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Questa era la stazione sotterranea di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli ieri, mentre fuori c’era un’acquazzone.

Due sere fa c’è stato un’incidente lungo la tratta delle linee 1, 2 e 3 della metropolitana di Francoforte, e perciò la tratta è stata interrotta tra le fermate Hedderneim e Hügelstraße.
Ovviamente io mi trovavo su uno dei treni bloccati, e avevo anche fretta. Due circostanze che confermano ciò che io vado dicendo da anni, e cioè che la sfiga è l’unico vero motore delle leggi del mondo.
Nell’impossibilità di ripristinare subito la tratta, e con la necessità di far proseguire la gente costretta a scendere dai treni, l’azienda dei trasporti pubblici VGF ha mobilitato in un pochissimi minuti una carovana impressionante di taxi che hanno fatto da pendolo tra le due stazioni, portando gratuitamente i viaggiatori avanti e indietro e permettendo loro di proseguire.
Non ho potuto fare a meno di ricordare quando a Napoli, alla stazione di piazza Amedeo, ho aspettato la metropolitana per tre quarti d’ora prima che una voce informasse che il servizio era sospeso, e ora so´cazzi vostri. O quando mi trovavo nel treno della funicolare centrale che si bloccò, e la gente fu fatta scendere per proseguire a piedi sui binari della galleria.
Questo è per dire che sì, io la meno parecchio, e ironicamente, sulle idiosincrasie che uno può avere per le stranezze culturali tedesche, ma sappia la Germania tutta che io provo sempre una profonda gratitudine per tutte queste piccole efficienze che rendono la vita quotidiana più facile.

Il Premio della pace dell’editoria tedesca è un riconoscimento letterario internazionale che viene assegnato ogni anno qui a Francoforte, in occasione della Fiera del libro. Alla cerimonia di consegna nella Paulskirche presenziano il Presidente della Repubblica Federale e svariate altre personalità politiche, e l’evento è anche trasmesso in diretta dalla ZDF, che sarebbe il corrispettivo tedesco di Rai Due.
È considerato un po’ un piccolo Nobel locale della Germania. Tra i suoi vincitori, dal 1950 a oggi, spiccano nomi come Octavio Paz, Herman Hesse, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa.
Quest’anno il Premio è stato conferito a Claudio Magris, primo italiano a vincerlo, perché “come nessun altro ha saputo occuparsi del problema della coesistenza e interazione di culture diverse”.
La notizia occupava la prima pagina (cartacea) culturale della Frankfurter Allgemeine di ieri, mentre, per ragioni che hanno molto a che fare con la deriva culturale in cui sta agonizzando l’Italia, non è stata cacata neanche di striscio dalle edizioni online (le uniche consultabili dal sottoscritto, ma suppongo che quelle cartacee non abbiano fatto di meglio) dei principali quotidiani italiani, concentrati invece sulle disgustose vicende della famiglia Mastella.

Mentre io mi godo questo breve momento di sana e lecita schadenfreude tedesca sulle vicende giudiziarie che stanno coinvolgendo Sandra Lonardo, voialtri invece fatevi una cultura sulle varie diramazioni del clan Mastella.
Figli, nuore, cognati, consuoceri, perfino fratelli di consuoceri, ognuno di loro con gli artigli ben piantati su quella gallina dalle uova d’oro che è la cosa pubblica.
Passano gli anni, passano viscidi subumani per i banchi di Montecitorio, ma nessuno riesce mai a farmi più schifo dei Mastella, che incarnano la quintessenza del clientelismo sulla faccia della terra.
Altro che Campania. Dipendesse da me, questa gentaglia si vedrebbe recapitare un ingiunzione di lasciare il sistema solare.

Sedersi tutti in circolo e discutere con mestizia di crisi, problemi economici e futuro nero.
A una festa di compleanno.

Disporsi in un mezzo di trasporto pubblico in modo che intercorra la massima distanza possibile tra ogni passeggero.

A quanto pare, ci saranno le primarie del Partito Nasional Veneto.
Sono stato sempre molto combattuto su questa svolta indipendentista di Yoshi, e faccio oscillare periodicamente la lancetta dell’importanza dai pro ai contro e viceversa.
Chiarisco immediatamente che gli italiani del Veneto, per quanto mi riguarda, possono benissino mettere su la nazioncina loro, purché la cosa avvenga (esattamente come previsto dal PNV) con un referendum, che però non sia farlocco come quello che inscenò un plebiscito surreale per l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
E purché la loro nazioncina includa quella macchinetta divorasoldi che è il Trentino, e ovviamente anche il Friuli e la Venezia Giulia, che personalmente non mi hanno fatto niente di male, ma altrimenti diventerebbero exclave italiane, e noi siamo per la continuità territoriale (a meno che la provincia di Belluno non voglia sacrificarsi e costituire il corrispettivo italiano di quella specie di striscia di terra che unisce India e Bengala orientale…).

Scherzi a parte, ho individuato due pro.

Il primo è che l’Italia verrebbe finalmente liberata da un importante bacino elettorale della Lega, che per me si piazza al terzo posto nella classifica delle piaghe purulente della società italiana, dopo la criminalità organizzata e la sudditanza dei mezzi di informazione nei confronti del potere politico.
Se la probabile nazione veneta contribuisse con la sua indipendenza a curare questa piaga, gli italiani non potrebbero che esserle grati.
Ovviamente, estirpata alla radice la ragion d’essere stessa della Lega, se ne libererebbe anche la Venetia.

Il secondo è un ritorno ai rispettivi sensi di cittadinanza pre unitari, una cosa che l’Italia unita non è mai riuscita a generare per bene (attenzione: sto parlando di senso dello stato, non di amor patrio). Probabilmente in un’entità-nazione più raccolta, socialmente più omogenea, si accorcerebbe di molto la distanza che i cittadini percepiscono tra loro e le istituzioni, e che allo stato attuale è abissale.

I contro sono parecchi, sia per la supposta Venetia sia per l’eventuale Italia residua. Ne cito solo due.

Innanzitutto, credo che l’Europa abbia ancora bisogno di grandi stati con il loro proprio peso internazionale. Io sogno un’Europa nazione con un’identità unitaria molto forte, il cui territorio abbia fatto evolvere gli storici confini politici fino a suddividersi amministrativamente in regioni più omogenee al loro interno. Ma questa è fantageopolitica molto lontana dal realizzarsi. L’Europa in questa epoca è ancora un burocratodonte pachidermico le cui nazioni costitutive hanno ruolo e influenza molto vari a livello internazionale, perciò sdoppiarsi in tanti microstati significa diventare meno capaci di promuovere i propri interessi davanti alle superpotenze, tramontanti o nascenti che siano.
Ma non escludo che proprio questo processo di frammentazione possa portare poi alla formazione di un’Europa più compatta sulla politica estera.

In secondo luogo trovo che l’Italia, tutto sommato, sia culturalmente molto più unita di quanto lo siano altri paesi europei che non sono interessati da desideri secessionisti. Per dire, trovo che tra un bavarese, un sassone e un amburghese ci siano più differenze culturali che tra un salernitano, un fiorentino e un trevigiano. A queste condizioni, il paese unito può lavorare molto meglio sulla promozione della propria cultura, rispetto a svariati staterelli. Ma non  solo: ha anche un’enorme predisposizione a una presa di coscienza collettiva verso il bene pubblico. Buttare alle ortiche questo potenziale per dichiarare indipendenze qua e là è decisamente un peccato storico.

Infine una considerazione. Spero che Yoshi non me ne abbia.

Possono menarla quanto gli pare con la lingua veneta, la Serenissima eccetera, ma è chiaro che l’independensa invocata dal PNV è una questione strettamente economica (anche se la presunta ricchezza del Nord-est che regge il resto d’Italia va approfondita).
Bisogna anche ricordare che l’intero Nord-est ha tratto grandi benefici dal Risorgimento a spese del Sud, quando furono letteralmente prosciugate le casse del Banco di Napoli per investire nell’industria dell’ex Serenissima, e quando furono smantellate le infrastutture del defunto Regno di Napoli per creare occupazione al Nord.
Senza voler rinfacciare niente, per carità, ma se una unità nazionale deve intendersi funzionante solo quando il flusso di ricchezza è a proprio favore, tanto vale levare tutto da mezzo, tornare ai comuni, anzi alle poleis greche, e chi si è visto si è visto.
Detto questo, se il PNV dovesse per assurdo portare la maggioranza dei veneti a chiedere l’indipendenza, sarei il primo a battermi perché la abbiano. Ma i motivi su cui sarà stata fondata questa indipendenza saranno patetici agli occhi del resto degli italiani.

Oh, e comunque: una volta indipendente il Veneto, l’Italia non ha più senso. Che si rifaccia quindi il Regno di Napoli, ché noi lì si stava molto meglio prima, ma coi confini storici: ridateci Formia e Gaeta, l’Abruzzo Ultra, l’arcipelago pontino, più un maxi risarcimento per l’arcipelago di Pelagosa, che ora appartiene alla Croazia grazie all’inettitudine dei Savoia.

Io sono molto grato al parlamento italiano, perché vivere in un paese straniero comporta momenti di demoralizzazione, e episodi come l’affossamento della legge contro l’omofobia rendono indubbiamente più confortante la permanenza lontano dall’Italia, pur con tutta l’amarezza per chi ci è rimasto. Un altro po’, e io potrei pensare di modificare il mio stato di immigrato in quello di asilante.
La cantilena che hanno imparato tutti è quella della discriminazione inversa, e ora tutti in coro ti dicono che “non è più grave aggredire un omosessuale”, la qual cosa corrisponderà al vero quando un eterosessuale sarà stato aggredito in quanto eterosessuale. Lo sanno benissimo anche loro, ma la menzogna in questione ha un buon riscontro oratorio, è autoreferenziale e fornisce agli omofobi, velati o espliciti che siano, una svelta legittimazione della loro deficienza – della loro stronzaggine, fatemelo dire – senza doversi sobbarcare la fatica di mettere all’opera empatia, comprensione e la stessa carità cristiana di cui si fanno ipocriti promotori.
La Binetti, di suo, aggiunge il timore che le sue opinioni sull’omosessualità possano diventare reato. E sarebbe anche ora, visto che non già opinioni del genere, ma la loro promozione è reato in paesi che con molta più ragione dell’Italia possono definirsi democratici.
Quello che è successo ieri alla Camera è di una gravità inaudita. È l’odio per la diversità, mai mancato in Italia, che si ufficializza a livello istituzionale.
Io detesto la parola “odio”, ma mai come ora ho provato odio. Per la Binetti, per Casini, per tutti i parlamentari che hanno sostenuto e approvato la pregiudiziale con motivazioni consapevolmente false, pretestuose, ideologiche e molto oltre il limite dell’oltraggio alla dignità delle persone omosessuali.
Zoofilia. Necrofilia. Incesto. Pedofilia.
Purtroppo a tutto ciò si aggiunge la rabbia di sapere che a questi meschini subumani non tornerà mai in faccia la merda che stanno gettando su di noi, perché stanno colpendo a raffica una minoranza inconsapevole, non compatta e socialmente sottomessa, a dispetto della fantomatica lobby omosessuale contro cui dichiarano di combattere.
Che vergogna. E provo ancora più vergogna quando penso che qui a Francoforte, nell’azienda dove lavoro, viene ricordato perfino in bacheca che la discriminazione per questioni legate all’orientamento sessuale è perseguita per legge.

Riuscire nel difficilissimo compito di tirare fuori dall’armadio una camicia o una maglietta che non stia bene sopra un jeans.

Gang di donne aggredisce una vigilessa.

Letto l’articolo?

Bene.

Non è la prima volta che leggo di (o assisto a) aggressioni più o meno violente a pubblici ufficiali, soprattutto vigili, a Napoli.
Dalla sfanculata alla mazziata, i vigili napoletani mi sembrano esposti più di tutti gli altri alla mancanza di rispetto, probabilmente perché rappresentano un’istituzione – la legge – che a Napoli ha un valore quasi trascurabile.
Prima deprecavo spesso la mancanza di interventismo dei vigili napoletani sulle questioni di piccola legalità, credendo che da quelle partisse l’educazione a un’indole legalitaria anche su questioni più gravi.
Ora non lo faccio più.
Questa vigilessa ha rimediato una frattura del setto nasale e venticinque giorni di prognosi solo per aver fermato tre stronze – delle quali due minorenni – in motorino senza casco. Quindi ora mi chiedo perché lei e i suoi colleghi debbano rischiare l’integrità delle loro ossa, se non addirittura altro, per fare finta di educare alla legalità una città che di legalità non vuole sentir parlare.
O, meglio, mi chiedo perché debbano esporsi in prima persona per tappare le gravi lacune della legge italiana.
Avete letto l’articolo fino in fondo?
Le due minorenni sono state affidate ai genitori, la maggiorenne ha preso 16 mesi di reclusione sospesa con la condizionale.
Quindi nessuna delle tre è stata neanche minimamente sanzionata.
Ecco.



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