, con uno stile di vita abbastanza rilassato. Tokyo è una metropoli sconfinata e frenetica, ha ben tredici milioni di abitanti e ovunque ti trovi li percepisci tutti. Resta il fatto che sono venuto via da Tokyo con la sensazione che quattro giorni siano stati sufficienti, mentre Kyoto mi ha lasciato un enorme dubbio sulla necessità di un soggiorno più lungo.

Cosa ho visto? L’antico quartiere di Gion, tutto il centro cittadino (compreso il Nishimi market) e qualche quartiere periferico, il Tetsugaku-no-michi (il “sentiero della filosofia”), Fushimi Inari-taishaTōfuku-jiKinkaku-jiGinkaku-ji, Nanzen-ji e una pletora di santuari shintoisti minori. Ho dovuto tagliare fuori dal programma alcuni siti importanti come il castello Nijo e il palazzo imperiale, siccome il tempo non ha questa particolarità di potersi dilatare, almeno non secondo le leggi della fisica in vigore in questo universo.
A Nara – tappa obbligatissima di qualsiasi turista si trovi nella regione del Kansai – ho visitato ovviamente Todai-ji, Kofuku-ji, Kasuga-taisha e tutto quello che c’è di monumentale nel bellissimo parco, dove ho passato la maggior parte del tempo a fare sciò ai cerbiatti che hanno sviluppato un’indole tendente al rompicoglioni, per non dire allo stalking, a causa della libertà con cui ai turisti è permesso dare loro da mangiare.

Per chi non parla il giapponese (quindi per me), a Kyoto la lingua non è un problema nell’interazione con marchingegni elettronici, distributori automatici di biglietti, segnaletica orientativa nelle stazioni ferroviarie, menu di ristoranti ecc., perché tutto è molto intuitivo e spesso anche in inglese, e tutti i ristoranti espongono in vetrina fedelissime riproduzioni (in plastica o cera) delle pietanze che servono. È invece un problema nell’interazione con esseri umani: l’inglese è parlato pochissimo e male, perfino in posti dove ti aspetteresti senza dubbio di poterlo usare. Stando alla mia esperienza, nelle biglietterie dei siti storici, negli uffici di informazioni turistiche o ferroviarie, e se va bene nelle reception degli alberghi, al personale hanno insegnato un campionario di espressioni standard e domande-risposte in inglese relative alla routine del loro lavoro, ma se fai una domanda che loro non si aspettano, non vieni capito. Se miracolosamente vieni capito, non hanno strumenti lessicali per risponderti, o magari ti rispondono in qualche modo e tu non capisci una minchia. Quello che può sembrare un dramma del turista a digiuno di giapponese però è un problema molto limitato, perché tutto è strutturato e organizzato in modo da permetterti di cavartela da solo sempre e comunque.
Non faccio una colpa di questa miserabile anglofonia ai giapponesi (da che pulpito, poi, potrei farla sapendo quanto e come viene parlato l’inglese in Italia…). Hanno una lingua isolata, estremamente lontana da qualsiasi altra lingua, e ho potuto constatare personalmente quanto sia difficile per loro imparare una lingua straniera pur vivendo nel paese dove è parlata. Figurarsi quali progressi ci si può aspettare da quei giapponesi che l’inglese lo studiano lì in Giappone. Ho visto però che la conoscenza locale dell’inglese migliora in maniera inversamente proporzionale all’età. La persona giapponese che mi ha parlato con l’inglese migliore durante tutta la mia permanenza è stata una bambina di circa dieci anni, che mi ha fermato davanti al Kofuku-ji di Nara e mi ha fatto delle domande per un sondaggio coi turisti che stava facendo per la scuola.

I costi sono parecchio contenuti. Il Giappone ha ‘sta fama di paese costosissimo per il turista, e invece io ho trovato Kyoto molto economica. Venendo dalla Germania, non ho trovato niente che fosse più costoso che a Francoforte, fatta eccezione per il cibo fresco nei supermercati, decisamente più caro. Una corsa singola sui mezzi pubblici di Kyoto costa circa 1,70 Euro (a Francoforte 2,60), un espresso in media 1,50 (a Francoforte non te la cavi con meno di 1,90), gli ingressi in musei e in siti storici sono tutti intorno ai 3,50 euro. Gli alberghi mi sono sembrati anche relativamente economici, per non parlare della ristorazione, che è di straordinaria qualità e costa pochissimo. L’ultima sera ho cenato con tredici euro – bevanda inclusa – in un ristorante teppan, mentre le cene coi colleghi in ristoranti medio-alti sono venute sui quaranta euro, molto meno di quanto costerebbe un ristorante dello stesso tenore in Italia. Lo Shinkansen “Nozomi” da Kyoto a Tokyo mi è costato 100 euro per la sola andata, ma ho coperto in due ore un percorso di oltre 500 chilometri, comodamente seduto in una seconda classe che mi è parsa un tantino più accogliente e spaziosa perfino della prima classe degli ICE tedeschi, ugualmente costosi.

Il clima… boh, posso parlare per quello estivo. Ero stato ampiamente preparato all’inferno dell’afa estiva giapponese, ma ero stato messo in guardia da tedeschi, gente che quando viene colpita da un raggio di sole ha le convulsioni e si incenerisce. Il caldo è rovente, senza dubbio, e l’umidità è molta e fa percepire una temperatura decisamente più alta di quella reale. Tutto comunque sopportabile per chi viene dal sud. Anzi, a me ‘sto clima giapponese mi ha regalato per una settimana questa cosa bellissima del poter uscire di sera il più possibile scoperto, avvolto dal calore estivo. In Germania te lo scordi pure a luglio.
È buona norma portarsi comunque una felpa con cappuccio se si prevede di trascorrere più di un certo tempo in un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, dove la climatizzazione rasenta spesso il concetto di tormenta antartica e la cervicale è messa a dura prova da tempeste di ghiaccio e apocalittiche bufere siberiane sputate fuori dai bocchettoni dell’aria condizionata.

La persona fumatrice in Giappone è soggetta a una persecuzione che non ho mai visto altrove. Già a Chicago mi sembrava esagerato vietare alla gente di fumare entro 15 piedi dall’ingresso dei negozi. A Kyoto invece è completamente vietato fumare per strada in alcuni quartieri centrali, e negli altri è permesso solo in aree limitate e difficili da trovare. Di sera vedi qualche disperato vecchietto giapponese nascosto in un vicolo che si fuma una sigaretta con l’aria di chi sta commettendo un crimine (in effetti lo sta commettendo). Tu invece, italiano legalitario che all’estero si attiene scrupolosamente alle norme locali, non puoi fare altro che aspettare di imbatterti in uno dei pochissimi caffè con saletta fumatori, e pur di farti una sigaretta ti tracanni un espresso controvoglia.
Ma io capisco tutto questo. I quartieri in cui il divieto è totale sono quelli coi marciapiedi più affollati, e io ho ricordi infastiditi di chi mi fumava accanto per le strade affollate di Napoli durante quei beati nove anni in cui non toccai una sigaretta. Quindi, anche se percepisco una decisa frustrazione come fumatore, mi sta bene. Ma allora perché ci sono distributori automatici di sigarette ovunque?
E comunque anche le sigarette costano meno che in Germania o Italia.

La gente… un garbo, un’ossequiosità mai visti altrove. Inchini, salamelecchi e profusione di sorrisi, ma soprattutto un sacco di persone molto amichevoli.
La sera, durante le uscite coi colleghi appena conosciuti, in un gruppo di gente dove con due sole persone potevo godere di una lingua in comune (tutti gli altri giapponesi non erano in grado di proferire neanche il più elementare vocabolo in inglese, e stiamo parlando di laureati impiegati in una multinazionale…), li vedevi tutti fare sforzi sovrumani per mantenere un contatto comunicativo con me, per farmi sentire coinvolto nella conversazione generale, e per non farmi sentire a disagio. Nonostante l’assenza di una lingua comune ci sono riusciti, e io non mi sono annoiato neanche un po’. Un’esperienza antitetica alle mie (sempre più rare) uscite di gruppo con tedeschi, gente di cui parlo pure la lingua.
E tuttavia…
Quei rigidissimi formalismi, quegli inderogabili doveri sociali, ma soprattutto quel concetto di disonore che si applica in maniera (per noi occidentali) sproporzionata a ogni misero sbaglio e può diventare uno stigma sociale enorme, pur riconoscendoli come i fattori che rendono la società giapponese così ordinata e produttiva, mi causano una dermatite e svariati altri fenomeni psicosomatici alla sola idea di trascorrere in Giappone un periodo più o meno lungo che abbia fini diversi da quelli turistici.
Scritto con massimi ammirazione e rispetto: non è una società in cui vivrei bene. Di più, non riesco a immaginarmi come vi si possa vivere bene non essendoci nati e quindi non essendo stati educati fin dall’infanzia a una enorme sproporzione nell’equilibrio tra percepire sé stessi individualmente e come elementi di una società.
Mi permetto di portare a sostegno di questa mia percezione la testimonianza di molti giapponesi di mia conoscenza residenti a Francoforte, che non saranno rilevanti come campione statistico, ma sono comunque un fenomeno che va registrato: non passa loro manco per l’anticamera del cervello l’idea di tornare a vivere in Giappone, viziati come sono dalla rilassatezza delle regole sociali tedesche (tedesche! ho detto tutto!) e soprattutto dal mondo del lavoro europeo che si compenetra meno, infinitamente meno, con la vita privata.

Sul cibo ci sarebbe molto da dire, ma cosa posso aggiungere io a quello che della cucina giapponese – ampiamente conosciuta e celebrata – si sa già?
Innanzitutto direi che il turista vegetariano, per non parlare di quello vegano, ha vita dura in Giappone. Qui e lì ho visto qualche ristorante vegetariano, ma con un offerta molto limitata. Altrove, anche il più semplice ramen di soli udon e verdure è immerso in un brodo di carne di maiale.
Inoltre mi è sembrato che i giapponesi condividano con le popolazioni mediterranee una certa ritualità dei pasti, portandola ad altissimi livelli. Mentre i tedeschi mi hanno abituato (visivamente, perché personalmente non mi sono adeguato) a una certa anarchia del nutrirsi, con assenza di orari e luoghi specifici, in Giappone lo street food è limitatissimo e mangiare per strada è una cosa fuori dall’ordinario, per non dire che consumare un qualsiasi alimento nei mezzi pubblici è proprio vietato. Ci si siede a tavola e si mangia in maniera composta. Punto.
Tanto leggera la cucina giapponese comunque non è: fritture diffusissime, brodi e carni molto grassi. Ci sono però pochi carboidrati (non mangiano pane, e la quantità di riso o di spaghetti in una porzione di ramen è decisamente minore che in un nostro piatto di pasta), quasi del tutto assenti i formaggi, e i dessert sono molto leggeri e poco dolci. Addirittura le bibite fredde sono poco o per niente zuccherate: il loro te freddo – adorato e consumatissimo – è a base di te verde senza alcuna aggiunta di zucchero, quindi caloricamente irrilevante.
Fatto sta che a Kyoto sono tutti magri, gli unici rotoli di lardo li ho visti sui fianchi dei turisti occidentali.
Hanno l’aspettativa di vita più alta del mondo e non so dire se dipenda dalla loro alimentazione, ma questa mi è sembrata senza dubbio più sana di quella occidentale, e credo – se ho capito bene – che debba anche bilanciare il pochissimo tempo che dedicano allo sport: tra orari di lavoro assurdi e doveri sociali vari, non so come possano dedicare un paio d’ore a uno sport durante la settimana.
Infine: dal punto di vista gastronomico, il Giappone è il paese ideale da visitare in solitaria. Molti, moltissimi ristoranti sono fatti a posta per accogliere proprio clienti singoli. Quando mi è capitato di viaggiare da solo altrove, ad esempio una settimana in Andalusia anni fa, ricordo che andare a cena in un ristorante da solo era un po’ imbarazzante perché cosa stranissima per gli usi locali. Problema assolutamente non postosi in Giappone: ti ritrovi a risucchiare rumorosamente udon da solo al banco del ristorante insieme a giapponesi altrettanto soli, e non ti senti un pesce fuor d’acqua.

Ci tornerei?
Hai voglia. Domani stesso. Tantissimi sono i luoghi in Giappone che vorrei visitare, e la loro cultura mi affascina da morire, pur percependola come qualcosa di enormemente distante da me.

L’anno scorso ho preso una donna delle pulizie, che la lingua tedesca taglia corto e chiama putzfrau, donna più la radice verbale di putzen, pulire, come se noi dicessimo pulidonna, definizione che avrebbe quel vago riferimento a una specie di wonder woman.
La mia putzfrau però era serba e non parlava una parola di qualsiasi lingua che non fosse il serbo. Se le dicevi putzfrau capiva che ti stavi riferendo al suo ruolo, ma poi non andava molto oltre. Bisognava chiamare il marito per comunicare con lei, anche se lei era davanti a te.
Non l’ho voluta io, sia ben chiaro, ché dell’igiene casalinga ho un’ossessione delirante come chiunque sia stato allevato da una madre napoletana, e siccome si è in due adulti in una casa che tutto sommato non è la reggia di Caserta, quel poco di zozzimma che si crea qua e là va via facile e in due minuti. Ho perfino il piano cottura elettrico in vetroceramica, ché trovare un appartamento a Francoforte con la cucina allacciata al gas è un miracolo difficile da verificarsi, tanto che conosco una napoletana, qui a Francoforte, che ha scelto deliberatamente di mettersela comunque, la cucina a gas, in un appartamento che tecnicamente non lo consente, per poi stare appresso a ‘ste bombole di metano che ti finiscono di domenica, ma va be’: volevo solo dire che il piano cottura in vetroceramica si pulisce in un attimo con una sola passata di Cif, e quando hai scoperto questa cosa dici che non vuoi più vedere un fornello a gas in vita tua. Quindi a che mi serviva la putzfrau?
Ora, dicevo, con la putzfrau si comunicava per interposta persona, cioé il marito, anche se lei era in carne e ossa a un metro da te e il marito era reperibile solo telefonicamente. Questo però lo sapevo per sentito dire, perché io la putzfrau non l’avevo mai vista, avendo io e lei turni di lavoro contemporanei e in luoghi diversi e lontani. Inoltre, siccome io l’interposto marito manco lo conoscevo, per le mie comunicazioni con ella dovevo interporre a sua volta la parte asburgica della coppia convivente, colui il quale ha assunto la putzfrau di cui stiamo parlando perché in preda ai sensi di colpa prodottisi per reazione al suddetto delirium pulens della parte borbonica, che – va detto per onestà – ha tenuto a rassicurare diplomaticamente l’asburgico della non sussistenza del fatto, essendo consapevole della presenza di un’ossessione atipica per le genti d’oltralpe, e avendo quindi ripetuto a oltranza che l’unico compito assegnatogli era un’asburgica alzata di piedi sul divano all’arrivo della borbonica passata di mocio. Ma niente da fare, perché poi ho saputo che l’asburgico ha una lontana ascendenza prussiana da parte di madre che inibisce in parte l’elasticità mentale garantita della parte stiriano-viennese, e quindi la mia ossessione borbonica dell’igiene ha fomentato e rintuzzato quella germanica sua del senso del dovere e della condivisione equa dei ruoli. Ruolo che, appunto, è stato dato per il cinquanta per cento asburgico in appalto alla putzfrau serba, la quale però si è allargata spontaneamente al novantanove per cento, lasciando a me una borbonica passata serale di Cif sul piano cottura in vetroceramica e nient’altro. Io da solo contro le loro intese austrobalcaniche. Se austriaci e serbi se la fossero intesa così bene già un centinaio di anni fa, l’Europa si sarebbe risparmiata una guerra mondiale, l’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe arrivato a regnare sulla federazione che sognava, e Eva Klotz oggi starebbe contenta a governare vacche su un pascolo alpino con un bel passaporto austriaco nella tasca del suo dirndl.
Insomma: necessitando la comunicazione con la putzfrau di ben due terze parti, risultava che la stessa comunicazione era scoraggiata e avveniva di rado, o praticamente mai. Una volta alla settimana tornavo dal lavoro e trovavo la casa tirata a lucido, e tutto quello che sapevo è che una donna serba che non avevo mai visto e di cui or ora manco mi ricordo il nome (mi è stato detto, giuro che mi è stato detto) era venuta e aveva fatto tutto. Tranne che per l’intero mese di gennaio, quando è andata in Serbia con marito e figlio per festeggiare il natale ortodosso con le famiglie di origine ancora lì residenti, siccome la chiesa serba a suo tempo si chiamò fuori dalla frattura temporale imposta da Gregorio XIII.
Cinque settimane per festeggiare il natale. ‘Tacci sua.
Ebbene, in quelle cinque settimane di ritorno allo status quo ante putzfrau non sono riuscito più a invocare il demone borbonico delle pulizie che albergava nel mio animo napoletano. Sparito. Forse tornato a Napoli, lasciando a me una casa da tenere nascosta all’ufficio di igiene per evitare sigilli ed evacuazioni gestite da agenti in scafandro bianco. Manco la passata di Cif sul piano cottura in vetroceramica avevo più la forza di fare, da quando la putzfrau mi aveva aperto gli occhi sul tempo che impiegavo pulendo e che poi ho felicemente impiegato facendo altro.
Poi fu sera e fu mattina, e la putzfrau tornò. La casa ricominciò a essere pulita e io fui felice. Solo per qualche mese, finché la putzfrau non si è definitivamente congedata per sopraggiunta gravidanza. Insomma, il natale lo aveva festeggiato proprio a regola d’arte…
Qui in Germania c’è Helpling. Ci avevo pensato, a farmi venire qualche studentessa sfruttata a pulirmi casa per 13 euro all’ora, dei quali la studentessa intascherebbe a stento la metà. Poi ho scoperto che per 13 euro all’ora ti mandano la studentessa sfruttata solo a passare il mocio sul pavimento e lo swiffer sui mobili. Se vuoi che ti pulisca le finestre e ti stiri le camicie so’ soldi extra da sganciare. Qualcosa come 60 euro per tre ore, e se ti fai due conti scopri che sarebbe più economico traslocare ogni due mesi in una casa pulita.
Ho ripreso con mestizia a passare il Cif sul piano di cottura in vetroceramica. Esso splende di nuovo, e lentamente il resto della casa è tornato all’asetticità borbonica. Quando però ho finito di passare lo straccio, e tutto brilla, avverto tristemente che, per l’abbandono della putzfrau, sto passando attraverso le fasi di un lutto. Leggete I giorni dell’abbandono della Ferrante, e capirete come mi sento.

Giggino è fiero del flusso di turisti di cui pare stia godendo Napoli ultimamente, e allora gliene ho portati due in più da Berlino. Due tedeschi giovani e istruiti, carichi di entusiasmo, aspettative e curiosità verso Napoli, la sua storia e i suoi monumenti.

Li porto agli scavi archeologici della basilica di San Lorenzo Maggiore, scegliamo la guida in inglese e ci affidano a due studentesse dell’Orientale (impegnate in studi che niente hanno a che fare con l’archeologia) che stanno lì a fare una specie di tirocinio a paga zero, simpatiche e dotate di molto senso di responsabilità e buona volontà ma evidentemente non all’altezza del compito, e in grado a stento di esprimersi in inglese. Dopo devo riassumere un po’ l’ambaradan ai tedeschi, e non perché abbia capito io cosa hanno detto le guide, ma perché già conosco la storia e le particolarità degli scavi.

Li porto al duomo, e alle due del pomeriggio la basilica paleocristiana di Santa Restituta, quella che contiene il primo battistero dell’occidente cristiano, è già chiusa, per la delusione nostra e di altri turisti che si devono accontentare di leggere solo sulle loro guide di questo monumento come di tanti altri.

Li porto a prendere la metropolitana nuova, le cosiddette stazioni dell’arte, e tutto funziona una chiavica, treni vetusti e stracolmi che passano ogni otto minuti (il nostro Giggino va fiero della frequenza di otto minuti, che a lui sembra un traguardo di cui essere fieri, e che però è inaccettabile nell’ora di punta di una metropoli, e qualcuno dovrebbe riferirglielo), segnaletica e mappe che non corrispondono alla realtà e non riportano tracciato e stazioni in servizio già da mesi.

Li porto a Santa Chiara e vorrei non averlo mai fatto, perché in nessun luogo al mondo si lascia che un monumento vecchio di settecento anni venga imbrattato così pesantemente con graffiti. In nessun luogo al mondo tranne Napoli, e io me ne vergogno fino a desiderare di scomparire.

Li porto al museo di Capodimonte e lì comincio a desiderare che la crosta terrestre si squarci e mi risucchi nelle sue viscere sottraendomi e un’immane vergogna. Niente di niente che rispetti anche solo minimamente gli standard che un importante museo europeo dovrebbe avere. Già all’ingresso, tra biglietteria e negozio, sembra di entrare in un museo irrilevante di un paese del terzo mondo. E poi interi settori chiusi senza preavviso, addirittura l’intero settore del ‘600 e ‘700 napoletano (Giordano, Ribera, Gentileschi) chiuso per “riallestimento” mentre, attraverso una porta a vetri, nel buio delle sale si vedono le opere che stanno lì, potenzialmente fruibili e ben lontane da qualsiasi cosa che possa essere definita riallestimento. Raduno tutta la diplomazia di cui sono capace e faccio educatamente presente, all’uomo e alla donna che sono in biglietteria, che la situazione è vergognosa, e da lui ricavo risposte arroganti alla “che vuoi sapere tu del perché quelle sale sono chiuse”, mentre lei cerca di difendere la posizione della direzione ma si vede lontano un miglio che nel profondo di sé si vergogna e vorrebbe anche lei essere risucchiata nello stesso crepaccio che sto invocando io. Il culmine è stato “se ci telefonava potevamo organizzarci”, perché in genere è così, no? Prima di visitare Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery uno telefona, chiede quali sale sono chiuse per mancanza di personale e se si può godere personalmente di un’apertura di stramacchio. A Capodimonte, tra Tiziano e Caravaggio, Goya e Bruegel, Giordano e Ribera, funziona così. Viene spontaneo chiedersi se la signora Linda Martino, direttrice di Capodimonte, abbia mai messo piede in un museo, uno vero, per vedere come funziona.

Li porto alla Reggia di Caserta, patrimonio UNESCO, e scopro che non c’è più la possibilità di pagare un ingresso ridotto per la sola visita al parco. A tutti, anche ai turisti che vengono da altri continenti, è imposta una sola possibilità: il biglietto annuale di dieci euro. Paghiamo, entriamo, e i cortili del sontuoso palazzo borbonico sono pieni di venditori abusivi che offrono ai turisti merci contraffatte e guide scadenti. Per non parlare del parco stesso, da cui sembra che, assieme ai Borboni, centocinquanta anni fa furono sloggiati anche i giardinieri che non vi hanno mai più rimesso piede. In compenso, i cani randagi sono sempre lì a girare indisturbati.

Li porto alla Reggia di Portici, la sontuosa dimora reale vesuviana voluta da Carlo III. Dopo aver seguito un’indicazione per una fantomatica biglietteria che non esiste, ci ritroviamo, senza aver incontrato anima viva, direttamente negli ambienti barocchi che si trovano in una situazione di degrado totale, al punto di sembrare abbandonati da decenni. L’atmosfera è postapocalittica. Tutto è accatastato su tutto, non si capisce dove finisce il museo e dove comincia la facoltà di agraria, nessuno in giro a controllare, a me viene da pensare che noi tre siamo gli unici esseri viventi in tutto l’edificio. A un certo punto ci ritroviamo, senza volerlo, nella biblioteca della facoltà, tra volumi antichissimi che avremmo potuto trafugare indisturbati se fossimo stati altro genere di gente.

Li porto sul Vesuvio, e la strada che risale il vulcano, da Portici fin su all’ingresso per la cima, è un immondo percorso costeggiato da rifiuti di ogni genere. Su una strada battuta ogni giorno da eserciti di turisti stranieri, conveniamo che nessuno di noi tre ha mai visto una roba del genere manco nei paesi più poveri mai visitati. E stiamo parlando di un parco nazionale. Stiamo parlando di un paesaggio che a suo tempo fu decantato da Leopardi.

Li lascio un giorno da soli, e mi rendo conto di quale cosa difficile sia spiegare a uno straniero come si prende il bus a Napoli. “Guardate che la fermata lì non c’è, cioè c’è, ma non è fisicamente lì, bisogna saperlo, e no, il biglietto non si compra sul bus, bisogna comprarlo altrove, solo che in questa zona non lo vende nessuno, bisogna andare da un tabaccaio a due isolati da qui, e a proposito, nel bus non vengono annunciate le fermate, dovete capire voi qual’è la vostra, sul display nel bus appare solo il numero verde per chiamare l’azienda dei trasporti pubblici, e mi dispiace, ma non ci sono orari, dovete stare lì alla fermata e quando passa, passa…”

Li porto a Capodichino e li vedo imbarcarsi sconvolti dalla bellezza di un patrimonio unico al mondo e dal modo disinvoltamente vergognoso con cui alla città intera pare che non ne freghi un cazzo di lasciarlo in rovina.

In tutto questo, la mia più grande frustrazione è sapere che pochi a Napoli hanno i giusti termini di paragone per rendersi conto che gli standard locali di gestione del patrimonio e accoglienza dei turisti non sono all’altezza manco di una baraccopoli bengalese. Molti a Napoli, invece, se la cantano e se la suonano credendo di vivere in una città superiore al resto del mondo per arte e bellezza, senza sapere che il resto del mondo la guarda con commiserazione, e spesso anche con schifo.

Il dies natalis solis invicti ce lo siamo fatto soli come cani, in due, in una Francoforte spopolata, abbandonata da chiunque di nostra conoscenza già entro il 19 dicembre, a dimostrazione del fatto che questa città non esiste, non è mai esistita, o almeno dai bombardamenti degli alleati non esiste più: è solo un centro direzionale circondato da alloggi per i settecentomila pendolari che fingono di risiedervi. Non potevo chiedere di meglio, siccome agli eccessi disturbanti della maratona gastronomica napoletana dal 24 al 26 abbiamo potuto sostituire una semplice cenetta a base di antipasto di verdurine grigliate e come primo un risottino alla pescatora, e il 25 a ora di pranzo io stavo in palestra, o meglio nella palestra dei miei sogni finalmente materializzatasi nella vita reale: deserta e silenziosa.
Il 26 siamo saltati in  macchina: Innsbruck, Bolzano, Verona e Pordenone.
Metà del percorso autostradale in Germania è stato fatto in un incolonnamento perpetuo: da Francoforte siamo arrivati a Norimberga con una velocità media di quaranta chilometri orari. Da Norimberga a Salisburgo via Monaco, invece, allargatasi l’autostrada a tre corsie, ho potuto sperimentare finalmente i famosi limiti di velocità tedeschi, ovvero i non-limiti, essendo la Germania l’unico paese al mondo senza limiti di velocità in autostrada (ma solo su tre corsie, non in prossimità di centri abitati e in assenza di cantieri o meteo sfavorevole), e questo è ciò che ho da dire al riguardo: in due ore e mezza abbiamo beccato tre incidenti importanti con relative macchine accartocciate, per non parlare degli innumerevoli stronzi che ti si piantano a 180 all’ora coi fari a un metro dal tuo culo lampeggiandoti istericamente per invitarti a spicciarti col sorpasso del camion articolato che pure sta viaggiando a 150 circa e per giunta nevica! E io che credevo che questi stronzi fossero una specialità napoletana, neanche italiana, ho dovuto invece constatare che la Germania manco difetta in tal senso.
Finalmente a Innsbruck. Io ho una sensazione strana ogni volta che metto piede in Austria. Boh, è che la gente è più sciolta e socievole, per non dire che è più affettuosa, ché poi non è questa grande impresa essere più sciolti, socievoli e affettuosi dei tedeschi, ci riescono perfino gli scandinavi, eppure ‘sto fatto del continuum linguistico che non è accompagnato da un continuum culturale mi spiazza, e ogni volta devo spicconare un po’ di quel pregiudizio che mi fa fare salti indietro aspettandomi le solite freddezze d’animo che dal lago di Costanza in su inficiano ogni mio tentativo di tornare ai beati anni in cui vivevo una vera e propria luna di miele col popolo tedesco. In ogni modo, gli austriaci sono certamente più disciplinati alla guida.
Bolzano: non ci ero mai stato, la volevo vedere, e col senno di poi dico che me la potevo pure risparmiare. A chi viene da Innsbruck appare piccola e provinciale, seppure con un centro storico più bello. Tuttavia, a poco più di un’ora di autostrada dalla capitale tirolese, e per giunta ancora parte di quel continuum linguistico, Bolzano è l’ennesimo salto culturale. Non mi è sembrata un punto di fusione delle due culture, ma un luogo di compenetrazione irrisolta, dove semplicemente vivono alcune persone che parlano tedesco e altre che parlano italiano. Entrando e uscendo da un negozio o da un caffè o dall’albergo, a seconda dell’etnia degli esseri umani che ci lavoravano dentro, mi è sembrato di cambiare ogni volta paese. Suppongo debba essere la caratteristica di qualsiasi altro luogo con una condizione simile, anche se la francofiamminga Bruxelles non mi ha dato la stessa impressione, ma metto in conto la possibilità di star esprimendo un grosso abbaglio, avendo visitato Bolzano frettolosamente in una giornata e mezza, di cui buona parte passata nel museo archeologico a vedere tutte le robine congelate che aveva indosso la mummia del Similaun (a proposito: splendido esempio di allestimento di un intero ambaradàn museale – e quindi del relativo sfruttamento turistico – sulla base di elementi estremamente esigui benché interessantissimi; vi ho intravisto l’approccio tedesco, doverosamente confrontato con il pressocché infinito patrimonio archeologico di Napoli e dintorni che, con l’esclusione di Pompei e Ercolano, giace più o meno ignorato).
Certo è che, a dispetto dei numeri ufficiali, la cultura e la lingua tedesche mi sono sembrate prevalere. Siamo andati al cinema: la maggior parte dei film era in tedesco. Inoltre, nella hall del cinema c’era uno scaffale enorme per il book crossing, da cui si poteva attingere a piacimento: ebbene, quasi tutti libri erano in tedesco, con una scelta di tutto rispetto, mentre in italiano c’era Tendenza Veronica di Maria Latella, che ovviamente ho preso e ora sono informatissimo sulla vita della Lario.
Verona: che meraviglia di città. Non aggiungo altro, se non che non siamo stati in grado di trovare un ufficio di informazioni turistiche aperto, e quello di lato all’Arena aveva un avviso bilingue sulla porta per informare che era chiuso fino a data da destinarsi a causa della messa in cassa integrazione dei dipendenti. Dico sul serio: ho provato un po’ di sollievo. Credevo che fosse solo Napoli a fare tali figure di merda coi turisti, invece è proprio un problema nazionale a cui dare carattere di male comune per poi trarne il proverbiale cinquanta per cento di gaudio. Per il resto, ripeto: che meraviglia di città, che profusione di bellezza, che gente cordiale e simpatica, e come ogni volta in una qualsiasi città italiana, mi assale uno sconforto angosciante di fronte alla necessità di abbinare quello che vedo – una bellezza straordinaria che dalle Alpi in su non hanno e non avranno mai – a quello che so: un paese che non riesce a riprendersi dai suoi malfunzionamenti, culturalmente corrotto, istituzionalmente incancrenito, allegramente impegnato in promozione e diffusione dell’ignoranza, tristemente destinato all’irrilevanza internazionale. Perché?
Pordenone: capodanno borbonico con amici napoletani (quindi relativa maratona gastronomica a cui credevo di essere scampato), corredato da una presenza asburgica. Data la doppia provenienza  napoletana e germanica dei convenuti, il menu aveva un po’ di qua e un po’ di là, tra provola di Sorrento e speck tirolese, struffoli e baumkuchen, più qualche esperimento fusion come un superbo piatto di weißwurst e friarielli.
Ritorno il 2 gennaio. Non si lascia mai l’Italia senza aver visitato un supermercato, anche se ormai in Germania si trova un po’ di tutta la produzione italiana. Mi serviva una sola cosa introvabile oltre l’arco alpino: la candeggina. Invece sono uscito dall’Ipercoop Meduna con formaggi e salumi in quantità tale da poter aprire un negozio di italienische delikatessen a Francoforte e vendere per un mese.

Andate a farvi venire una botta di nostalgia sul sito ufficiale della Maratona di Napoli 2015:

http://www.napolimarathon.it/

Vi verrà l’istinto di aprire mIRC e ICQ, e riecheggerà nella vostra mente il rumore della connessione col modem 56k.
Certo, al posto delle gif animate ci sono un paio di animazioni flash pacchiane, ma se la vostra nostalgia è incontentabile c’è un notevole reperto della preistoria di internet: il contatore visite in fondo alla pagina!

Credevo che questo genere di siti fossero scomparsi oltre quindici anni fa. Questo invece ha attraversato una frattura temporale e si è materializzato nel 2014. Con il patrocinio della regione Campania, del comune di Napoli e della città di Pozzuoli, la qual cosa significa che sarà stato pure pagato profumatamente.

Un evento di rilievo in una metropoli europea supportato da un sito che manco per la bocciofila di una baraccopoli bengalese dieci anni fa…
Facevano più bella figura se si limitavano a una pagina di Facebook, che invece non hanno fatto, e sarebbe pure gratis.

Ciao Napoli, sei defunta e non lo sai. Vaffanculo, va’.

“Grecia”, poi… diciamo che si è trattato di Creta, visitata per la prima volta, e che non sono stato in nessun altro posto della Grecia. Quindi questo post tratterà la parte cretese per il tutto ellenico.

Allora:

La conoscenza dell’inglese mi è parsa tra il medio e l’elementare, ma capillarmente diffusa, con notevoli picchi di eccellenza. Bene o male, comunque, è parlato praticamente da tutti. Qualunque negoziante, qualunque cassiera di supermercato, qualunque essere umano in Grecia sa parlare un inglese perlomeno discreto o sa comunque farsi capire. Di tutti i paesi mediterranei da me visitati, la Grecia è sicuramente quello più anglofono, per non dire che è l’unico che gode di una diffusione accettabile dell’inglese, mentre Italia, Spagna e Francia impallidiscono di vergogna al confronto. Stranamente, però, un’inspiegabile contraddizione ellenica ha voluto che, in una settimana di vacanza nel paese dove puoi parlare in inglese pure con la vecchia contadina che ti vende raki e miele artigianali sul ciglio della statale, gli unici due incontri con persone incapaci di proferire verbo in questa lingua sono avvenuti all’aeroporto internazionale di Atene: l’uomo che controlla i documenti all’ingresso del settore imbarchi e un’addetta al controllo radiogeno.

Il cibo è irrinunciabilmente buono, ma della Grecia ciò si sa anche senza averci mai messo piede. Ciò che invece coglie impreparati è l’impossibilità di scegliere di stare leggeri per almeno un pasto: un po’ perché la bontà del cibo rende impossibile qualsiasi astensione, ma anche perché una semplice insalata di pomodori e cetrioli viene servita galleggiante in un mare di olio di oliva, che per giunta è di straordinaria qualità, e quindi va a finire che ci pucci dentro un chilo di pane. Si sappia quindi che la vacanza in Grecia deve essere preceduta da una dieta preparatoria e seguita da una riparatoria.

Il concetto di trappola per turisti a Creta è del tutto ignoto, nonostante la fiumana di turisti provenienti da tutto il mondo. Chiunque lavori nel commercio e nella ristorazione, anche nei luoghi più turistici, non dà mai l’impressione di voler succhiare il massimo offrendo il minimo. Siamo stati sempre trattati con una cura, una gentilezza e un’onestà disarmanti, anche fuori dal contesto turistico o quando era chiaro che non avremmo speso manco un centesimo. In tal senso, il peggio che possa capitare a Creta è pagare 2 euro per un espresso al chiosco della spiaggia di Elafonissi, che poi – voglio dire – per chi viene dalla Germania è un prezzo del tutto normale.
Inoltre hanno un sistema di stabilimenti balneari molto diversi dal nostro. In concessione ai privati è data solo la ristorazione (per intenderci: il chioschetto), mentre il resto della spiaggia rimane gestito dal comune che fornisce ombrelloni e lettini, anche sulle spiagge più celebri (Balos, Falassarna, Elafonissi…), e a prezzi che in Italia manco sulle luride spiagge incatramate del litorale casertano: un ombrellone e due lettini a Elafonissi, che per inciso è la spiaggia più bella su cui io abbia mai messo piede, costano 7 euro per tutto il giorno.

Guidano un po’ come a Napoli, con tutti i pro e i contro. Il borbone che è in me si è trovato a suo agio alla guida, mentre l’asburgo che è nell’altra metà della coppia viaggiante ha avuto più volte da ridire.

Quasi tutti i cartelli stradali, i nomi delle strade, la segnaletica e gran parte degli avvisi hanno anche la traslitterazione in caratteri latini. Tuttavia, in un paio di occasioni ha aiutato l’aver fatto il liceo classico, sia per leggere cartelli non traslitterati, sia per azzardare qualche traduzione elementare (molto elementare). La voglia di mettermi a studiare il greco moderno ora è fortissima, ma è un desiderio che sperimento sempre al ritorno da una vacanza (con l’eccezione della Finlandia, la cui lingua non mi ha sconfinferato manco un po’).

Ristoranti e caffetterie sono obbligati ad esporre un avviso che spiega che è lecito e permesso dalla legge non pagare la consumazione se non si riceve lo scontrino fiscale. Sicuramente efficace, ma l’ho trovato un po’ imbarazzante per come umiliasse il negoziante stesso, mettendo così fortemente in risalto il suo potenziale di evasore fiscale. Ma potrebbe trattarsi di una misura estrema contro un male estremo, quindi giudizio sospeso.

L’entroterra cretese è sudicio quasi come certi angoli della provincia napoletano-casertana. Cigli della strada adornati di rifiuti di ogni genere, discariche improvvisate qua e là.
Le spiagge invece, quasi tutte libere o gestite dal comune di pertinenza, sono di un’immacolatezza mai sperimentata dal sottoscritto lungo le coste italiche.

Non conosco le scene gay di Heraklion e Chania, ammesso che ne abbiano una. Non faccio vacanze “gay”, almeno non nel senso di recarmi in località famose per essere mete gay estive, andare su spiagge frequentate da gay, passare la notte in discoteche gay eccetera. Quindi mi capita raramente di sperimentare la scena gay locale, a meno che non mi trovi in una grande capitale europea, nel qual caso giusto una birretta nel quartiere gay, per curiosità, e poi via. Perciò, non essendo neanche sbarcato a Creta in boa di struzzo e sventolando una bandiera rainbow, non ho potuto rendermi conto di quale sia il grado di accettazione sociale dell’omosessualità. I luoghi molto turistici, poi, non fanno manco molto testo in tal senso. Però, in anni di vacanze di coppia, a Creta mi è capitata per la prima volta l’albergatrice crucciatissima e mortificata dal fatto che, pur essendo noi due uomini, la stanza assegnataci aveva un letto matrimoniale, e se ne scusava umilmente, accusando Booking di un possibile errore tecnico e senza prendere minimamente in considerazione il fatto che il letto matrimoniale lo avessimo chiesto noi. Insomma, ‘sta cosa non ci era capitata manco nei riad marocchini dove abbiamo giaciuto immoralmente in letti matrimoniali con la benedizione degli albergatori mussulmani, perfino nella medina della santissima Fes.

E infine una foto. Non è manco il posto più bello dove ci siamo fatti il bagno.

καὶ ποθήω καὶ μάομαι ...

Mi preoccupa il sostegno generale alla presunta “libertà di esprimere la propria opinione” di cui la ridicola pantomima delle cosiddette sentinelle in piedi avrebbe diritto. Per esempio, Italians di Severgnini (un vero e proprio tempio del qualunquismo italiano), ospita per due giorni di seguito lettere che sostengono questo pseudodiritto delle sentinelle, senza alcun contraddittorio, e con le solite stronzate a sostegno delle ormai antiquate tesi omofobe. L’espressione “ho amici gay che la pensano come me” legittima le tesi strampalate e ignoranti della signora Giulia Martinelli (“se i gay possono fare i Gay Pride, allora le Sentinelle possono leggere in piazza”, perché si sa, il gay pride è una manifestazione che promuove discriminazione e segregazione come quella delle sentinelle, no?), mentre per la signora Francesca Coltellaro l’intento violento e ferocemente oppressivo che sta dietro una manifestazione così apparentemente pacifica e remissiva non lede la dignità di nessuno.

Allora ascoltiamola, l’opinione che queste sentinelle dovrebbero esprimere per diritto, c’è un video spettacolare a questo link.
Tutte opinioni civilissime, semplicemente un punto di vista alternativo a quello pro-diritti, come no? È emblematico ciò che dice la signorina a partire dal minuto 2:45. Lo riporto qui:

“Io mi sento di dire solo questo: se vogliono vivere la loro concezione d’amore, la vivano in segreto, di nascosto e non in pubblico, perché io non voglio ritrovarmi a spiegare a mio nipote che ha 6 anni delle cose che fondamentalmente non riesco a spiegare nelle parole dei piccoli.”

Quindi promuovere odio e segregazione sarebbe un diritto attinente alla sfera della libertà di opinione, secondo i fessi che scrivono a Severgnini o commentano qua e là.

Per quanto riguarda la signorina del video, che evidentemente ha un problema con le cose che non sa spiegare e quindi vorrebbe che sparissero, mi piacerebbe identificarla con nome e cognome. Giusto perché io saprei spiegare benissimo a sua nipote perché ci si può amare tra persone dello stesso sesso (anzi, glielo faccio spiegare da mia nipote di 7 anni, che sull’argomento sa già tutto). Avrei più difficoltà a spiegarle l’ignoranza di sua zia.

In tutto questo, non credo esista nella società occidentale una minoranza o una categoria che debba sopportare più di noi gay una tale valanga di offese così apertamente feroci e in cerca di legittimazione. Complimenti a noi per la corazza di titanio con cui affrontiamo tutto questo, sapendo che nessuno pagherà mai per le parole di disprezzo che ci riversa addosso.

Telefonata numero 1. Primo pomeriggio.
Operatrice Lufthansa Miles & More annoiata.
Lingue utilizzate: inglese con accento tedesco (l’operatrice), inglese con accento napoletano (Totentanz).

– Salve, ho appena appreso che il mio volo di domani sera rientra tra quelli che saranno cancellati per lo sciopero dei piloti, vorrei cambiarlo.
– E chi le ha detto che i piloti scioperano domani?
– È scritto sul sito della Lufthansa, comparso ora.
– Ah. Rimanga in attesa.
(musica)
– La ringrazio per l’attesa. Ascolti, noi non abbiamo avuto ancora alcuna comunicazione ufficiale sullo sciopero, quindi non posso cambiarle il volo.
– Ma la comunicazione ufficiale è sul vostro sito. Dice chiaro e tondo che tutti i voli a corto e medio raggio che decollano da Francoforte dalle 17:00 in poi verranno cancellati.
– Per quanto mi riguarda il suo volo non mi risulta ancora cancellato. Ci richiami domani.

Telefonata numero 2. Ancora primo pomeriggio (perché Totentanz non si arrende quando sa di avere ragione).
Operatrice Lufthansa Miles & More confusa e incapace.
Lingue utilizzate: tedesco madrelingua (l’operatrice), tedesco con lieve e indefinito accento straniero che comunque non sembra affatto accento italiano (è quello che tutti dicono dell’accento di Totentanz quando parla tedesco, poi boh…).

– Salve, ho appena appreso che il mio volo di domani sera rientra tra quelli che saranno cancellati per lo sciopero dei piloti, vorrei cambiarlo.
– Certo, facciamolo (ticchettio sulla tastiera), mi dia il suo numero Miles & More (ticchettio sulla tastiera), ok ora anche il pin (ticchettio sulla tastiera), e infine il codice di prenotazione (ticchettio sulla tastiera). Attenda in linea (musica). La ringrazio per l’attesa. Allora, non ci sono voli disponibili.
– Cosa significa?
– Che non posso cambiarle il volo.
– Ma il mio volo verrà cancellato. Io come vado là dove devo andare?
– L’unica soluzione è che io le cancelli l’intera prenotazione e lei la rifà da capo col volo che preferisce.
– Ma allora il volo c’è!
– Certo che c’è, ma la sua è una prenotazione fatta utilizzando le miglia, può essere cambiata solo con un’altra prenotazione del genere, e purtroppo su tutti i voli diretti dove lei deve andare non c’è più disponibilità di award booking, solo prenotazioni normali.
– Sì, ma a me cosa importa? Non è un capriccio mio, il volo me lo cancellate voi col vostro sciopero, dovrei avere il diritto di salire su un qualsiasi altro volo Lufthansa diretto dove devo andare. E poi lo sa quanto mi costerebbe se facessi ora la prenotazione da capo? Per favore mi faccia parlare con un supervisore.
– Ci parlo io col supervisore, attenda in linea (musica). La ringrazio per l’attesa. Allora, le ho trovato una soluzione: posso metterla su un volo via Bruxelles domani mattina.
– Meglio di niente, quanto dura in tutto?
– Quattro ore, considerato che a Bruxelles dovrà attendere solo un’ora. Però sa una cosa? La metto in collegamento col call center generale Lufthansa, forse lì possono darle il volo diretto di domani mattina.
– (Totentanz coglione che pagherà caro quanto sta per dire) E se non possono? Richiamo lei e mi prenota via Bruxelles?
– Si faccia ripassare Miles & More e le prenotiamo il volo. La collego!
(Musica per interminabili dieci minuti, in fondo c’è mezza Germania in panico attaccata al telefono col centralino Lufthansa)
– Lufthansa buonasera sono Heudelinde Wilhelmine von Weitzäcker, come posso aiutarla?
– Salve, ho bisogno di un cambio su una prenotazione Miles & More.
– Non possiamo farlo noi, deve chiamare Miles & More.
– È da lì che mi mandano.
– Ah. Be’, tecnicamente non possiamo proprio. Richiami loro.
– Mi passa la telefonata direttamente?
– Non possiamo fare neanche questo, deve richiamare.
(clic)

Telefonata numero 3. Ancora primo pomeriggio.
Operatrice Lufthansa Miles & More passiva-aggressiva.
Lingue utilizzate: inglese con accento tedesco (l’operatrice), inglese con accento napoletano (Totentanz).

– Salve. Ascolti: il volo… lo sciopero… il cambio di prenotazione… ecc. ecc. La sua collega di prima mi aveva proposto tale volo via Bruxelles a tale ora. Me lo dà?
– Aspetti (ticchettio sulla tastiera), non mi risulta (ticchettio sulla tastiera), ne ho un altro sempre via Bruxelles (ticchettio sulla tastiera), decolla da Francoforte domani mattina alle 8:00 e arriva a destinazione alle 15:30.
– ‘A faccia d’o cazzo (in napoletano nel testo, NdT).
– Prego?
– No, niente. Come è possibile che l’altro volo non sia disponibile? La sua collega me lo ha garantito appena quindici minuti fa.
– La mia collega ha visto male. Ho solo questo, prendere o lasciare.
– (Totentanz allenta un po’ la morsa sulla sua pazienza, l’inflessione napoletana del suo inglese si accentua lievemente) Signorina mi ascolti, a me non importa di Miles & Mores, scioperi, impossibilità tecniche sui vostri terminali, award booking e tutto il resto. Io so solo che ho prenotato un volo Lufthansa che verrà cancellato e voi mi state negando la riprotezione su un qualsiasi altro volo Lufthansa diretto nel medesimo luogo nonostante ci siano posti liberi. Mi sembra ingiusto.
– Sono le nostre regole.
– Appunto. Sono ingiuste.
– Non posso farci niente. Lo vuole il volo via Bruxelles?
– Visto che l’unica alternativa è la cancellazione di tutta la prenotazione, facciamoci questa visita di cinque ore all’aeroporto di Bruxelles, sarà interessantissimo…

Telefonate numero 4, 5, 6 e 7. Distribuite nel pomeriggio.
Operatori vari, tutti del call center tedesco di Lufthansa Miles & More, tutti scazzati e poco inclini alla cooperazione.
Lingue utilizzate: tedesco impettito (operatori), tedesco incazzato (Totentanz).
Niente da fare, il volo rimane quello che inchioda Totentanz per così tanto tempo a Bruxelles da rendere realistica l’ipotesi di prendere la residenza lì per quanto ci deve restare in attesa del secondo volo.

Telefonata numero 8. Serata.
Operatore Lufthansa Miles & More conciliante e disponibile (perché Totentanz decide di dribblare l’inflessibilità germanica da palo di titanio di un metro infilato su per lo sfintere, e chiama il call center italiano).
Lingue utilizzate: italiano con accento napoletano (l’operatore), italiano con accento napoletano (Totentanz).

– Buona sera. Senta un po’: il volo… lo sciopero… il cambio di prenotazione… Bruxelles… ecc. ecc.
– Sì, vediamo cosa si può fare (ticchettio sulla tastiera). in effetti noi siamo tecnicamente impossibilitati a cambiarle il volo con un altro volo che non ha disponibilità di prenotazioni award. Però ci sarebbe una soluzione, il volo diretto di domani mattina ha disponibilità award in business class, se ha VENTIDUEMILA miglia sul suo account possiamo fare l’upgrade.
– Non ce le ho tutte quelle miglia…
– Allora guardi, le consiglio di andare comunque domani mattina in aeroporto per imbarcarsi sul volo assurdo che le hanno dato, ma prima passi per l’help desk locale, loro sono tecnicamente più attrezzati e magari trovano una soluzione migliore.

Il mattino dopo alle 7:00, all’aeroporto di Francoforte.
L’help desk è una fila di quattordici sportelli, per metà vuoti e per l’altra metà occupati da valchirie in uniforme Lufthansa. La fila di valchirie è interrotta da un agente uomo dall’aspetto mediterraneo, probabilmente turco. È a lui che punta Totentanz, reggendo il suo numero 247 mentre una fiumana di gente attende prima di lui e il display segna una cifra ancora troppo lontana, ponendo in evidenza il rischio che si faccia l’ora di imbarcarsi sul pessimo volo per Bruxelles prima di aver potuto implorare una delle valchirie o magari il turco. Alla fine turco fu: ticchettio di tastiera, alzata di sopracciglio, un paio di parole poco gentili del turco in riferimento ai sui colleghi telefonici del giorno prima e il volo diretto è concesso. In due ore Totentanz è a destinazione con la convinzione che il reclutamento di personale per il call center tedesco di Lufthansa lo faccia Carol Beer in persona:

I seggi elettorali italiani all’estero hanno votato venerdì e sabato. Io ho fatto lo scrutatore in uno dei seggi italiani di Francoforte. Quindi via con le  impressioni:

  • Affluenza nella mia sezione: intorno al 2%. L’affluenza di tutti gli italiani residenti in Germania è stata di circa il 4%.
  • La burocrazia italiana sulla gestione delle elezioni è contorta, idiota, inutile, farraginosa, contraddittoria e estremamente dispendiosa. 
  • Se un seggio elettorale all’estero può rappresentare le proporzioni di emigrazione tra Nord e Sud, direi che al Sud c’è stata ed è ancora in corso una vera diaspora. Solo nella mia sezione (quindi qualche quartiere di Francoforte e alcuni comuni vicini) avevamo un centinaio di schede per la circoscrizione Nord-ovest e oltre duemila per Sud e isole insieme.
  • Il consolato italiano non sa fare quello che dovrebbe fare un consolato (1). Moltissimi elettori sono arrivati sabato all’ultimo momento perché credevano si votasse anche domenica, come in Italia. Suppongo che la stragrande maggioranza di loro sia andata domenica al seggio per poi trovarlo chiuso (e la cosa spiegherebbe in parte l’affluenza bassissima). Questo perché i certificati elettorali sono stati spediti all’ultimo momento e a molte persone non sono arrivati. Inoltre, siccome quasi tutti gli italiani residenti nella sezione consolare hanno ricevuto prima (molto prima) l’invito ad iscriversi alle circoscrizioni tedesche, la maggior parte di loro non ha manco preso in considerazione la possibilità di votare come elettori italiani, e hanno scelto di farlo come elettori tedeschi.
  • Il consolato italiano non sa fare quello che dovrebbe fare un consolato (2). Il motivo per cui ho fatto lo scrutatore è perché il consolato si è accorto cinque giorni prima di non avere abbastanza scrutatori e segretari, e ha mandato mail per reclutare disperatamente gente. Io mi sono detto “facciamolo”. Un’altra scrutatrice della mia sezione era una signora che qualcuno ha letteralmente precettato un paio d’ore prima dell’apertura.
  • Tra gli elettori, alcuni tedeschi con cittadinanza anche italiana. Mi chiedevo perché avessero scelto di votare come elettori italiani e non tedeschi, poi ho scoperto che l’Italia, unico paese in Europa, permette il doppio voto a chi ha doppia cittadinanza: un voto da italiano e un voto da cittadino locale nei rispettivi seggi. Insomma, quei tedeschi stavano solo sfruttando un bug burocratico italiano per votare due volte.
  • Lo spoglio dei seggi esteri si fa in Italia (domenica le schede erano in viaggio per le rispettive circoscrizioni).
  • Il nostro seggio era nell’Istituto Italiano di Cultura di Francoforte. Non lo avevo mai visto, e sarebbe stato meglio non vederlo. È un appartamentino al piano rialzato di un condominio in un quartiere residenziale e defilato. Stiamo parlando dell’Istituto Italiano di Cultura in una delle città più influenti d’Europa, tra l’altro la città che ospita la fiera del libro più importante del mondo. Se lo paragono all’Istituto Cervantes di Francoforte (un edificio moderno, enorme, in una zona centralissima) mi sento ghiacciare il sangue nelle vene e come italiano provo una vergogna angosciante. Le varie sezioni del seggio erano dislocate nelle minuscole (e poche) stanze dell’istituto. La mia sezione era nella BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO: una stanza di 30 mq con una libreria piena di volumi accatastati alla rinfusa e appena più grande di quella che io ho a casa (e se me lo si concede, a giudicare da quello che ho visto, la mia libreria supera quella biblioteca per qualità, ma non è che ci volesse molto…).
  • Un elettore giovane, sulla trentina, si è seduto in cabina e ci è rimasto per un quarto d’ora. Dal volto incazzato nero che aveva all’uscita, ho dedotto che avesse riempito la scheda con una logorroica dichiarazione di astio, magari ricca di turpiloquio, rivolta genericamente alla classe politica. Impossibile non provare un po’ di empatia e solidarietà, ma anche quell’imbarazzo particolare che in tedesco si dice Fremdschämen e che tradurrei come vergogna per interposta persona. A che serve? Energie che vengono rovesciate improduttivamente su una scheda elettorale che sarà aperta e letta da un impiegato dell’Interno, il quale nella migliore delle ipotesi farà spallucce, nella peggiore una risata.
  • Un elettore sulla quarantina, avendo appreso in loco che tre eventuali preferenze dovevano per legge comprendere un candidato di sesso diverso dagli altri due, ha detto: “Allora voto Cecchi Paone, che è sia maschio che femmina, e risolvo il problema”, guardando poi me (unico uomo nella sezione) alla ricerca di uno sguardo di approvazione per la battuta che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere simpaticissima. Ha trovato uno sguardo che gli dava esplicitamente del coglione. Poi ha chiesto di avvicinarsi al cartellone affisso al muro per dare una scorsa ai nomi della lista che gli interessava, ed era ovviamente Forza Italia.
  • Presidente, segretario e scrutatori della mia sezione (tutte donne italiane non dipendenti pubbliche): un concentrato di serietà, elasticità mentale e grande professionalità. Ci sarà un motivo se vivono all’estero e non in Italia.
  • Venerdì ho preso servizio come scrutatore con tre quarti d’ora di ritardo, a causa dei soliti disservizi del trasporto pubblico di Francoforte (S-Bahn cancellata), perché in Italia non funziona un cazzo, ma è bene ricordare che la Germania manco è ‘sto paradiso di efficienza.

Dovendo affrontare un viaggio in auto negli USA avevo mille dubbi e cercavo di scioglierli cercando in rete. Di informazioni in internet ce n’è a decine, alcune accurate, altre fuorvianti, comunque quasi sempre frammentate. Ci aggiungo la mia esperienza, concentrata in un solo post a beneficio di chi deve affrontare un viaggio simile e magari arriva qui via Google mentre cerca informazioni.
Si tenga presente che questo post riguarda un viaggio in macchina fatto negli stati di Washington, California, Nevada, Arizona e Utah. Tutto quello che è scritto qui, in linea di massima, dovrebbe essere estendibile al resto degli USA. Nel caso, comunque, sul sito del governo americano c’è un elenco (con relativi link) degli enti che regolano la viabilità in ognuno degli stati federati. Approfondire è sempre cosa buona e giusta.

L’auto è necessaria per visitare gli USA?
Sì e no, dipende dal luogo.
Se la visita si limita a una o più città senza escursioni, l’auto non è necessaria o può essere addirittura un problema, visti il traffico e il costo dei parcheggi nel centro delle grandi metropoli. Fa eccezione Los Angeles, che è una megalopoli sconfinata dotata di un trasporto pubblico ridotto al minimo indispensabile. A Los Angeles l’auto è più che indispensabile, non c’è alternativa. Nonostante la consideri una città fantastica e da vedere assolutamente, la sconsiglierei in maniera categorica a chiunque non possa o non voglia noleggiare un’auto.
Per grandi parchi o attrazioni naturali che non siano lontane da grandi città (per esempio  il Grand Canyon raggiungibile da Las Vegas) ci si potrebbe anche affidare a tour organizzati in bus con partenza dal centro della città, ma è una scelta che comporta grandi perdite di tempo e vincoli inopportuni. Sempre meglio avere un’auto.
Per attrazioni e parchi situati in località più remote non c’è scelta: bisogna noleggiare l’auto.
Senza considerare che negli Stati Uniti occidentali, quelli che abbiamo visitato noi, guidare non è solo un espediente per spostarsi da un luogo all’altro, ma anche una componente fondamentale dell’esperienza di viaggio. Quelle strade e quei paesaggi lo richiedono, punto.

Quale patente?
Io ho avuto con me la patente europea formato tessera rilasciata in Germania, quindi in lingua tedesca, ed è risultata valida in tutte le occasioni. Per quanto ho potuto notare, l’agenzia di autonoleggio Alamo accetta anche la vecchia patente di carta rosa, ma non posso garantire per altre agenzie, soprattutto non posso garantire che venga ritenuta valida in caso di controllo stradale. Per sicurezza, quindi, meglio munirsi della patente europea formato tessera se non la si possiede già.
La patente internazionale non sembra obbligatoria, almeno stando alla fonte ufficiale che dice “”You should get one” senza lasciarlo intendere come obbligo inderogabile. Credo che la ritengano necessaria solo per patenti di paesi che non usano l’alfabeto latino. Io avevo comunque anche quella, per eccesso di zelo, ma si è rivelata del tutto inutile: mai richiesta da chicchessia, né dall’agenzia di autonoleggio, né dalla polizia che ci ha fermato (poi ci torno).

L’auto a noleggio.
Procedure di ritiro e riconsegna molto più semplici, veloci e intuitive rispetto all’Europa.
Al ritiro dell’auto, l’agenzia Alamo (e quindi suppongo anche le altre agenzie) offre la possibilità di riconsegnarla a fine noleggio con serbatoio vuoto, pagando il pieno in anticipo a un prezzo ridotto. Non conviene in alcun caso, perché il carburante in qualsiasi pompa di benzina costa sempre meno di quello che loro offrono a prezzo ridotto, e soprattutto perché difficilmente si possono fare calcoli incrociati tra percorrenze e rifornimenti in modo da riconsegnare l’auto col serbatoio vuoto: gliela ridarete sempre con della benzina in serbatoio, andandoci a perdere ancora di più. Meglio il noleggio tradizionale e riconsegnarla con serbatoio pieno.
Se si prevede di oltrepassare una frontiera con l’auto a noleggio, meglio informarsi presso l’agenzia. Per il Canada non dovrebbero esserci problemi (noi siamo andati a Vancouver), ma per il Messico potrebbero esserci delle limitazioni.

Il navigatore satellitare.
È vitale ovunque negli USA, sia per le lunghe percorrenze, sia per le grandi metropoli labirintiche. Autostrade e strade provinciali hanno spesso deviazioni più o meno lunghe a causa di lavori in corso, e questo potrebbe decretare l’inutilità di eventuali percorsi calcolati su Google Map e stampati. Le agenzie di autonoleggio offrono sempre un navigatore, ovviamente con un sovrapprezzo che può non convenire affatto. Se si prevede di usare il navigatore satellitare almeno tre volte nel giro di qualche anno, meglio comprarne uno prima di partire e portarlo con sé (ovviamente ricordandosi di acquistare anche le mappe specifiche degli stati che si visitano). Meglio ancora, come abbiamo fatto noi, acquistare una delle tante applicazioni di navigazione satellitare per smartphone, che funzionano via GPS e non hanno bisogno di connessione a internet (in tal caso però è vitale dotare il telefono di un caricabatterie per la presa dell’accendisigari).
Certo, una cara vecchia cartina stradale pure sarebbe d’aiuto e dimostrerebbe che l’umanità riusciva a spostarsi sulla superficie terrestre anche prima dell’avvento del GPS, ma il navigatore fornisce un supporto che definirei miracoloso, fa risparmiare tempo, e inoltre (almeno la app usata da noi, quella di Tom Tom) aiuta a trovare ristoranti, coffee shop, supermercati, stazioni di servizio e qualsiasi cosa possa servire.

Il cambio automatico (perché anche su richiesta nessuno vi noleggerà una macchina col cambio manuale in USA).
È una cosa che spaventa un po’ i neofiti europei, che si immaginano a dover guidare in un traffico con regole e comportamenti diversi dovendo per giunta familiarizzare con una leva del cambio sconosciuta. Questa è stata la mia primissima esperienza col cambio automatico ma non ho avuto alcun problema, a parte un minuto di difficoltosa acquisizione di dimestichezza nel parcheggio della Alamo, con accelerazioni e inchiodate che hanno attirato un po’ di attenzione. È durato pochissimo: l’uscita dal parcheggio immetteva direttamente in una highway trafficatissima e non mi sono sentito insicuro neanche per un attimo. Il funzionamento è estremamente semplice: le marce sono quattro (P, R, N, D – rispettivamente parcheggio, retromarcia, folle e guida), poi piede destro impegnato sia su acceleratore che freno, piede sinistro perennemente a riposo. Alcune auto hanno una o due marce supplementari che si usano in determinate situazioni, come una discesa particolarmente ripida.
Piuttosto mi domando come avvenga la familiarizzazione inversa, quella di un americano che, abituato a un sistema così elementare, debba imparare a usare il cambio manuale in Europa. Non deve essere facile.

Le regole stradali.
È doveroso informarsi sul codice stradale locale quando ci si appresta a guidare in un paese straniero, ma è anche ovvio che non è possibile impararlo tutto e bene. Tra l’altro non esiste neanche un codice stradale USA, ma ogni stato ha il suo codice locale con differenze che possono essere più o meno significative. Quindi va bene informarsi sulle regole principali e poi lanciarsi rilassatamente alla guida senza tante preoccupazioni, basti sapere che la segnaletica americana è abbondante, intuitiva e a prova di fesso, e la maggior parte delle regole a noi sconosciute sono rese subito note da una pletora di cartelli inequivocabili.
Importante sapere che, se non specificamente vietata da un cartello, la svolta a destra (ma anche a sinistra a seconda dei sensi unici) è consentita anche col semaforo rosso in quasi tutti gli stati, a condizione che non intralci il traffico perpendicolare (ed è una regola geniale che dovrebbe essere adottata anche in Europa, secondo me).
Altra regola interessante che potrebbe creare problemi seri a chi non ne è a conoscenza: in tutti gli stati USA è vietato circolare in auto con bottiglie o lattine di alcolici aperte nell’abitacolo, anche se chi le sta consumando è un passeggero. Quindi vi è permesso avere una pistola carica nel cruscotto, ma se avete un passeggero sul sedile posteriore con una birra in mano state infrangendo la legge. La polizia è molto severa sul rispetto di questa regola.
Per quanto riguarda il rispetto delle regole, è consigliabile attenervisi fermamente. La velocità viene controllata elettronicamente anche dalle auto della polizia in movimento, o addirittura da elicotteri in pattugliamento, e le multe sono salate. È una cosa che mette a dura prova la pazienza del guidatore, perché i limiti di velocità sulle strade americane tendono sempre al ribasso rispetto alle reali possibilità, e si è spessissimo tentati di andare più velocemente di quanto consentito. Meglio non farlo, noi siamo stati fermati per essere andati poche miglia orarie più veloci del limite (ma niente multa, per fortuna: solo un avvertimento scritto e una lezione dettagliatissima sul codice stradale locale, tenuta da un poliziotto che sembrava contentissimo di aiutarci ad apprendere le regole affinché non avessimo problemi).
Se un’auto della polizia lampeggia alle spalle è fondamentale attenersi alla procedura: accostare (o guidare scortati dalla polizia fino al primo svincolo se si è su un’autostrada), abbassare il finestrino e rimanere seduti con le mani sul volante in attesa del poliziotto.

Gli automobilisti.
Contrariamente all’andazzo europeo, gli automobilisti americani tendono ad agevolare le manovre altrui rallentando o tenendosi al margine della carreggiata. Per esempio, in autostrada rallentano per agevolare l’immissione di chi viene dalla corsia di accelerazione (cosa che non vedo fare mai in Europa, né in Italia né in Germania). Unica eccezione, ancora una volta, è Los Angeles, sulle cui mastodontiche e trafficatissime highway a sei corsie per senso di marcia m’è parso di capire che ognuno fa un po’ quello che gli pare. A parte L.A., ovunque si è beneficiato di una generale e diffusissima cortesia tra automobilisti.

 

Appena stato in vacanza negli USA centro-occidentali. Più che una vacanza si è trattato di una marcia serrata per visitare quante più cose possibili nelle tre settimane concesse.
È stata la mia prima volta negli States e proverò a scriverci su qualcosa di approfondito nei prossimi giorni. Nel frattempo, qualcuna delle impressioni più forti, le prime cose che mi vengono in mente dovendo scrivere un post in fretta. Non si prenda niente sul didascalico, sono solo impressioni in ordine sparso di un provinciale che non aveva mai visto l’America, e se qualcuno vuole smentire o confermare, lo faccia.

Numero uno: gli americani vivono nel terrore dei carboidrati, e lo combattono ingozzandosi di proteine e grassi saturi. Tuttavia l’esercito di obesi che secondo la mitologia corrente dovrebbe caratterizzare il popolo americano, non l’ho visto. Anzi, gente in formissima. Per dire, qui a Francoforte vedo molti più ciccioni di quanti ne ho visti nelle città americane, e questa impressione è stata condivisa da chi ha viaggiato con me. Dalla regia però mi dicono che i famosi obesi gravi americani sono effettivamente numerosi ma stanno chiusi in casa. Con una nota di tristezza, invece, devo aggiungere che la vera marea di obesi l’ho vista tra gli indiani della riserva Navajo in Arizona.

Numero due: dall’Europa sono atterrato direttamente a Seattle, la quale è stata il mio primissimo contatto con le genti americani in loco. Mi aspettavo uno choc culturale che non c’è stato. A parte qualche campetto di baseball in periferia e il passaggio di qualcuno dei famosi scuolabus gialli, mi sembrava di respirare aria europea in tutto e per tutto, architettura a parte. Sempre dalla regia, però, mi fanno notare che sono stato tratto in inganno dalla mia visione superficiale da turista. Permanendo a lungo sul luogo, si comincia a convivere, per esempio, con l’idea che la propria vicina di scrivania al lavoro abbia sempre una pistola nella borsa e la consideri una cosa normalissima. Lo choc culturale (si fa per dire, stiamo parlando di semplice constatazione di uno stile di vita diverso da quello europeo) l’ho avuto in seguito a Las Vegas e in alcune cittadine dello Utah. Ci tornerò su.

Numero tre: gli Stati Uniti, almeno quelli che ho visitato io, e ci metto anche Vancouver, che è stata la meta canadese di una giornata fuori porta durante la permanenza a Seattle, sono disseminati di Fiat 500 (quella nuova). Le ho viste nel dedalo metropolitano di Los Angeles e nel deserto in Arizona. Ovviamente non rappresentano alcun vantaggio economico per l’Italia (le 500 americane sono prodotte lì, o in Messico, comunque non in Italia), ma le ho viste come parte di un’affezione per l’italianità che, laggiú oltre l’Atlantico, è percepita positivamente ed è trendy. Gli americani con la 500 comprano un simbolo, non un’automobile. Anche perché altrimenti la Fiat 500 negli USA non avrebbe alcun senso pratico, neanche nelle grandi metropoli.

Numero quattro: il cibo negli States è venduto e pubblicizzato in maniera meno chiara e più ingannevole che da noi. Le tabelle nutrizionali sulle confezioni, poi, non si riferiscono mai alla quantità di 100 grammi, ma alla “porzione”, che è un concetto arbitrario e inutile. C’è molto più uso di grassi idrogenati: sono ovunque, nell’elenco degli ingredienti di troppi prodotti. Devo dire però che, esattamente come è molto più facile mangiare schifezze e junk food da quelle parti, è anche più facile mangiare sano. Mai stato un problema l’approvvigionamento di verdure fresche da mangiare subito, e l’abbondanza di ristoranti vegani (non sono vegano, io) e “salad bar” ha risolto un giorno sì e uno no i sensi di colpa dovuti all’alternanza con hamburger enormi accompagnati da montagne di patate fritte e tutte le schifezze dolci e salate viste nei supermercati e di cui non si poteva proprio fare a meno.
Io, quando mangio fuori in Italia, non riesco mai a stare leggero come ci sono riuscito in America.
Ah, e poi il latte totalmente scremato. L’ho visto e ho pensato “che americanata”, per poi ricordarmi che c’è anche in Italia. In Germania non si vende, mi ero completamente dimenticato della sua esistenza.

Numero cinque: ritiro gli strali lanciati contro Starbucks qualche mese fa. In lungo e in largo per gli Stati Uniti occidentali, Starbucks era l’unica opportunità di avere un espresso decente, e di gran lunga migliore dell’espresso servito negli Starbucks qui in Germania. Ne consegue che è colpa dei tedeschi: come i ristoratori italiani in Germania si piegano al gusto dei tedeschi e cucinano schifezze, così gli Starbucks crucchi servono un espresso di merda, non fa una piega. Nota a margine: appena approdato nel primo Starbucks, la mia richiesta di avere l’espresso in una tazzina per espresso, come sarebbe lecito, ha gettato nel panico l’intero staff del locale. In seguito ho avuto modo di apprendere che gli Starbuck da quelle parti usano esclusivamente quei bicchieroni monouso anche per le consumazioni “to stay”, la qual cosa però aprirebbe un dibattito sull’enigma della domanda “da consumare qui o da portare via?”, siccome la risposta, quale che sia, non cambia di una virgola il prezzo né il modo in cui viene servita la bevanda.

Numero sei: i treni merci che attraversano deserti, canyon e cittadine di provincia. Era dai tempi di Paris, Texas di Wim Wenders che volevo vederli. Lunghissimi, maestosi, meravigliosi. Una volta ho contato tutte le vetture di un treno merci chilometrico: quattro locomotive e centotrenta vagoni.

Numero sette: consumismo estremo, oceani di prodotti monouso, cibo e beni di consumo venduti perlopiù in confezioni formato caserma. Il latte si compra in taniche, il colluttorio Listerine in bottiglioni enormi mai visti in Europa.

Numero otto: la società multietnica come piace a me. Un popolo coi geni provenienti da ogni angolo della terra, in cui tutti, perfino quelli che non sono nati su suolo statunitense, si identificano come americani. L’esatto opposto del modello di multietnicità della Germania, dove perfino gli immigrati di seconda e terza generazione si rifiutano di definirsi tedeschi.

Numero nove: la vita difficile dei fumatori, me compreso. A parte il Nevada, dove il fumo è più tollerato e le sigarette costano poco meno che in Europa, altrove negli USA la vita dei fumatori è oggetto di una vera e propria persecuzione. Dal prezzo delle sigarette (quasi 13 dollari per le Marlboro in Illinois) alla difficoltà di trovare un posto dove poter fumare in santa pace senza che qualcuno si lamenti o ti guardi in cagnesco. Perfino per strada è difficile, siccome ti vietano di fumare entro tot metri dall’entrata di un negozio o di un locale. Giusto disincentivare il fumo, ma lì rasentano l’isteria.

Numero dieci: la gentilezza delle persone, che non necessariamente significa rispetto, intendiamoci, ma quella profusione di ringraziamenti, sorrisi, saluti, quell’essere così helpful e non solo nell’esercizio del proprio lavoro. Osservando il tutto da estraneo devi faticare parecchio per ricordarti che questa gente così cordiale e amorevole è la stessa che considera normali pena di morte e libera diffusione delle armi da fuoco. Mi è capitato in un paio di occasioni di cedere all’istinto, acquisito purtroppo in Germania, di negare un piccolo gesto di cortesia, di non cedere il passo, o di rivolgermi a qualcuno in una maniera che per gli standard locali è considerata brusca, e mi sono sentito immediatamente come un arrogante destabilizzatore delle loro convenzioni sociali.

Numero undici, e questa è la cosa che mi ha colpito maggiormente: un diffuso e generale senso del dovere. Tutti, ma proprio tutti impegnati a svolgere nel migliore e più efficiente dei modi il loro lavoro, qualunque esso sia. Sarà perché possono perderlo con facilità estrema…

Io arrivai a Francoforte con quella mentalità napoletana del dover possedere un’auto per non sentirsi mutilati di qualcosa nella propria mobilità, e non molto dopo aver stabilito qui la residenza stavo già informandomi su prezzi, finanziamenti, burocrazia e tutto l’ambaradán dell’acquisto dell’agognato mezzo di locomozione su quattro ruote.
Poi ho scoperto il car sharing, e l’idea di comprare un’auto si è dissolta scomparendo per sempre dalla mia vita, o almeno finché vivo in una città moderna. Sono diventato un po’ meno napoletano, insomma.

Vi spiego come funziona con Flinkster, il servizio a cui sono iscritto.
Ho a disposizione veicoli di ogni tipo, dalla microutilitaria al furgone, disseminati in giro per la città. Con una app specifica cerco le auto, le prenoto, le sprenoto se cambio idea, riduco la prenotazione se la lascio prima del previsto.
Le tariffe? Teoricamente si dovrebbe pagare una tassa di iscrizione di 50 Euro, ma la si può evitare facilmente utilizzando una delle innumerevoli promozioni, coupon e omaggi che si trovano in giro e che la scontano del tutto. Oltre la tassa di iscrizione, non c’è un abbonamento da pagare, si paga il veicolo solo quando lo si utilizza.
La tariffa a tempo più bassa, quella per una microutilitaria, è divisa in due fasce orarie: dalle 22 alle 8 costa 1,50 all’ora, dalle 8 alle 22 costa 2,30 all’ora. Alla tariffa oraria va aggiunta quella per chilometraggio: 0,18 al chilometro.
Non c’è altro da pagare. Nel caso in cui l’auto abbia bisogno di benzina, nel cruscotto c’è una carta di credito legata a quel veicolo e può essere usata presso i distributori convenzionati (cioè quasi tutti).
Mai avuto problemi a trovare un’auto libera nel raggio di un centinaio di metri. Nel caso, comunque, Flinkster ha una convenzione con altri servzi simili, le cui auto sono pure a disposizione.

Quindi: per la mobilità ordinaria e quotidiana uso i mezzi pubblici o la bicicletta, per quella straordinaria uso il car sharing. Ho risolto un trasloco con 26 euro usando un furgone di Flinkster, per dire.

Questo non è possibile solo a Francoforte, ma ormai in quasi tutte le città dell’Europa occidentale, dove il car sharing è diventato un dato di fatto la cui mancanza sarebbe impensabile come è impensabile quella dei servizi più elementari come bus, metropolitane, taxi. Ed è un miglioramento significativo e irrinunciabile della vita da cittadino: dispongo di un’auto quando mi serve, pago solo per quello che mi serve, non devo pagare tasse e assicurazione.

E a Napoli?

La sola prospettiva ha scatenato una protesta a oltranza dei tassisti, che va detto sono una microlobby di potere che ha reso l’uso del taxi in quella città un privilegio e non un servizio come lo è altrove.
Come lo spiego a un tedesco (ma anche a un francese, uno svedese… ma perfino a un milanese) che a Napoli si protesta contro la prospettiva che diventi disponibile un servizio che nel mondo moderno, quello di cui Napoli ha deciso di non fare parte, è percepito come un miglioramento della qualità della vita generale e un esempio di progresso civico?
Come lo spiego che Napoli, per riutilizzare una definizione di Aldo Masullo, è una città “deragliata dalla storia” e sprofondata in un abisso di ignoranza che la pone fuori dal mondo reale?
Che pena. E che schifo.

Dunque sono andato al Consolato Generale d’Italia a Francoforte. Mi sono detto: devo fa’ due documenti, vorrei pure votare comodamente qui a Francoforte caso mai cadesse Letta, e sto qua dal 2008 e sto pure infrangendo la legge, quindi mi faccio questa benedetta iscrizione all’AIRE che sarebbe obbligatoria.
Quindi sono andato. Provvisto di tutta la documentazione richiesta sul sito, ovvero documento, modulo di richiesta appositamente compilato, e il certificato di iscrizione (Meldebescheinigung) all’anagrafe del comune di Francoforte OPPURE autocertificazione della residenza in Germania (ma io, essendo ossessivo-compulsivo, li avevo entrambi).
Ora, giravano voci sinistre sul Consolato Generale d’Italia, mi dicevano “non andare!”, perché è una via di mezzo tra viaggio a ritroso nel tempo e discesa dantesca negli inferi della burocrazia ottusa, questo più o meno il succo delle diverse voci dei poveri espatriati che hanno avuto bisogno di documenti, passaporti, immatricolazioni di auto italiane eccetera. Ma io ho bisogno, ho davvero bisogno di questa iscrizione all’AIRE, ribattevo io, mi semplificherebbe un paio di cose, vorrei tornare a votare alle politiche dopo vent’anni di astensione, senza neanche sapere adesso chi voterei nel caso, ma vorrei rientrare in questa partecipazione democratica senza dover prendere un volo per Napoli, dicevo, e poi vorrei poter fare qui un passaporto, un documento, un rinnovo di patente senza smobilitare conoscenze napoletane per ottenere le scartoffie nell’arco di quelle brevi permanenze su suolo partenopeo. E dicendo questo, ho preso appuntamento meravigliandomi e compiacendomi per la chiarezza delle informazioni sul sito del consolato e la possibilità di prenotare l’appuntamento semplicemente con un clic, ed ero così compiaciuto che non ho voluto irritarmi per i ristrettissimi orari di apertura al pubblico laddove Francoforte mi ha abituato bene con i suoi uffici pubblici, TUTTI gli uffici pubblici, che in alcuni giorni della settimana aprono all’alba o chiudono in serata per venire incontro alla gente che lavora. Tre ore di permesso al lavoro e mi tolgo il pensiero, mi sono detto.
E sono andato. Mi accoglie un impiegato con accento siciliano che ha l’aria e l’aspetto di chi vive in una segreta e ne esce solo di notte, prende la mia documentazione e dice che non è valida.
Dice: “L’autocertificazione non la accettiamo”.
E io: “Ma sul sito del consolato è scritto il contrario“.
E lui: “Ah sì? No, comunque non va bene, e poi questo Meldebescheinigung è del 2008, è troppo vecchio, ne serve uno più recente”.
Io: “Non c’è scritto neanche questo sul sito, e comunque il Meldebescheinigung non ha scadenza, a LEI che importa quando è stato rilasciato?”
Lui: “Eh, ma noi che ne sappiamo se dal 2008 ad oggi TU non hai cambiato indirizzo? Ne serve uno più recente”.
Io: “Più recente di quanto?”
Lui: “Che ne so, qualche mese”.
Io: “Se le portavo un Meldebescheinigung di tre mesi fa nessuno poteva garantirle che da allora a oggi non abbia cambiato indirizzo, quindi dal punto di vista logico un Meldebescheinigung del 2008 e uno del 2013 per lei non devono essere diversi. E comunque perché non lo scrivete sul sito?”
Si alza pensieroso con le mie scartoffie in mano e sparisce in una stanza dove lo sento parlare con una collega. Poi ricompare, e mi chiede di mettere la mia firma sul Meldebescheinigung dove la sua collega ha aggiunto a penna “Dichiaro che i dati riportati sono ancora validi”. I dati di un documento valido. Come se su una patente rilasciata cinque anni fa qualcuno ti chiedesse di scrivere “dichiaro che è ancora valida” e di firmarla.
Firmo e dico: “Guardi che ciò che la sua collega ha scritto e che io sto firmando in pratica trasforma questo Meldebescheinigung in un’autocertificazione, a questo punto poteva farsi bastare l’autocertificazione completa e ben scritta che le ho portato io.”
Non ha il tempo di rispondere, gli squilla il telefono: “Pronto? Ah ciao, stavo per chiamarti. Sì, tutto bene, oddio, il freddo qui a Francoforte… No, quello no… Ah sì… No, solo quella cisti, ma poi si è risolta… Ah tu scendi a fine mese? Vai con l’aereo? No, io in macchina… A saperlo ti davo un passaggio… Be sì, col cagnolino è meglio se andiamo in macchina… No, ma io qua sto momentaneamente… Sì sai, ci hanno mandato da Roma, io lavoro a Roma… Senti, per quell’ordine, fammelo come l’altra volta ma togli le scatolette di salmone… Sì sì, i croccantini lasciali…”
Avanti così per quasi una decina di minuti davanti a me che sono allibito in quanto trattenuto, nella mia urgenza di tornare al lavoro, dalla telefonata privata di un impiegato della Pubblica Amministrazione italiana e messo a parte di cose private di cui non può fregarmi di meno mentre sono lì per altri cazzi. Cerco di non innervosirmi, penso: “È la Germania che ti ha abituato bene, ricordati che per trent’anni della tua vita tutto questo è stato normale, è la Germania che ha alzato le tue aspettative sul senso di responsabilità altrui, non prendertela con questo omuncolo formato in un sistema dove la scena a cui stai assistendo non è surreale”.
Ma allo scoccare del decimo minuto decido che devo intervenire: “Mi scusi se la interrompo, ma io devo andare al lavoro”.
Lui mi guarda sorpreso. Non si risente dell’interruzione, no, è semplicemente sorpreso, allibito anche lui. Siamo entrambi reciprocamente allibiti, ed è in quel preciso momento, nella tensione di questo mutuo sbigottimento, che io vengo illuminato sulla via di Damasco e comincio a ritenere di non essere più parte del sistema Italia. Oddio sono crucco, ho pensato.
E da crucco decido che la situazione vale una protesta chiara e tonda, e dico: “Ma che diamine, LEI sta lavorando”.
E lui, dopo aver concluso in fretta la telefonata: “E mamma mia, a TE non capita mai di ricevere telefonate private al lavoro?”
Io: “NO!”, e tra me e me penso che costui mi sta obbligando a ragionare su qualcosa che ho sempre dato per scontato, e cioé che disattivo la suoneria per tutto il tempo in cui sono in ufficio, e che se ricevessi comunque telefonate private mentre sono impegnato in qualcosa con qualcun altro, il mio capo, che è giapponese, mi imporrebbe di fare seppuku al cospetto del consiglio di amministrazione.
Lui si reimmerge nella mia pratica, ammutolito, non contrariato, non risentito, semplicemente sbigottito. È la Germania, baby – vorrei dirgli – ti hanno mandato da Roma ma forse ti avrebbero dovuto spiegare meglio come si lavora qui. Ma poi realizzo il luogo dove sono, e mi ammutolisco, e sprofondo in un vago senso di tristezza come ogni volta che l’Italia mi manda messaggi in cui è impresso inequivocabilmente: “Hai fatto bene ad andartene”, mentre io vorrei sentirmi dire: “Torna, questo è il tuo posto”. E non accade mai. Quasi mai.
Fine della pratica. Mi saluta. Vorrei abbracciarlo, vorrei consolarlo e dirgli: “Non è colpa tua. Tu, la tua persona, il tuo ruolo, la tua etica professionale, siete sbagliati da cima a fondo ma non è colpa tua, e io ho fatto bene ad andarmene, perché con tutto questo non ho nulla a che fare”.
Uscendo dal consolato, nel momento esatto in cui ho messo piede fuori dall’edificio sulla Bockenheimer Landstrasse, ho sentito la Germania di nuovo attorno a me e avuto come l’impressione di tornare a casa.

Se uno ha la vista selettiva, lungo il corso Secondigliano vede meravigliosi palazzi aristocratici di epoca borbonica, a ognuno dei quali appartiene un rimasuglio tutto sommato accettabile di ciò che furono idilliaci giardini sul retro. Il corso Secondigliano fa parte di un’antica diramazione secondaria dell’Appia verso la metropoli napoletana, e in tempi ormai lontani era per così dire un trionfale benvenuto a chi arrivata da Roma, accolto da questa sontuosa parata di palazzi barocchi e neoclassici.
Se uno la vista selettiva non ce l’ha, o come me non sa farsela durare, vede attorno a queste vestigia della vecchia aristocrazia un mondo corrotto che ha assunto in sé tutti i volti del degrado: urbano, civico, morale, umano e chi più ne ha…
L’ho percorso tutto, da Capodichino al cosiddetto Quadrivio, e io, che sono solito relativizzare i mali di Napoli e fare salti mortali per concedere loro le più improbabili attenuanti, io devo dire che no, un degrado del genere io non l’ho mai visto in nessun luogo dell’Europa occidentale, che bene o male ho visitato quasi tutta senza risparmiarmi le periferie e i sobborghi più decentrati. Ho camminato lungo il corso Secondigliano cercando già tra me e me le parole per descrivere la sensazione provata, e mi sono venute in mente solo espressioni che non posso riportare qui senza il rischio di apparire esagerato, perfido, distruttivo. Boh, forse potre dire, senza allontanarmi troppo dalla verità, che uno scenario come quello del corso Secondigliano io l’ho trovato nell’umanità corrotta di certi medioevi postapocalittici descritti in un determinato sottogenere di romanzi di fantascienza.
Mi limiterò a dire che il corso Secondigliano è la quintessenza di ciò che sta accadendo a Napoli: un’enorme bellezza che sta scomparendo tra le fauci del degrado prodotto da una ignoranza così diffusa da mettere i brividi.
Ma la cosa che trovo più amara è che qui mi sento sempre meno a casa mia, e se prima certe constatazioni mi colpivano personalmente, intendo nella mia parte di quell’orgoglio che dovrebbe essere collettivo, ora mi istigano solo al disprezzo come per un qualsiasi popolo che si è sbarazzato dell’amor proprio per godersi tutte le irresponsabilità dell’ignoranza, e penso che con tutto questo non c’entro proprio niente, io.

La possibilità dell’arrivo di Starbucks in Italia è un argomento proposto in tutte le salse possibili, ma io mai aperto bocca al riguardo perché, fino a poco tempo fa, negli Starbucks disseminati per mezza Europa avevo messo piede solo per usufruire della lodevole possibilità, analoga a quella offerta da McDonald’s, di andare al cesso senza sentirmi in dovere di consumare qualcosa. Da McDonald’s però ci mangio anche il McFlurry, e con piacere, mentre i prezzi da infarto di Starbucks sono sempre stati una barriera contro qualsiasi cedimento all’idea di provare ‘sto frappuccino. Perfino durante il mio quasi anno di residenza londinese, laddove le alternative di qualità migliore scarseggiano, sono entrato da Starbucks solo per degnare il locale di una mia minzione, e neanche spesso, siccome ebbi modo di scoprire che molte caffetterie avevano la porta del cesso sbloccabile solo digitando un codice stampato sullo scontrino, e dopo un po’ mi stufai di appropriarmi di scontrini lasciati su tavoli non ancora sparecchiati nella speranza che i clienti appena sloggiati non li avessero già adoperati per le loro legittime funzioni corporali (perché, secondo Starbucks, anche da cliente pagante hai diritto a una sola pisciata).
Poi è successo che, per un periodo limitato all’inizio di quest’anno, ho onorato della mia presenza pressoché fissa uno Starbucks vicino casa a Francoforte. Avevo appena traslocato, e di riattivare la linea telefonica, internet compresa, la Telekom non ne ha voluto sapere per un mese. Così, invece di elargire un patrimonio alla stessa Telekom per una connessione mobile temporanea, in quella manciata di settimane mi sono spesso accomodato per un’oretta serale da Starbucks con l’idea iniziale di scroccare la connessione gratuita consumando un semplice espresso (€ 1,90), che però si è rivelato essere ciofeca nauseabonda e imbevibile, e quindi ho provato un po’ di questi beveroni chiamati con nomi che sembrano una presa per il culo della lingua dantesca (a proposito della lingua italiana in mano alle catene di caffetterie straniere, volevo dire, e lo dico ora se no mi scordo, che Coffee Fellows, una catena tedesca concorrente di Starbucks, ha lanciato nientepopodimeno che il frappiato). Comunque, appena la Telekom ha riconnesso casa mia col resto del mondo, per me Starbucks è tornato a essere ciò che è sempre stato nei decenni che hanno preceduto il mio trasloco: una catena di vespasiani gratuiti e discretamente puliti. Per altre funzioni è improbabile che io rimetta piede in una di quelle caffetterie, siccome la ritualità starbucksiana della consumazione del caffé non è affatto nelle mie corde: caffè preparato da ragazzi lentissimi e senza esperienza, attese spesso estenuanti distribuite in due fasi – una fila per pagare e una per ricevere il proprio caffè – per poi correre il rischio di rimanere con la propria tazza in piedi, perché spesso è dato verificare solo a caffè ottenuto che non ci sono più posti liberi, e senza alcun bancone a cui potersi appoggiare. Non so se avete presente quell’esperienza di girovagare all’interno di un McDonald’s affollato alla ricerca di un tavolo libero mentre reggete il vassoio col vostro pranzo. Ecco, l’esperienza analoga ma con una tazza di qualcosa che nel frattempo sta diventando gelida è frustrante e demotivante. Alla fine, comunque, il discrimine maggiore tra me e Starbucks è banalmente la qualità dell’espresso, mia droga irrinunciabile, che in quelle caffetterie purtroppo è talmente disgustoso da non rientrare neanche in quella categoria di espressi imbevibili che butti comunque giù quando il bisogno di caffeina chiede di prevalere sulla soddisfazione del palato.
In Italia, dicono, non arriverà mai. Sarà. Intanto però sono appena arrivato a Napoli dove ho notato la comparsa qua e là, in punti turisticamente strategici, di un paio di imitazioni locali di Starbucks, alcune anche spudoratamente plagianti, segno che il modello di business ha un terreno forse fertile su cui è stato già gettato un seme per quanto pezzotto, e proprio nella città dove il caffè espresso è oggetto di culto. In questi pseudostarbucks napoletani entri e trovi una pletora di muffin, ciambelle e biscotti americani, e manco una sfogliatella, manco ‘nu babbà. Non ho avuto modo (né desiderio) di consumarvi alcunché, quindi non saprei dire se i cappuccini vengono serviti in quei bicchieroni di cartone con coperchio di plastica munito di pertugio da cui suggere la calda bevanda (avverto in bocca l’aroma della plastica riscaldata al solo descrivere questa oscenità).
Questi pezzotti di Starbucks apriranno le frontiere italiane ai veri Starbucks? Il libero mercato che sogno ovunque mi porrebbe in difesa della possibilità di Starbucks di invadere e saturare l’Italia, e nel contempo desidero che ciò non avvenga mai. Alla cattiva qualità dell’espresso (sottolineo nauseabonda), aggiungo il dramma di omologare vie commerciali e isole pedonali per renderle identiche in ogni angolo del mondo occidentale (cosa che riscontro con una certa amarezza in Germania), per non parlare dei prezzi: il cappuccino di Starbucks, quello piccolo, costa la bellezza di settemila lire, cifra che neanche riconvertita in euro e tenendo conto dell’inflazione rimane entro i limiti della ragionevolezza.
In realtà, uno dei motivi principali della mia antipatia per il marchio Starbuck è un grande, fedelissimo amore per il coffee style italiano, una delle caratteristiche culturali del nostro popolo più ammirate all’estero, ed è quella cosa a cui Starbucks dice di ispirarsi costituendone invece l’antitesi. Francoforte sarebbe per me un posto migliore se ci fosse uno, dico un solo bar all’italiana, dove entri da solo o in compagnia e nel giro di trenta secondi ricevi direttamente al banco un espresso fatto da chi usa la macchina con l’attenzione e la cura di chi sa guidare una locomotiva con esperienza pluridecennale, e te ne vai drogato, soddisfatto e contento di non essere stato sequestrato con la necessità di attendere e sedersi da qualche parte. Giuro: è la cosa che mi pregusto maggiormente all’avvicinarsi di una delle mie periodiche discese partenopee.
Non mi piace il tuo caffé ma sono disposto a morire perché tu abbia la possibilità di venderlo dove ti pare, disse Voltaire, eppure avvertirei il crepitio di una sorta di rottura nel profondo del mio cuore il giorno in cui uno Starbucks aprisse a Napoli.

Gira recentemente, condiviso qua e là, un testo che fa apologia di un improbabile neapolitan lifestyle.
Posto che lo stile di vita napoletano ha innumerevoli pregi che il tenutario di questo blog rimpiange da mane a sera nelle barbariche lande teutoniche, quelli descritti in quel testo provocano un travaso di bile per la consueta tendenza napoletana ad esaltare, ribaltando l’ottica, molte cose che in realtà alzano un muro di fronte alla possibilità che Napoli faccia un salto di qualità civico e diventi un posto vivibile non solo per chi non sa immaginarsi di meglio per la sua vita (problema di molti napoletani, che credono che di non meritare una Napoli che non sia quella che si ritrovano) ma per tutti gli altri che nel rapporto con quella città sono torturati dal bilico tra l’amore folle e l’odio feroce (insomma, io).
Per non parlare, tra l’altro, della consuetudine dei napoletani di esaltare miseri progressi civici che altrove, in ben altre città, sono già stati raggiunti da un pezzo e assunti come dati di fatto.
Analizziamo il testo passo per passo.

PER TUTTI QUELLI CHE CRITICANO NAPOLI :Vivere a Napoli, è fare il primo bagno il 28 aprile e l’ultimo il 7 ottobre.

Sì, ma dove? In piscina? Per fare un bagno non dico decente, ma almeno sicuro, io mi devo allontanare parecchio dalla città, e raggiungo le isole, la penisola sorrentina o mi spingo addirittura nel basso Lazio, perché lungo il litorale tirrenico da Seiano a Mondragone io non oso sfiorare l’acqua neanche con la punta dell’alluce. Tutto è zozzimma, acqua oleosa e sporcata da scarichi abusivi, che bagna spiagge immonde (quelle poche libere da cercare lungo chilometri e chilometri di spiaggia occupata da stabilimenti non si sa quanto leciti), ma vallo a spiegare a chi ha scritto questo testo, che magari il 28 aprile va a farsi il bagno a Castellammare, tra le zoccole naufraganti su zattere di rifiuti nei pressi della foce del Sarno, o al Granatello di Portici, o addirittura alla Vigliena di San Giovanni a Teduccio, dove i vibrioni del colera nuotano allegri e ti fanno ciao.
Vogliamo parlare invece di quelle città del Mediterraneo dove dal 28 aprile al 7 ottobre si gode di una balneabilità decente? Così almeno diventa chiaro che i napoletani amano vantarsi di ciò che credono di avere ma non hanno, mentre a Barcellona la gente ha a disposizione spiagge libere pulite e mare fantastico direttamente in centro.

È fare la spesa nel quartiere alla domenica mattina,

Mica si può fare solo a Napoli. Anzi, altrove diminuisce la probabilità che pomodori e peperoni vengano dalla cosiddetta Terra dei Fuochi. Ed evidentemente chi ha scritto questa stupidaggine non ha mai visto la compostezza, la calma, la bellezza e le prelibatezze dei mercati cittadini della Mitteleuropa.

è non prendere mai sul serio una provocazione.

Questione di sopravvivenza, laddove le provocazioni sono troppe.

Lavorare a Napoli è prendere schiaffi da mattina a sera e sapere che dopo tutto sembrerai più colorito.

Chi ha scritto questa oscenità non ha mai lavorato a Napoli. Dopo tutto non sembrerai più colorito, sarai semplicemente paonazzo per la rabbia, e se non hai molto da perdere deciderai di andartene. Come ho fatto io. E quando te ne sei andato a lavorare altrove, dove il tuo lavoro gode del rispetto dovuto da parte di tutti, governo, sindacati e datore, allora sì che acquisti il colorito sano di chi sa che il suo lavoro non è una condanna divina.

Vivere a Napoli è meglio di lavorare a Napoli, ma qui il lavoro si chiama fatica perché è percepito diversamente.

Appunto. Si dice sfruttamento.

Potrai svegliarti con l’odore di caffè e una sfogliatella calda sotto il palato per iniziare bene la giornata.

Con l’odore del caffé mi sveglio anche a Francoforte, e la sfogliatella mi manca, sì, ma mi manca troppo poco per costituire il discrimine tra la possibilità di tornare a Napoli e il non farsi manco sfiorare da questa idea malsana.
Ma poi voglio sapere: quanti napoletani mangiano regolarmente una sfogliatella a colazione?

Potrai vedere 71 panorami diversi in altrettanti scenari meteo diversi.

Qui non si capisce cosa intenda. Un elogio della fallacia delle previsioni meteo? A che pro? E che c’entra con Napoli?

Potrai volare su una vespa Special e sentirti più libero che sui colli bolognesi.

Potrai volare dalla Vespa Special, intende veramente, data la condizione vergognosa del manto stradale di Napoli.
E comunque sì, la possibilità di sentirsi più liberi che sui colli bolognesi è concreta, devo ammettere. Sui colli bolognesi c’è meno libertà di fregarsene del codice stradale.
Vogliamo parlare invece di quelle città dove potrai volare su una bicicletta e sentirti molto più libero che su una Vespa a Napoli? Ah, già: Giggino ha messo le piste ciclabili, di quelle pensate e allestite da chi non ha mai visto una pista ciclabile in vita sua. Per fortuna la maggior parte sono già sparite sotto le macchine parcheggiate abusivamente o portate via dall’azione combinata di usura e mancata manutenzione.

Potrai comprare ogni tipo di oggetto, ogni cosa proibita o semplicemente introvabile altrove.

Se si parla di stupefacenti, impossibile negarlo. Per altro non so. Chi ha scritto questa cosa è mai stato in una metropoli, una vera? Cosa puoi comprare a Napoli che non puoi comprare altrove? Un triccheballacche? Giusto, devo assolutamente tornare a vivere a Napoli, perché questa irreperibilità di triccheballacche a Francoforte mi sta rendendo la vita impossibile.

Vivere a Napoli è trovare una pizza che non avevi mai assaggiato, anche se vivi a Napoli da tanti anni.

Questo, lo ammetto, è vero. Ma si ritorna al discorso della sfogliatella: troppo poco per costituire un ago della bilancia, troppo poco per rendere una città un posto dove è bello vivere.

Mangiare a Napoli è spendere anche solo 5€ al ristorante.

Se mangi la pizza, certo. Come, del resto, se mangi un kebab a Francoforte hai cenato con quattro euro. Se invece vuoi mangiare qualsiasi altra cosa, Napoli sa essere cara come solo Parigi e Londra osano. Mangiare al ristorante in una qualsiasi città tedesca è più economico che a Napoli.

Vivere a Napoli è pensare al week end solo quando arriva e non dover organizzare nulla,

Si chiama disorganizzazione e, per carità, mi sta bene: è ovvio che in una società di disorganizzati la cosa funziona. Ma siamo sempre là: Napoli rende la vita infernale a chi non vuole o non sa adeguarsi all’andazzo generale.

è scegliere tra migliaia di posti diversi da vedere e sapere che forse non riuscirai mai a vederli tutti.

Vero, verissimo, non riuscirai a vederli tutti perché vai a Capodimonte e scopri che la metà delle sale sono chiuse per mancanza di personale. Vai al Museo Archeologico e scopri che centinaia di reperti importanti sono altrove, distribuiti tra scantinati della sovrintendenza e ambienti chiusi del museo stesso. Vai nel centro storico e scopri che la maggior parte delle chiese sono chiuse, anche durante il Maggio dei Monumenti. Vai alla biblioteca dei Girolamini e, se hai la fortuna di trovarla aperta, scopri che migliaia di volumi sono stati trafugati.

Vivere a Napoli è sapere che puoi inseguire i sogni perché qui sono proprio veri sogni.

Ma va, ché non me ne ero accorto. Devo dirlo a quel numero impressionante di persone di mia conoscenza che hanno dovuto abbandonare Napoli per inseguire i loro sogni. Sogni semplici, perfino banali, sogni che altrove non sono tali. Lavorare, per esempio.

Troverai gente che non se ne frega nulla di te, ma gli stessi ci saranno sempre nel momento del bisogno.

Qui si nega addirittura una caratteristica fondante della cultura napoletana: quel misto di curiosità e invadenza, ovviamente in buona fede, che a Napoli è famoso come calore umano ma che io sono più propenso a descrivere come ‘a sfaccimma d’a cunfidenza. Quanto poco bisogna conoscere Napoli per definirla un luogo dove alla gente non frega nulla di te?
Invece, riguardo al fatto che a Napoli ci sia molta più tendenza all’aiuto reciproco, ad esserci nel momento del bisogno, va detto che è vero. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Troverai musica, arte, storia. Troverai le idee di creativi di ogni dove che a Napoli hanno lasciato un po’ di loro. 

Immerse in uno stato di totale degrado. Monumenti millenari che nella migliore delle ipotesi sono ricoperti di graffiti, nella peggiore se ne cadono a pezzi.

Troverai un’idea ad ogni angolo di strada, un’opportunità persa ad ogni lampione, una frustrazione ad ogni finestra.

Di quali idee si va cianciando in una città “deragliata dalla storia” (rubo l’espressione a Aldo Masullo), completamente immersa nella contemplazione del suo passato glorioso o presunto tale, dove ci si è rassegnati alla sbagliatissima idea che per essa non vi è alcun futuro decente?
Inoltre, frustrazioni e opportunità perse sono demeriti, non attrattive.

Quando sarà notte vedrai Napoli ricoperta da gioielli luminosi, Napoli da vivere solo dove si può, Napoli da conoscere per chi può e chi non può. Ricchi di Napoli, poveri di Napoli, finti ricchi e finti poveri a Napoli. Perdersi a Napoli è difficile come ubriacarsi con il rum del babà. Arrivare a Napoli è una pallonata in faccia mentre cammini tranquillo. Amare Napoli è un sorriso dopo una tempesta, perché se la chiamano la città del sole ci sarà pure un perché. Vivere a Napoli è pensare a tutto tranne che Napoli. Vivere a Napoli è.. l’unico modo per capire cosa vuol dire “poi muori”. ( cit.)

Bla bla bla. Ecco, il male di Napoli è tutto qui: perdersi nell’autocommiserazione della città sfortunata ma bellissima, incivile ma amorevole, degradata ma pittoresca. Vedi Napoli e poi muori, sì, insieme a lei, che muore mentre viene vista con lo sguardo del proverbiale medico pietoso, quello che rimane in osservazione amorevole delle piaghe mentre il resto del corpo è in preda alla setticemia. Fa più bene a questa città chi, come me, non si accontenta di contemplare i miseri rimasugli delle glorie passate o caratteristiche culturali interessanti ma che producono il nulla totale. Le fa bene chi vuole vederla risorgere sapendo che ha tutti i numeri per essere un gioiello unico al mondo. A questa città fa più bene chi per lei ha tanto amore e rispetto da non stancarsi mai di affermare con forza quale invivibile luogo di merda sia diventata.

Un giorno in più a Napoli doveva ovviamente significare anche una notte in più, che si è svolta in totale sintonia con le impressioni delle precedenti ore diurne.
Dovendo accompagnare una persona al pronto soccorso, ho avuto la possibilità di deliziarmi trascorrendo un paio d’ore notturne nell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Mai in vita mia ho provato tanto disgusto per le condizioni da terzo mondo di una struttura ospedaliera in Europa, e onestamente mai avrei creduto che si potesse raggiungere un tale livello di degrado perfino a Napoli, una città che adora dotarsi di ospedali al limite dell’indecenza.
Entrando all’una e mezza di notte nel reparto di pronto soccorso di questo ospedale, che per alcuni è ancora noto col suo precedente nome di Nuovo Pellegrini, ci si immerge in una nuvola di fumo di sigaretta proveniente dalla porta aperta di una stanzetta attigua all’ingresso, dove un gruppo di paramedici (o medici, chi sa) chiacchiera e fuma. In un ospedale pubblico.
Più avanti, gli ambulatori hanno l’aspetto di un ospedale che mi immaginerei di vedere, che so, a Mogadiscio, e non su suolo europeo. L’atmosfera è da girone infernale, con barelle e sedie a rotelle fatiscenti, sporcizia in giro, armadi pieni di farmaci spalancati e incustoditi, bidoni di rifiuti medici rotti e abbandonati qua e là, una stanza da bagno a cui non ci si può neanche avvicinare, tale è il raccapriccio per le condizioni in cui versa. E poi il medico di turno che ti fa la diagnosi su una piccola scrivania in mezzo agli ambulatori, circondato da pazienti in attesa stravaccati su sedie o vaganti nei dintorni e tutti particolarmente interessati alla patologia che ti ha portato in questo posto immondo.
Vorrei tanto conoscere il primario del San Giovanni Bosco. Così, per curiosità, per vedere che faccia ha.
Come al solito, di fronte a questi spettacoli che solo Napoli sa offrire, io mi chiedo: ma loro sanno come apparirebbe questa scena a un europeo di un’altra nazione?
Ho fatto qualche foto.

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Accompagno l’austriaco all’aeroporto di Napoli, e sul viale Umberto Maddalena ci supera, sfrecciando, una vespa con a bordo un uomo e un bambino che sembra non avere più di dieci anni, entrambi senza casco. Un auto della polizia municipale, proveniente dalla direzione opposta, inverte la marcia in un incrocio dove sarebbe vietato farlo, e quasi taglia la strada a noi e alla vespa. “Ora li fermano” dice l’austriaco, “sì, vabbe’, hai capito tutto di Napoli” ironizzo io. La vespa rallenta, fa una piccola gimcana per evitare la collisione con l’auto della polizia e prosegue indisturbata, mentre i tutori dell’ordine civico accostano e parcheggiano lungo la carreggiata, ovviamente in divieto, in prossimità di un bar.
Sono grato a Napoli per questa scena. L’austriaco si (e mi) interroga spesso sui motivi culturali che sono alla base del disprezzo della legalità che caratterizza il popolo napoletano, e io mi arrampico sugli specchi, tiro in ballo questioni storiche, faccio acrobazie dialettiche per convincerlo (e convincermi) che Napoli è stata costretta da accidenti della storia a diventare incivile. Ho un amor proprio che fatica parecchio a inglobare una napoletanità di cui sono pur sempre fiero, e a volte mi sorprendo a cantarmela alla grande su questa Napoli martoriata e brutalizzata da vicende storiche che ormai sono pure piuttosto lontane nel tempo.
Eccola lì, la spiegazione per l’austriaco, servita su un piatto d’argento a imperitura memoria di cos’è che non va a Napoli, e cioè un ragazzino che davanti ai nostri occhi ha appreso un’importante lezione: per la sua vita a venire potrà fare il cazzo che gli pare anche davanti alle istituzioni e allo stato, impegnati in qualche ben altro che però è germogliato esattamente da quel seme lì, da quel ragazzino.
Domani lascio anche io Napoli, per l’ennesima volta, e questo giorno in più di permanenza rispetto all’austriaco mi pesa come un macigno. Torno in Germania a sognare di una Napoli lontana e idealizzata, paradiso terrestre della spontaneità e della vita rilassata, insomma torno a cantarmela sulla mia città natale in un posto dove una scena come quella di oggi rientrerebbe in un quadro di barbarie inaudita. Torno in un posto dove mai dovrò stringere rabbiosamente le mani sul volante mentre ho la vaga tentazione di aggredire verbalmente due cosiddetti poliziotti.

Bambino di otto anni spara e uccide la nonna (negli Stati Uniti, ovviamente) dopo aver giocato a Grand Theft Auto IV, noto come GTA IV. Si tratta di un gioco che Totentanz ha amato e considera uno dei migliori mai pubblicati nella storia dell’industria videoludica.
Come ogni paese moderno, gli USA hanno un’agenzia statale, la Entertainment Software Rating Board, che esamina i videogiochi prima che vengano messi in commercio e li suddivide per fasce di età a cui i prodotti possono essere destinati. I videogiochi devono avere un bollino ben visibile sulla confezione, con l’età minima a cui il prodotto può essere utilizzato, più una descrizione dei contenuti. Nel caso di GTA IV, sulla confezione americana c’è scritto in maniera evidente che il gioco è destinato a persone con un’età maggiore di 17 anni, e che l’esperienza di gioco include “violenza intensa, sangue, linguaggio esplicito, riferimenti sessuali espliciti, nudità, uso di droghe e alcol”.
Come al solito, avvenimenti del genere in America (ma anche in Europa) generano processi mediatici contro l’industria videoludica, ma mi si dica chi è il maggiore responsabile di questra tragedia: gli sviluppatori di un gioco destinato a persone adulte o la micidiale accoppiata della lobby delle armi e genitori a cui non frega molto di vigilare su cosa fa il figlio avendo tra l’altro una pistola in casa?
Questo post quindi ha lo scopo di tributare grandi e sentiti complimenti agli sviluppatori di GTA IV, un videogioco che è un’opera d’arte e che ha venduto tantissimo, garantendo il mantenimento di centinaia di posti di lavoro e contribuendo alla resistenza alla crisi economica di questi anni. Sta per essere pubblicato il seguito, GTA V, e io me lo aspetto ancora più violento, sanguinario e politicamente scorretto.

In Germania, il paese più ricco d’Europa, per la precisione il paese che si sta arricchendo mentre il resto d’Europa si impoverisce, il paese che è in pieno boom di esportazioni e sta vivendo il più alto livello di benessere e la più piena occupazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il paese che riconosce i diritti civili e gode di uno stato sociale che permette a chiunque di avere una vita più che dignitosa, il paese che ha il governo più stabile del continente e un dibattito politico serio, il paese che offre servizi statali efficienti e una burocrazia snella, ebbene in Germania uno dei quotidiani più importanti si chiede, per giunta in prima pagina, perché i giovani tedeschi non protestino come a Rio, Istambul e Madrid.
O io non ho capito il senso di quell’articolo, o l’arte tedesca del lamento qui ha raggiunto il suo apice.

Tra qualche mese mi aspettano tre matrimoni di fila e un abito da cerimonia ancora perfetto ma in cui non entro più come prima, ragion per cui sono a dieta. Chiunque sia mai stato a dieta sa che è bene compiacersi dei risultati ottenuti, e per questo ultimamente butto spesso un’occhio sulle superfici riflettenti per avere qualche incoraggiante riscontro positivo dei sacrifici in corso.
Oggi, tornando dal lavoro, senza fermarmi, ho dato istintivamente un’occhiata fugace a me stesso riflesso nel vetro di una finestra del piano terra di un palazzo di uffici e sì, devo dire che l’incoraggiamento l’ho avuto. Ne ho gioito per un attimo, finché non si è aperta la finestra, quando ormai ero già passato oltre, e ne è venuta fuori una testa grassoccia e biondobarbuta che mi sbraitava qualcosa urlando con quel tono che noialtri fuori dalla Germania usiamo per giocare a fare i tedeschi incazzati, spesso senza essere neanche tanto consapevoli di quanto la nostra caricatura corrisponda alla realtà. Suppongo che mi stesse manifestando, nella solita maniera educatissima che si usa da queste parti, un certo disappunto per sentirsi osservati nell’esercizio del proprio lavoro, o almeno questo ho capito cogliendo di sfuggita un gruppetto di impiegate alle sue spalle che osservavano con accigliata approvazione. Poi non so: il mio tedesco non è affatto male, ma quando questa lingua viene usata per redarguire con forza, il mio orecchio percepisce solo un fastidioso latrato e si rifiuta di decodificare.
Ho pensato a un certo Robert che ho conosciuto sabato sera qui a Francoforte, nella piazza del paese durante i festeggiamenti del gay pride, e che mi chiedeva con estrema curiosità se a me, italiano, piacessero i tedeschi (nel senso culturale, non quello sessuale, meglio specificare vista la location). Non è stata la prima volta che mi sono sentito porre questa domanda, e la sua ricorrenza dice già molto su quanto poco i tedeschi piacciano a sé stessi, ma cosa si vuole che io potessi rispondere a un emerito sconosciuto, seppure simpaticissimo e pure carino, se non qualcosa di estremamente diplomatico che potesse suonare come una dichiarazione di odio o di amore a seconda di ciò che lui voleva sentirsi dire? Ci sono cose dei tedeschi che adoro, caro Robert, e altre che detesto, così come degli italiani ci sono cose che adoro e altre che detesto. Non so cosa vuoi farti confermare con questa tua domanda, se il tuo amore o il tuo disamore per il tuo popolo, ma io per sicurezza ti butto lì che i tedeschi si possono amare e non amare a seconda di fattori che alla fine è troppo complicato spiegarti davanti a una birra (va be’, io avevo una Coca Zero, per la dieta), in una piazza affollata, mentre due drag queen starnazzano sul palco. Quindi, Robert, devi accontentarti della chiosa diplomatica con cui solitamente concludo la mia risposta a domande come la tua: “in Germania vivo bene”, e in fondo è la verità sacrosanta, ma un giorno il destino ci farà incontrare di nuovo in una situazione in cui avrò più tempo, e scandaglierò il tuo rapporto con il tuo stesso popolo per capire se posso metterti a parte dei miei veri sentimenti verso i tedeschi presi come società e non come singoli individui. Allora ti spiegherò com’è che il più grosso ostacolo a una vera e propria luna di miele tra me e i crucchi sia questo enorme squilibrio delle loro reazioni agli errori altrui. Nel qual caso mi farai notare tu stesso, o forse no, che questo squilibrio è il prezzo da pagare per la maggior parte dei motivi che mi spingono a dire “in Germania vivo bene”, e io per carità non lo negherò, ma ti confesserò che ogni volta mi trovo a chiedermi se tutto l’ambaradan della vita facile qua in Germania lo valga, quel prezzo.

Due giorni fa ho visitato Auschwitz e Birkenau. Un proposito che avevo in mente da anni. Ma non voglio parlare di Auschwitz, almeno non ora. Piuttosto voglio scrivere qui un paio di considerazioni veloci che ho fatto tra me e me visitando i due campi, soprattutto davanti alla montagna di scarpe piccolissime rimaste dagli indumenti che i bambini, anche loro, dovevano lasciare in uno spogliatoio prima di accedere alle camere a gas.

“Unsere Mütter, unsere Väter” (Le nostre madri, i nostri padri) è una serie televisiva tedesca di poche puntate andata in onda durante lo scorso marzo in Germania e in Austria. La trama racconta di cinque amici  che si incontrano a Berlino nell’estate del 1941, alla vigilia dell’attacco tedesco alla Russia, per salutarsi col proposito di reincontrarsi tutti insieme a natale dello stesso anno, ma a causa della guerra non riusciranno a rivedersi prima del 1945.

Io non l’ho vista ma, come accennato da qualche giornale italiano, in Polonia la serie ha generato polemiche così accese da far tremare i lampadari anche in sedi diplomatiche e governative, a causa di una rappresentazione poco lusinghiera della resistenza polacca, descritta come antisemita e collaborazionista nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei. Apriti cielo: su tutti i media polacchi è divampata un’accusa generale alla Germania di revisionismo e ignoranza storica, e lamentele ufficiali sono state fatte alla TV di stato tedesca da parte dell’ambasciata polacca a Berlino.
Una situazione difficile da giudicare. Certo è che l’antisemitismo non è stato un’invenzione tedesca, ma imperversava nell’Europa dell’Est già prima che arrivassero i nazisti a perfezionarlo con uno sterminio metodico e spietato. Certo è anche che le popolazioni civili, non tanto in Polonia quanto nei paesi baltici e in Ucraina, all’inizio dell’invasione tedesca e prima che la “soluzione finale” prendesse il via con la sua comprovata sistematicità, collaborarono fino a formare vere e proprie milizie di supporto ai tedeschi nel rastrellamento degli ebrei e nelle fucilazioni di massa.
Ancora più certo però – e di questo va preso atto – è che, nell’elaborazione della colpa di una mostruosità che il ‘900 europeo non si meritava, la Germania è stata messa alla gogna anche da chi invece avrebbe dovuto condividere l’espiazione della genesi del nazismo: DDR e soprattutto Austria. Proprio quest’ultima diede natali, formazione e sostegno ad alcuni dei nazisti più sanguinari (Hitler stesso, e poi il famigerato e crudele Amon Göth, Franz Stangl, Jürgen Wagner, Walter Reder, Franz Reichleitner, Karl Rahm e via elencando), ma nel dopoguerra è allegramente saltata sul carro dei paesi che il nazismo lo hanno subito. In aggiunta a ciò, elaborazioni blande e rifiuto di ritenersi responsabili o almeno conniventi nella persecuzione degli ebrei sono stati fatti da altri paesi non direttamente coinvolti nella progettazione dello sterminio, Italia per prima.
Questo, ovvero l’isolamento della Germania nell’investitura di tale mostruosa responsabilità, ha creato un enorme senso di colpa collettivo nelle prime due generazioni di tedeschi successive alla caduta del nazismo, per poi causare una reazione opposta e contraria a partire dalla terza generazione, fatta di tedeschi che, pur ripugnati dall’ideologia nazista e dall’Olocausto, ne rifiutano il senso di responsabilità nazionale. Oggi è pressocché impossibile aprire gli argomenti nazismo e Olocausto con un giovane tedesco senza trovarsi di fronte a refrattarietà e insofferenza per il tema.

La conseguenza che io reputo grave è che i giovani tedeschi tendono a decontestualizzare la cosa, e più ci si allontana temporalmente dall’Olocausto, più lo considerano uno dei tanti genocidi che caratterizzano la storia dell’umanità da sempre. Passa cioè in secondo piano quello che a parer mio è l’elemento più raccapricciante: il fatto che il nazismo sia nato e sviluppatosi in un periodo della storia tedesca – la Repubblica di Weimar – che a dispetto delle crisi politiche si distingueva per fermento culturale e scientifico e clima di libertà e modernità. A rischio di essere frainteso, devo dire che la colpa dello sterminio di milioni di uomini, donne e bambini nei modi più crudeli che si possano immaginare (ma anche che non si possono lontanamente immaginare se si è a digiuno di testimonianze sui metodi delle SS nell’Europa dell’Est) ha una valenza incredibilmente diversa se attribuita a un popolo culturalmente arretrato o a uomini cresciuti e formati in buone famiglie di quella Germania, cioè in una società dotata di strumenti culturali più che sufficienti a evitare lo sviluppo di certe ideologie e dei drammi che ne conseguono.

E, come affermava Primo Levi, dimenticarsi del contesto in cui si sono sviluppati il nazismo e il progetto e la messa in atto di uno sterminio così abominevole, significa aprire le porte all’avvento di ideologie simili.

Tenere ben presente questo dettaglio è stato produttivo e utile per capire in pieno l’orrore di Auschwitz durante la visita al campo.

Qualche tempo fa mi sono riproposto di commentare e analizzare qui, durante la lettura, “Italiani e tedeschi: Aspetti di comunicazione interculturale” di Brogelli Hafer e Gengaroli Bauer. Dopo aver affrontato la questione del concetto di tempo, il proposito però si è un po’ perso tra le pieghe del mio tempo, e non ne ho tenuto fede come avrei voluto. Peccato, perché ultimamente sto rompendo un bel po’ della serie di solidissimi diaframmi di titanio che separano me e la società tedesca, e avrei parecchio da discutere qui delle mie esperienze col popolo teutonico.
Oggi mi prendo la responsabilità di quel proposito e, a libro finito già da mesi, vado un po’ avanti con l’analisi, toccando il dolente tasto del diverso ruolo dell’alcol nelle due società.
Ho sempre trovato il rapporto con l’alcol molto affascinante nell’osservazione delle società nordeuropee. Non mi piace però farne una questione di quantità o di capacità di gestirne gli effetti. È un semplice dato di fatto culturale: qui in Germania bevono tutti di più e hanno bisogno di più alcol per perdere i contatti con la realtà, punto, e il perché è facile da capire. Mi limito quindi a citare i dati statistici riportati da Brogelli e Gengaroli, secondo cui la Germania, per consumo di alcol annuale pro capite, in Europa è superata solo da Lussemburgo, Ungheria e Repubblica Ceca. Perfino l’Inghilterra, che secondo l’immaginario tedesco è un paese di ubriaconi, consuma meno alcol della Germania.
Statistiche e numeri a parte, quello che mi interessa è il ruolo sociale dell’alcol, della ritualità che vi ruota attorno, e della persona ubriaca.
Partiamo dalla persona ubriaca e tracciamo un profilo da sottoporre alle reazioni tedesca e italiana, per comprendere i rispettivi gradi di’accettazione sociale. Immaginiamo (cioè: immaginate voi, perché questa è roba che ho visto coi miei occhi) un professionista quarantacinquenne che, a una festa, in presenza di estranei, alzi il gomito fino a vomitare abbracciato al cesso del padrone di casa per poi perdere i sensi sul divano finché qualche anima buona non lo ficca su un taxi. In Italia sparirebbe dalla circolazione per qualche mese, per sua scelta, facendo decantare il senso di vergogna nell’oblio di sé offerto civilmente a chi lo ha visto vomitare di tutto e di più, dignità compresa. In Germania niente, la volta successiva un paio di battute sarcastiche sulla sua incapacità di reggere l’alcol, due risatine e via col secondo giro, stavolta con meno alcol perché insomma, anche qui c’è un limite all’indecenza.
Altro esempio, anche realmente accaduto: qualche anno fa, al party aziendale organizzato dalla multinazionale per cui lavoro, c’erano fuori due ambulanze in pianta stabile per intervenire in caso di coma etilico. L’ipotesi che qualcuno potesse strisciare ubriaco al suolo in presenza dell’intero consiglio di amministrazione era tutt’altro che remota, visto che l’anno prima si era verificata.
Finché non si tratta di alcolismo vero e proprio, l’abuso di alcol gode di un’accettazione sociale maggiore in Germania, a causa di un radicamento culturale che ne fa spesso il perno attorno a cui ruota la socialità. Di conseguenza, mentre da noi in Italia l’ubriachezza in situazioni conviviali è considerata cool solo in un contesto adolescenziale, in Germania è normale e del tutto aspettato rendersi brilli o ubriachi a qualsiasi età e in qualsiasi ceto sociale, durante una festa, una cena, un party aziendale. Può succedere anche in Italia, ovviamente, ma con reazioni che assegnano alla persona ubriaca carattere di ridicolaggine e immaturità. In Germania, invece, l’ubriachezza è considerata un’inconveniente che può far parte del pacchetto sociale e, pur essendo comunque poco gradita, non ha nemmeno un ventesimo della connotazione negativa che in Italia la rende uno stigma più o meno momentaneo. Per dire: io non ho mai visto nessuno ubriacarsi durante gli innumerevoli matrimoni a cui ho partecipato in Italia, mentre a un matrimonio in Germania è normale che più invitati ci diano dentro con l’alcol fino a chiudere la serata stravaccati su una sedia cercando di mettere a fuoco cose e persone.
Il ruolo sociale dell’alcol è anche il motivo per cui io frequento poco i tedeschi in gruppo, per non dire che inorridisco alla sola idea di un’uscita serale con un gruppo di tedeschi (e per questo sono contento di vivere in una delle città tedesche etnicamente più eterogenee). In un una situazione conviviale tedesca si sviluppa sempre, in maniera spontanea e automatica, un consumo di alcol distribuito in maniera uguale tra i presenti, che può andare avanti a furia di giri anche in maniera insostenibile per chi, come me, apprezza l’alcol ma ne detesta l’abuso. L’astensione totale, poi, è perfino malvista tra i tedeschi: la persona astemia viene generalmente percepita non come qualcuno a cui non piace affatto bere alcol, ma come qualcuno che se ne astiene totalmente perché consapevole di non saperne controllare l’uso. In altre parole: in Germania è difficile concepire che qualcuno, per una scelta dettata dal gusto personale, escluda del tutto l’alcol dalla sua vita sociale. Quindi, in uscite serali tedesche, astenersi significa spesso dare l’idea di non potersi unire alla convivialità del gruppo a causa di problemi personali con l’alcol.
Come ogni cosa, ovviamente, anche il consumo di alcol in Germania è irregimentato entro codici e schemi precisi. All’abuso che se ne fa in contesti spensierati corrisponde una totale astensione in qualsiasi altro contesto. Come giustamente fanno notare Brogelli e Gengaroli, in Italia non è affatto deplorevole accompagnare il pasto in mensa con un bicchiere di vino rosso durante la pausa pranzo di una giornata lavorativa. Quel bicchiere di vino rosso, che ci si sente liberi di consumare in tale contesto proprio grazie al rapporto generale più moderato con l’alcol, viene percepito dai tedeschi come roba da alcolizzati. Il bue che dice cornuto all’asino.
Quanto sia socialmente importante l’alcol per i tedeschi è comprensibile con estrema facilità osservandoli bere in gruppo: dai brindisi che si susseguono numerosi secondo un rituale preciso (ogni bicchiere deve toccare a turno tutti gli altri bicchieri, e bisogna guardare negli occhi il proprietario del bicchiere che si sta toccando – se si è in molti, un brindisi può durare parecchio) alle varie canzoncine da birraioli che accompagnano spesso le bevute, si capisce al volo che la socialità qui ruota tutta attorno all’alcol. E del resto, in questi contesti conviviali a gradazione alcolica dal moderatamente elevato in su, i tedeschi tirano fuori la scioltezza d’animo e la socialità che fanno desiderare parecchio prima di portare un boccale alla bocca.
Tuttavia va detto che è difficile in Germania vedere ubriachezza molesta o pericolosa in giro. Certo, si vedono per strada più asociali e senzatetto in preda a qualche delirio da ubriacatura, ma le follie alcoliche che ho visto nei fine settimana in giro per le strade di Londra, per esempio, qui sono cosa rara, per non dire impensabile. I tedeschi sanno gestire molto bene tutto, quindi anche l’abuso di alcol.
Per esempio, in Germania è molto più difficile per un adolescente procurarsi alcolici (quando mi capita di fare la spesa di sabato nel tardo pomeriggio, c’è sempre qualche gruppo di sedici-diciassettenni che mi implora di comprare un paio di bottiglie di vodka per loro, perché non hanno davvero alcuna chance di riuscire a comprarne autonomamente, ma da me vengono puntualmente mandati a cacare). Inoltre è rigorosamente diffusa la consuetudine di lasciare l’auto dove è stata parcheggiata prima di ridursi a uno straccio alcolico, per tornare a casa in taxi e poi riprenderla il giorno dopo.

Per andare da Francoforte a Napoli ci sono due voli giornalieri diretti, entrambi di Lufthansa, che in genere hanno un costo ragionevole. La politica dei prezzi di Lufthansa, però, genera tariffe da colpo apoplettico per prenotazioni all’ultimo momento. Quindi, quella rara volta che ho bisogno di raggiungere Napoli senza averlo potuto programmare con un certo anticipo, e dovendo quindi comprare il biglietto uno o due giorni prima di partire, rifiuto gentilmente il posto su volo diretto offertomi da Lufthansa a una cifra che noi comuni mortali pagheremmo per volare da Roma a Sidney, e ripiego su Alitalia che, per un prezzo comunque altino, mi porta a Napoli in cinque ore via Linate o Fiumicino.
Io però odio volare con Alitalia, perché quella volta ogni quattro o cinque anni che accade mi risveglio dal torpore ovattato in cui affronto il potenziale umiliante del paragone tra la qualità della vita e l’efficienza della Germania e quelle dell’Italia. In quel torpore ovattato, lontano dall’Italia, mi nutro della bugia autoindotta che l’Italia, tutto sommato, non funziona poi così male, e che i tedeschi c’hanno i difetti loro, e che sarà mai questa Italia che ho lasciato. Poi, prima ancora di salire su un suo aereo, addirittura già in fase di prenotazione del biglietto Alitalia mi riporta con brutalità con i piedi al suolo.
Tutto funziona male con Alitalia: il sito, il check in online, l’imbarco, gli aerei (il volo in coincidenza da Fiumicino a Capodichino? Un A319 vetusto, sporchissimo, maleodorante, con tappezzeria divelta e gomme da masticare appiccicate ovunque), e l’organizzazione in generale: sarà un mio problema personale di sfiga, ma io volo raramente con Alitalia, e quasi sempre mi hanno cancellato e cambiato i voli all’ultimo momento, costringendomi a salti mortali per riorganizzare la mia vita attorno alla loro prenotazione. Questa volta pretendevano di cambiarmi un volo via Linate, della durata complessiva di quattro ore, in uno via Fiumicino di quasi dodici ore. Piuttosto che aggirarmi angosciato per nove ore nell’aeroporto più insulso d’Europa, ho preferito cambiare giorno di partenza, con tutti i problemi organizzativi che ne sono conseguiti.
Il problema di Alitalia è che mi sembra la compagnia di bandiera di uno di quei paesi in via di sviluppo dove non c’è concorrenza e il trasporto aereo è gestito direttamente dal governo. Nessun mercato libero, nessuna alternativa, nessuna necessità di attrarre e fidelizzare l’utenza. Il fatto però è che siamo in Europa, e l’utenza si fa attrarre e fidelizzare da chi offre un servizio degno della civiltà. Come me, che in genere preferisco spendere anche un trenta per cento in più pur di evitare Alitalia e volare con Lufthansa, con la tranquillità di sapere che i problemi saranno minimi.
Ieri, tra le esalazioni mefitiche di un A319 che puzzava di rancido, pensavo al fatto che Berlusconi non ha lasciato fallire questa azienda, ma l’ha letteralmente regalata alla cosiddetta cordata di imprenditori per una questione di prestigio nazionale. L’Italia non può non avere una compagnia di bandiera, diceva. Pensavo a questo mentre ero circondato da stranieri seduti su poltrone sudice, in un aereo malandato, tra gomme masticate e sporcizia. Devono aver trovato molto prestigioso quel logo Alitalia. Già.

Vi spiego come è la sanità in Germania: è sia migliore che peggiore di quella italiana a seconda di come la si guardi. È fatta di ospedali pubblici che sembrano alberghi a cinque stelle, dotati delle infrastrutture e dei macchinari più moderni e costosi, al cui confronto perfino le cliniche private italiane appaiono come lazzaretti manzoniani per appestati. Al contempo non è gratuita come negli altri paesi europei ma si paga, e profumatamente, nonostante la percezione di gratuità dovuta alla fornitura statale, con in più il paradosso secondo cui costa meno a chi ha un reddito più alto (un attimo, ché ci torno).

È migliore per le infrastrutture e i servizi, peggiore per la competenza media dei medici, il loro modo di lavorare e il loro rapporto con i pazienti. Sicuramente è nell’insieme più efficiente di quella italiana, ma gravata da anni di polemiche, discussioni e proposte di modifiche a causa dei suoi costi insostenibili per lo stato (la spesa pro capite per la sanità è di 3124 € in Germania e di 2341 € in Italia – dati del 2012 reperibili qui). In effetti, gli avveniristici ospedali pubblici tedeschi che deliziano i loro degenti con biblioteche, sale da pranzo a buffet e mille altri fronzoli non costano certo due soldi al contribuente, e quindi anche a me che sono obbligato a sborsare ogni mese una cifra nell’ordine delle centinaia di euro solo per garantirmi, almeno sulla carta, un’adeguata assistenza sanitaria.

Ma andiamo con ordine.

In Germania vige l’assicurazione sanitaria, istituto che suona sinistro e rievoca nell’immaginario di noialtri gli squilibri e le mancanze del sistema sanitario americano. I tedeschi però la fanno funzionare meglio. Diciamo che la fanno funzionare come Obama vorrebbe che funzionasse quella americana.
Coesistono agenzie di assicurazione sanitaria statali e private. Quelle statali si equivalgono un po’ tutte e offrono la stessa copertura. Quelle private offrono servizi differenziati, possono avere costi variabili che dipendono da criteri diversi da quelle statali, e generalmente costano di meno, ma non sono liberamente stipulabili: chi ha un reddito annuale lordo inferiore a circa 50000 euro non ha diritto di scelta, ed è obbligato a sottoscriverne una statale, il cui costo si aggira attorno al 15% del reddito lordo. Per i lavoratori dipendenti il costo è per il 50% a carico del datore di lavoro, il restante 50% viene prelevato direttamente in busta paga insieme alle tasse ordinarie. Quella privata, che può costare molto meno, è stipulabile solo da chi ha un reddito alto.
È obbligatorio sottoscrivere un’assicurazione sanitaria, a prescindere dal reddito personale. A nessuno in Germania è concesso non avere alcuna copertura assicurativa sanitaria. Le persone che non lavorano rientrano gratuitamente nella copertura assicurativa del familiare di cui sono a carico (nel caso di coniugi e figli), o ne ricevono una insieme al sussidio di disoccupazione o alla pensione sociale. In questo modo ogni singolo individuo in Germania è tenuto ad avere un’adeguata copertura medica.

Esiste la figura del medico di famiglia, ma non è obbligatorio averne uno, anche se è raro chi vi rinuncia. Io non ce l’ho ancora, per una questione di pigrizia. La maggior parte dei medici specializzati accetta pazienti con assicurazione statale, alcuni medici invece solo pazienti con assicurazione privata o paganti (stranieri non residenti che non hanno alcuna copertura, per esempio). Se serve un medico specializzato, si va da quello di fiducia oppure si cerca sulle pagine gialle quello più vicino o con gli orari più comodi, e l’agenzia assicurativa paga la visita. Vado dal medico che preferisco e teoricamente non tiro fuori un centesimo, ma a conti fatti l’ho pagato profumatamente, siccome dovrei andarci almeno tre volte al mese per rientrare nella spesa della polizza.
Alcune agenzie (la mia, che è statale, lo fa) rimborsano una piccola parte del costo dell’assicurazione se si accetta di tenere la propria salute sotto controllo con frequenti check up. Tutte comunque coprono, totalmente o in parte, spese mediche che generalmente in Italia sono a carico completo del paziente, come particolari protesi, le lenti degli occhiali da vista, suolette ortopediche. Anzi, qualsiasi aggeggio venga prescritto dal medico per curare un malanno insieme ai farmaci, rientra nella copertura assicurativa. Non coprono e non rimborsano prestazioni mediche non necessarie a vivere in salute, come ovviamente gli interventi di chirurgia estetica, anche se la lista di cure rimborsabili o non rimborsabili è a volte opinabile e di dubbia coerenza. Due anni di psicanalisi dal terapeuta che preferisci te li paga l’assicurazione, la pulizia dei denti invece devi pagartela tu, per non parlare della mappatura dei nei dal dermatologo: se hai meno di trenta nei è a carico tuo, da trenta nei in poi paga l’assicurazione. Ne avessi ventinove, mi disegnerei il trentesimo con un pennarello e risparmierei un’ottantina di euro.

Tutto sommato è bello, vero? Sembra il paradiso degli ipocondriaci, e infatti il sistema ti invoglierebbe a fare la spola tra ospedali e ambulatori per ogni minimo sintomo che avverti o immagini di avvertire, se non fosse per il problema a cui accennavo e che limita pesantemente l’efficienza di tutto l’ambaradan: è troppo costoso per lo stato, e le conseguenze sono due.
Uno: i medici specializzati adottano pesi e misure diversi per gli assicurati statali e quelli privati. L’assicurazione statale rimborsa loro una cifra ridicola per la visita, e perciò si viene spesso visitati in maniera sbrigativa e sommaria per poi essere lasciati nelle mani delle assistenti (memorabile una mia visita dalla dermatologa che cronometrai conoscendo i modi spicci della dottoressa: mi vide per soli quaranta secondi). Il rapporto tra il medico tedesco e l’assicurato statale è perfettamente assimilabile a quello mostrato nel  Medico della mutua di Alberto Sordi. Ma va detto che ciò che stimola il medico italiano a un trattamento più umano del paziente sono i 100/150 euro a visita senza ricevuta, e non sono sicuro che in un sistema simile a quello tedesco conserverebbe tale umanità.
Due: negli ospedali tedeschi va molto meglio dal punto di vista umano, il personale medico e paramedico si distingue per un’attitudine molto più empatica e meno sbrigativa, ma è ridotto al minimo indispensabile, e a volte anche meno dell’indispensabile. Farsi visitare in ospedale, almeno qui a Francoforte, a meno che non si stia morendo dissanguati, può significare anche l’intera giornata di attesa.

In definitiva, la sanità italiana è migliore in potenza, ma viene fatta funzionare male. Un po’ come innumerevoli altre cose italiane, che in potenza funzionano meglio perfino che in Svezia ma alla fine dei conti soffrono per il fatto di essere gestite da – appunto – italiani. La sanità tedesca invece è un sistema idiota e iniquo che però, grazie al culto tedesco dell’efficienza e della produttività, concretizza quasi tutto il suo potenziale. E comunque io trovo entrambi i sistemi perfetti al confronto con la raccapricciante sanità inglese che ho sperimentato anni fa (ecco, lo lascio scritto qui: che mi si lasci pure morire per strada se l’unico medico che può salvarmi la vita si trova in un ospedale britannico).

Una curiosità.
L’anno scorso, le compagnie assicurative tedesche hanno introdotto una norma che riguarda la pubblicazione della foto del volto sulla tessera sanitaria, e hanno richiesto all’intera popolazione residente in Germania di procurare (per posta o via internet) una foto tessera. Io non l’ho fatto, per tre motivi (in verità quattro, se aggiungiamo il fatto che mi piace fare il rompicoglioni con le istituzioni e gli uffici pubblici e propormi come elemento di disturbo degli ingranaggi burocratici):
(1) Sono refrattario e insofferente alla convinzione tutta tedesca che, una volta emesse direttive a un intero popolo come se ci si stesse rivolgendo a un esercito, tutto filerà liscio, per cui ottanta milioni di persone invieranno una foto tessera immediatamente solo perché l’assicurazione sanitaria l’ha chiesta. E infatti gran parte della popolazione non ha inviato una minchia, ragion per cui questa nuova norma è stata congelata. Mi immagino i successivi meeting in cui i dirigenti delle agenzie assicurative tedesche si sono chiesti cosa non abbia funzionato, e credo che nessuno al Ministero della Salute in Italia arriverebbe a tale livello di idiozia per cui ci si convince di poter chiedere a settanta milioni di italiani di inviare una foto tessera e loro, tie’, te la mandano all’unisono nel giro di una settimana.
(2) Il motivo di questa misura non mi piace: limitare l’utilizzo di tessere sanitarie altrui da parte di chi non ha copertura sanitaria. Ma se in Germania la copertura sanitaria non è solo un diritto ma anche un dovere, e quindi è imposta a ogni singolo individuo, chi ha bisogno di utilizzare quella altrui? Semplice: gli immigrati clandestini. Ovviamente questa mia opposizione in Germania non viene compresa: i tedeschi ritengono giustissimo complicare la vita ai clandestini ben oltre i limiti della vessazione, siccome la loro percezione dello status di immigrato irregolare come crimine è molto più forte che in Italia. Me ne sono reso conto spiegando a molti tedeschi perché i medici italiani nel 2009, con l’appoggio morale di popolazione e media, minacciarono barricate quando il decreto sulla sicurezza che passò al Senato introduceva l’obbligo di denunciare i pazienti stranieri senza permesso di soggiorno. Nessuno dei miei interlocutori tedeschi ha capito le motivazioni dei medici italiani né l’appoggio della popolazione, al contrario tutti hanno affermato la legittimità di quella norma (che per fortuna poi fu eliminata).
(3) Nella comunicazione che ho ricevuto, la richiesta della foto tessera è stata motivata con un adeguamento a non meglio specificate “normative europee”. Falso, e la bugia mi ha fatto così roteare i coglioni da rafforzare enormemente il peso dei punti 1 e 2, e negare loro la mia foto tessera. Perderò questa battaglia alla scadenza della tessera, per il cui rinnovo probabilmente sarò prelevato dalla Gestapo e fotografato in maniera coatta, ma se ne riparla nel 2016.

Ieri ho dovuto spiegare a un tedesco come funziona la camorra e cosa c’entra col fatto che la Campania è la regione europea col record di tumori ai polmoni e un’aspettativa di vita di due anni inferiore alla media nazionale, aggiungendoci anche l’amaro dettaglio storico dell’origine del nome Campania Felix e del perduto ruolo di terra bellissima, salubre e produttrice dei migliori prodotti possibili della terra.
Non è la prima volta che devo spiegarlo, perché loro, i tedeschi ma anche altri stranieri, hanno letto Gomorra, ne hanno visto il film, non si sono risparmiati articoli e documentari spietati sulla descrizione del problema, ma faticano comunque a realizzare che qualcuno possa lucrare prendendo rifiuti tossici da aziende private di altre regioni e altri stati e portarseli ad avvelenare la terra in cui vive. E ogni volta, come ieri, mi fermo quando viene posta la solita domanda: “E lo stato non fa niente?”
Nell’ingenuità di chi vive in una nazione dove lo stato è una garanzia di legalità e giustizia, loro non riescono a figurarsi il ruolo dello stato italiano nei confronti della criminalità organizzata. Tra noi italiani possiamo discutere se si tratti di ruolo di impotente o di connivente, loro semplicemente faticano a immaginare entrambi.
La domanda “e lo stato non fa niente?” genera un salto di argomento, e mi ritrovo a spiegare perché da sedici anni io mi rifiuto di votare alle elezioni politiche. In nessuna campagna elettorale io ho mai sentito descrivere, da nessun partito e da nessuna coalizione, camorra e mafia come emergenze a cui dare la massima priorità per la salvezza del Sud. Mai ascoltato chiaramente le parole “mafia” e “camorra”, ma ho sempre sentito parlare genericamente di criminalità, come se il Sud Italia fosse una Germania o una Spagna qualsiasi, e non un paese in guerra, cannibalizzato e devastato da un feroce sistema organizzato. Tornerò a votare quando qualcuno, in campagna elettorale, esprimerà chiaramente l’intenzione di concentrarsi con la massima priorità sullo sradicamento della camorra con qualsiasi mezzo. Nel frattempo voi sorbitevi la campagna elettorale attorno all’IMU e al tema “Alitalia deve restare italiana”.

Le complicazioni, le ingerenze, la presenza invadente delle istituzioni tedesche nella vita della gente e nelle libere scelte si vedono soprattutto con la censura sui prodotti multimediali e audiovisivi, che qui assume proporzioni esagerate e contorni grotteschi, con editori stranieri che tagliano la testa al toro e rinunciano da subito a distribuire determinati prodotti in Germania, o con serie tv di horror blando come The Walking Dead che vengono sottoposte a tagliuzzamenti e sforbiciate.
La Germania è l’unico paese a non aver adottato, nel 2003, il Pan European Game Information, il sistema europeo di classificazione dei videogiochi utilizzato da dieci anni da tutti i paesi europei inclusa perfino la Svizzera, scegliendo invece di manterere il suo sistema locale USK, più restrittivo (il quale, se me lo si concede, è uno dei tanti esempi dell’idea univoca e unidirezionale che la Germania ha dell’Unione Europea, per la quale si può decidere ma dalla quale non si deve subire nessuna decisione).
Nel frattempo sappiate che per estendere a contenuti vietati ai minori (es. film horror) il proprio abbonamento a un servizio video in streaming, bisogna scaricare un modulo, riempirlo, recarsi in un ufficio postale con un documento per farsi identificare… Mettiamola così: questo post è una conseguenza del moto rotatorio imposto al mio apparato riproduttivo dalla prospettiva di dover perdere un sacco di tempo per una stronzata del genere.

Nel 2013 non c’è nulla di più anacronistico del canone della televisione, che serve a finanziare dei media che molti non utilizzano più.
Passo sempre per snob quando affermo di non guardare mai la TV, ma non è per snobismo che mi astengo dall’accendere quell’elettrodomestico. L’offerta  televisiva comprende certamente anche ottimi prodotti culturali, soprattutto qui in Germania. Io, però, preferisco altri mezzi per l’approvvigionamento culturale, internet per prima, e credo di aver acceso la TV in casa mia solo un paio di volte in cinque anni di residenza tedesca, fatta eccezione per quando la uso come periferica della Play Station.
Per non parlare della radio. Mai ascoltata, neanche in macchina.
Ebbene, il canone televisivo in Germania tra qualche giorno diventa obbligatorio per ogni residenza, indipendentemente dal fatto di possedere o no un’apparecchio, e nessuno più dovrà stare attento a chi fa entrare in casa (i funzionari della TV di stato qui le escogitano di tutte per entrarti in casa e provare che possiedi un televisore) perché il solo fatto di risiedere presso un domicilio tedesco attribuirà il dovere di pagare questa tassa.
Si tratta di ben diciotto euro mensili estorti per finanziare un servizio di cui non si usufruisce e che, si badi bene, raddoppiano a trentasei euro per le coppie conviventi e non sposate, essendo riconosciute unicamente come residenze indipendenti nello stesso appartamento.
Vengono eliminate anche le eccezioni che fino ad ora hanno permesso a qualcuno di evitare questo salasso, come i disoccupati, per esempio.
I miei concittadini che ancora godono del lusso di risiedere in Italia si lamentano delle accise che gravano sul carburante per motivi esilaranti, ma qui in Germania dal mio stipendio vengono detratte svariate piccole cifre per ragioni assurde, come la cosiddetta “tassa di solidarietà” che pago mensilmente per permettere ai tedeschi dell’ex Germania del’Est di riprendersi dal crollo del Comunismo, avvenuto la bellezza di ventiquattro anni fa. Ora mi toccherà pagare diciotto euro al mese (ma si vocifera di un arrotondamento a venti) non solo per sostenere i costi dei programmi televisivi culturali, ma anche per perpetuare la presenza in video degli onnipresenti dell’etere tedesco: Thomas Gottschalk con i suoi outfit osceni e Michelle Hunzicker con i suoi neuroni diversamente abili.
Ciò che però mi fa roteare vorticosamente l’apparato riproduttivo è la passività con cui il bilancio economico di ogni tedesco ha accolto questo provvedimento tra le sue terga. Un provvedimento che in Italia occuperebbe le prime pagine dei giornali e metterebbe in assetto di guerra tutte le associazioni di consumatori. Tra i tedeschi, silenzio tombale.

I tedeschi sono un popolo strano, talmente strano che esiste una sorta di manualistica sull’interazione con loro, sulle comparazioni tra la loro cultura e le altre, sulle loro particolarità sociologiche. Un piccolo numero di pubblicazioni non accademiche ma divulgative e popolari, raggruppabili sotto la definizione di “Germans for dummies”, mettiamola così.
Siccome il tema mi interessa particolarmente, come forse qualche abbonato ai miei feed avrà vagamente notato, mi sono procurato Italiani e tedeschi: Aspetti di comunicazione interculturale, di Donatella Brogelli Hafer e Cora Gengaroli-Bauer (Ed. Carocci, disponibile su Amazon), due italiane stabilmente residenti in Germania che promettono, attraverso questo piccolo (e costoso: 21 Euro) saggio, di interpretare e spiegare i differenti punti di vista sui vari contrasti tra la società italiana e quella tedesca, e quindi di fornire le basi per il superamento dei reciproci pregiudizi.
Data la mole di letture arretrate e il tempo che scarseggia, sto dedicando a questo libro solo i dieci minuti che quotidianamente passo in metropolitana per andare al lavoro, quindi mi occorrerà un po’ di tempo per leggerlo tutto, ma mi piacerebbe comunque comentarlo qui capitolo per capitolo.

Devo dire che le premesse non lasciano presagire molto di buono, o di oggettivo, siccome già dal primo capitolo traspare un vago pensiero di fondo secondo cui l’Italia sarebbe un posto migliore se si germanizzasse un po’. Infatti, nel paragone delle caratteristiche, abitudini e tradizioni delle due società, le autrici si concedono un po’ di durezza in più, e a volte anche leggera canzonatura, nei confronti del nostro paese. La sensazione iniziale è che il libro, sebbene opera di due autrici italiane, sia l’espressione di un punto di vista tedesco sui rapporti tra le due società. Oppure, se deve essere considerato come punto di vista italiano, sembra quello di una posizione minoritaria autoinflitta, e la cosa mi fa storcere il naso.
D’altro canto, senza rendersene conto, Brogelli e Gengaroli si tradiscono su qualcosa di molto importante che riguarda il popolo germanico: insistendo particolarmente sull’impazienza tedesca per certe caratteristiche della società italiana, e utilizzando molto frequentemente espressioni del tipo “…e questa cosa fa innervosire i tedeschi”, ammettono in maniera evidentemente inconsapevole ciò che tutti quelli che hanno dimestichezza coi tedeschi si dicono in privato ma che, per correttezza politica, non affermano mai nel pubblico, e cioè che sono un popolo insofferente e facilmente incline all’aggressività, se visto come società e non come somma di individui.

Il primo capitolo entra subito nel vivo toccando il punto più dolente del rapporto tra italiani e tedeschi: il concetto di tempo e tutto ciò che ne consegue (la puntualità, l’ottimizzazione del tempo, il suo utilizzo ecc.). Vengono definiti due rapporti con lo scorrere del tempo distinti per ognuna delle due società: monocronia per i tedeschi e policronia per gli italiani, ovvero il tempo suddiviso in compartimenti stagni in un caso, fluido e aperto nell’altro caso.
I tedeschi sono monocronici in quanto hanno bisogno di affrontare lo scorrere del tempo suddividendolo, scomponendolo e assegnando a ogni suo segmento una precisa funzione o pianificazione, senza riversamenti tra un segmento e l’altro. Gli italiani invece sono policronici in quanto intendono il tempo come una serie di vasi comunicanti dalla capacità non ben definita, il cui contenuto può spostarsi alla bisogna e mescolarsi. La conclusione è che per i tedeschi è bene sapersi occupare di una sola cosa per volta e portarla a termine entro i termini previsti, ed è male dedicarsi a più cose contemporaneamente, mentre per gli italiani è vero esattamente il contrario, siccome percepiscono rigidità improduttiva laddove si è incapaci di gestire più cose allo stesso tempo.
Dal punto di vista dell’efficienza sembrerebbe quello tedesco il modello vincente, ma ha una controindicazione su cui le due autrici del libro tacciono. La gestione del tempo così rigida e irregimentata è responsabile di una caratteristica della società tedesca che viene presto notata da chi vi entra in contatto: l’incapacità di affrontare gli imprevisti, di fronte ai quali i tedeschi pretendono di andare avanti con il programma prestabilito o applicare le procedure standard, e quindi, quando non vanno letteralmente in tilt, creano situazioni che agli italiani appaiono strane e insensate. Non parlo certo di grandi imprevisti come catastrofi naturali o fallimenti di aziende, la cui gestione riguarda di più il campo della prudenza e della preparazione, cose in cui i tedeschi sono attentissimi. Parlo invece dei piccoli imprevisti della vita quotidiana: un’appuntamento mancato, un ritardo, un cambio di programma, imprevisti lavorativi, un’improvvisata. In un commento a un post precedente ho citato un’episodio (realmente accaduto) in cui l’amica tedesca si è offerta di dare un passaggio in macchina a fine serata, ma solo fino a casa sua, poi si è dovuto proseguire a piedi per un tratto che in macchina le avrebbe rubato cinque minuti comprensivi del ritorno. È un esempio straordinario di questa incapacità di reagire ai piccoli cambiamenti di programma o a qualunque accidente che dall’esterno intervenga a minacciare l’ordine dei segmenti in cui il tempo viene minuziosamente organizzato: lei aveva programmato di essere a casa alla tot ora, percorrendo tot chilometri lungo tale percorso, e nonostante la sua tabella di marcia successiva non prevedesse altro che starsene a casa e infilarsi nel letto, da ciò non l’hanno smossa nemmeno quelle che per noialtri sono le più elementari norme di cortesia tra amici.
Al contrario, la gestione italiana del tempo appare completamente inefficiente agli occhi tedeschi, e per molti versi lo è, ma conferisce la capacità di saper modellare procedure, programmi e pianificazioni attorno a qualsiasi imprevisto.
Il mio parere al riguardo è che entrambe le gestioni del tempo siano, nelle loro rispettive metà campo, efficienti e inefficienti per aspetti diversi e speculari, e che il problema si crei quando devono interagire o intrecciarsi. Qui a Francoforte si trova la sede tedesca di una grande multinazionale italiana (una delle più importanti nell’industria alimentare, non dico il nome ma è facile da capire, via…) dove lavorano sia italiani che tedeschi. Ebbene, a tutti i neoassunti viene fatto un breve training sul concetto di tempo nelle due diverse società, onde evitare che ai dipendenti tedeschi venga un travaso di bile per ogni meeting che comincia con dieci minuti di ritardo, o che a quelli italiani venga la cosiddetta “ansia da appuntamento” sapendo che qualcuno può avere un travaso di bile se un meeting non comincia puntuale.
La vita sociale, che molto spesso inciampa in imprevisti e casualità, a parer mio risente delle rispettive gestioni del tempo, e soprattutto della capacità o meno di cambiare programma o gestire più programmi allo stesso tempo.

Ho trovato interessante la piccola parte del capitolo dedicata al rapporto tra tempo e silenzio, e alla dinsinvoltura con cui i tedeschi affrontano lunghi silenzi anche in compagnia di qualcuno, mentre per gli italiani si tratta di situazioni imbarazzanti in cui si sforzano di trovare qualcosa da dire pur di non rimanere muti. L’ho trovata interessante in quanto osservazione simile a quella fatta da me tante volte, ma purtroppo al riguardo, come per molte altre cose, Brogelli e Gengaroli sono estremamente parche di analisi e si limitano solo ad elencare questa tra tutte le altre particolarità che rendono contrastato il rapporto tra italiani e tedeschi.

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