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Immagine di Opus dei segreta

Quasi sempre ci si riferisce ai numerari dell’Opus Dei come a una banda di matti che adora farsi sanguinare la coscia col cilicio, frustarsi la schiena e dormire su assi di legno, e li si biasima per tutto questo. In realtà io biasimo la Binetti per le sue dichiarazioni omofobiche e per essere la longa manus parlamentare di un movimento religioso reazionario, non certo per come lei dispone del suo corpo.
Opus Dei Segreta di Ferruccio Pinotti invece fa spesso leva su questi particolari della vita dei membri numerari della cosiddetta Opera, in un’inchiesta che raccoglie interviste e testimonianze di ex membri in gran parte già pubblicate in precedenza e vecchie anche di quarant’anni. Devo dire però che non mi ha interessato particolarmente sapere che ogni membro si prende a frustate una volta alla settimana, che a qualcuno è stato consigliato di dormire con i jeans indossati al contrario (la patta sul sedere, intendo) per rendere difficoltoso avvicinare le mani ai genitali, e che le numerarie dormono su assi di legno, particolari che vengono ripetuti a oltranza, sempre uguali fino al tedio, in ognuna delle interviste.
Mi aspettavo invece, stando al sottotitolo (Frusta, cilicio e alta finanza), un approfondimento delle implicazioni tra Opus Dei e lobby di potere politico ed economico, cosa che viene fatta solo in parte e in maniera non dettagliata. Non mi importa se dieci ex membri mi ripetono all’unisono che l’Opus Dei trae profitto da svariati ammanicamenti con ambienti dell’alta finanza, me ne basterebbe uno solo che faccia nomi e cognomi, e qui non l’ho trovato.
Inoltre Pinotti mi sembra cedere troppo all’ingerenza quando, a conclusione del libro, pretende di ridettare, punto per punto, una sorta di statuto dell’Opus Dei. Non mi si fraintenda: condivido con lui (e con qualsiasi altra persona sana di mente, spero) il desiderio di vedere questa setta rientrare nei suoi ranghi e ridimensionare la sua brama di potere, ma non credo ci si possa assumere il diritto di stabilirne i regolamenti interni finché, seppure cruenti, rimangono nell’ambito del libero arbitrio.
In definitiva si tratta di un’inchiesta poco efficace, se non controproducente. Tuttavia, tralasciando i diversi e personali motivi di astio per i quali ognuno dei personaggi rilascia la sua testimonianza, ignorando le loro interpretazioni personali della dottrina opusiana e dell’insegnamento di Escrivà, e soprattutto sorvolando sugli attacchi troppo aperti dell’autore, è interessante estrarre da queste interviste tutti gli innumerevoli particolari combacianti e costruirsi un quadro di questa prelatura personale che non si riduca solo al folklore binettiano di frusta e cilicio, ma che renda l’idea di ciò che è davvero l’Opus Dei: un’esatta via di mezzo tra culto misterico, loggia massonica e casta di potere. Questi dettagli, benché assurdi e incredibili, coincidono nei minimi particolari nelle descrizioni di tutti gli ex membri numerari radunati in questo libro, i quali appartengono non solo a continenti ma anche a generazioni diverse.
Ecco qualche esempio:

Il reclutamento.
Sconcertante è la strategia di reclutamento, che punta soprattutto sugli adolescenti e sugli studenti: vengono letteralmente scelti a loro insaputa tra le famiglie dell’alta borghesia e tra i figli di professionisti, e attirati verso l’Opus Dei attraverso associazioni culturali, club e scuole che, pur manifestandosi come enti di carattere religioso, nascondono qualsiasi legame con l’Opus Dei stessa.
Ogni membro numerario è assillato dal dovere di fare proselitismo (hanno addirittura obiettivi mensili o annuali), al punto che qualsiasi amicizia o frequentazione con persone esterne alla setta viene ostacolata se non è una potenziale “conversione”. Per questo le tecniche di reclutamento sono d’assalto e tese ad accerchiare e isolare la vittima.
Il giovane accalappiato diviene oggetto di love bombing, gli si fa credere che all’interno dell’Opus Dei, e con l’appoggio di essa, potrà realizzare i propri progetti universitari e professionali (cosa non vera, siccome l’Opus Dei gestisce arbitrariamente il percorso di studi dei membri a seconda delle sue esigenze), mentre gli vengono inizialmente celati o sminuiti i doveri dei membri numerari (compresi la mortificazione corporale e i voti di povertà, castità e obbedienza) e l’osservanza di restrizioni assurde (come quella sulle letture, di cui scrivo più avanti).
Non essendo possibile un’adesione formale alla setta prima del diciottesimo anno di età, agli adolescenti viene conferito una sorta di status di “aspirante”, già a quattordici anni, che però si risolve in breve nello stesso insieme di doveri e restrizioni di un qualsiasi membro numerario.

L’abuso di psicofarmaci.
Se l’abuso di psicofarmaci fosse stato riportato da una sola delle testimonianze non ci avrei creduto, tanto è assurda e bestiale questa pratica di obnubilamento. Invece, a quanto pare da un confronto tra testimonianze diverse, è prassi dell’Opus Dei annichilire qualsiasi capacità critica di membri che manifestano la possibilità di abbandonare la setta, semplicemente facendo diagnosticare loro depressioni e ansie da neurologi interni, e somministrando loro psicofarmaci.

Lo sfruttamento del lavoro.
I membri numerari vivono insieme in case comuni, versano alla setta il loro intero stipendio (sì, anche quello da parlamentare della Binetti, diaria compresa) e ricevono da questa il necessario. Fin qui niente da obiettare, trattandosi di libera scelta. Esistono però le numerarie ausiliari, una categoria interna composta da sole donne alle quali viene concesso il “privilegio” di servire gli altri membri numerari. Le ausiliarie sono cameriere in tutto e per tutto, da cameriere hanno anche una divisa e lavorano sette giorni su sette, senza sosta, al servizio degli altri membri numerari. A differenza delle cameriere, però, non ricevono alcuno stipendio, quindi nessun contributo previdenziale, con il risultato di essere dei veri e propri ostaggi della setta. Una numeraria ausiliaria senza una famiglia di origine in cui tornare non avrebbe nessuna possibilità di lasciare l’Opus Dei a meno di ritrovarsi in mezzo a una strada. Questo mi pare che travalichi il limite della libera scelta e riguardi qualcosa che al mio paese si chiama schiavitù (oltre che sfruttamento del lavoro nero, visto che le ausiliarie effettivamente lavorano come cameriere all’interno della setta ma senza alcun tipo di contratto).

Il disprezzo per tutto ciò che non è Opus Dei nella chiesa cattolica.
Obiettivo non dichiarato della setta pare essere quello di inglobare il resto della chiesa e “opusdeizzare” l’intero cristianesimo. L’Opus Dei nutre un profondo disprezzo per qualsiasi tendenza progressista interna alla chiesa cattolica, non solo per quelle radicali (la Teologia della Liberazione) ma anche per quelle più blande (i Gesuiti); rifiuta le innovazioni del Concilio Vaticano II; rivendica la non appartenenza degli adepti alle diocesi locali, al punto che ai membri è imposto di confessarsi solo con preti dell’Opera, e mai presso parroci locali o altri preti diocesiani. Per quest’ultima trovata, l’Opus Dei deve ringraziare Wojtyla, suo grande sostenitore, che le ha conferito la prelatura personale, ossia uno status di diocesi extraterritoriale (o meglio: trasversale alle diocesi locali) che le dà un potere di azione immenso e una totale indipendenza dalle diocesi territoriali (la prelatura personale, pur essendo prevista dal codice di diritto canonico, è un’esclusiva dell’Opus Dei e fino a ora non è stata concessa a nessun altro movimento ecclesiale o ordine religioso; ma è il minimo che l’Opus Dei poteva aspettarsi da un papa ferocemente conservatore e anticonciliare come Wojtyla, al quale io faccio tanto di cappello per la bravura di essere riuscito a vendersi come pontefice progressista agli occhi dei suoi fedeli).

L’indice dei libri
Esiste per i membri numerari una guida bibliografica, che viene aggiornata di continuo e contiene un elenco di quasi tutte le opere editoriali in commercio. In questa “guida” è assegnato un voto a ogni opera editoriale, da 1 (liberamente leggibile) a 6 (vietato, o leggibile solo con speciali permessi da parte del Prelato, che sarebbe il capo di tutto l’ambaradàn nonché successore di Escrivà). Alcuni testimoni scrivono di non aver potuto concludere gli studi universitari, o di averlo potuto fare a fatica e perdendo tempo con l’attesa del permesso, perché il corso di studi prevedeva dei libri vietati.
Il disgusto che provo per una misura del genere è simile a quello per l’uso degli psicofarmaci, con il quale condivide la necessità di obnubilare e ottenebrare le menti. La chiesa cattolica ha campato e campa tuttora sulla mancanza di spirito critico altrui, l’Opus Dei eleva all’ennesima potenza lo sfruttamento di questa fonte di sostentamento.
Significativo il fatto che Escrivá abbia redatto per la prima volta la guida bibliografica nel 1966, anno in cui Paolo VI abolì l’Index librorum prohibitorum della chiesa cattolica.
Ferruccio Pinotti riporta un piccolo estratto di autori vietati ai membri numerari dell’Opus Dei, eccone qualcuno: Jorge Amado, Simone de Beauvoir, Carmelo Bene (e ci mancherebbe!), Enzo Biagi, Giovanni Boccaccio, Isabella Bossi Fedrigotti (sarà felice la Bossi Fedrigotti: quando le capiterà più di ritrovarsi in una lista insieme a Boccaccio?), Bertold Brecht, Umberto Eco, Oriana Fallaci, Marguerite Yourcenar, Jean-Paul Sartre, Susanna Tamaro (sorpresa!), Alessandro Baricco, Albert Camus, Benedetto Croce e ovviamente Aldo Busi, di cui è vietata con massimo rigore tutta la bibliografia, a conferma per me che alcuni dei suoi romanzi sono quanto di più bello possa vantare la letteratura italiana degli ultimi cento anni.

Il culto della personalità.
Ovviamente si parla di Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore, acerrimo anticomunista, notoriamente filofranchista e anche un po’ isterico, stando alle (poche) testimonianze riportate di chi lo ha conosciuto. Canonizzazione in tempi record e carcassa riposta in una cripta presso la sede centrale dell’Opera a Roma.
La rivista interna per soli membri numerari dell’Opera ha ospitato suoi deliri fino alla sua morte (1975), e tale collezione di articoli è considerata una sorta di testo sacro della setta. Escrivà è al centro di un culto che ha velatamente minacciato – e potrebbe farlo – uno scisma, tale è il carisma del fondatore.

(Stando all’obbrobbrio da lui fondato, comunque, mi vergogno di provenire da una città che gli ha dedicato una strada con tanto di sindaco Jervolino a presenziare con fascia tricolore. Ma il problema è sempre quello: l’ignoranza dilagante. Escrivá significa un salto culturale all’indietro di secoli, ma mi chiedo che faccia farebbero i napoletani se gli si proponesse di intitolare quella strada, per esempio, a Adele Faccio, paladina di diritti dei quali loro oggi sono felicissimi di godere. Adele chi?)

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