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“Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockführer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinchè gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del Sonderkommando (un reparto speciale composto di prigionieri ebrei, NdT) e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor più induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando entrassero coi deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all’ultimo momento; anche un milite delle SS restava fino all’ultimo sulla porta.
Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fossero grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che già l’avevano fatto, oppure quelli del Sonderkommando, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i più ostinati venivano così persuasi e spogliati, con le buone maniere. I progionieri del Sonderkommando badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinchè le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto.
[…] Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle e a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli alle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso che le donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e mi sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli: – come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto? – Un altro, un vecchio, nel passarmi davanti mormorò: – La Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei -. E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri.
[…] Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si spogliavano, rompessero d’improvviso in grida laceranti, strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Subito venivano allontanate dalla massa e portate dietro la casa per essere uccise con un’arma di piccolo calibro, mediante il colpo alla nuca. […] Mi ricordo anche di una donna che, mentre stavano per chiudere le porte, cercò di spingere fuori i figli, e gridava piangendo: – Lasciate in vita almeno i miei bambini!
[…] Il contegno del Sonderkommando era perlomeno singolare. Tutti quanti sapevano benissimo che, alla fine di quelle operazioni, anche a loro sarebbe toccata la medesima sorte di tutti i correligionari al cui sterminio avevano contribuito con tanta sollecitudine. Eppure portavano in questo lavoro uno zelo che non mancò mai di meravigliarmi. Non soltanto non accennavano minimamente a quanto stava per accadere, non soltanto prestavano gentilmente il loro aiuto durante le operazioni di svestizione, ma all’occorrenza impiegavano anche la forza contro chi si ribellava. In questi casi, portavano via i tipi irrequieti, e li tenevano fermi perchè i soldati potessero sparargli, ma lo facevano in modo che le vittime non si accorgessero neppure della presenza dei sottufficiali pronti con i fucili, e che questi potessero, inavvertiti, puntare l’arma alla nuca.
Allo stesso modo si comportavano con i malati e gli invalidi che non potevano essere portati nelle camere a gas, e facevano ogni cosa con tanta naturalezza che si sarebbe detto appartenessero anch’essi agli sterminatori.
Poi dovevano estrarre i cadaveri dalle camere, estrarre i denti d’oro, tagliare i capelli, trascinare i cadaveri nelle fosse o nei forni crematori, mantenere vivo il fuoco nelle fosse, versarvi sopra il grasso che colava e rimuovere costantemente le cataste di corpi che bruciavano, per far penetrare meglio l’aria.
[…] Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro giochi da non udire neppure la madre, che cercava di portarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero cuore di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante della madre, che certamente sapeva che cosa sarebbe accaduto di lì a poco, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Quelli che erano già entrati nelle camere a gas cominciarono a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire. Tutti guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e questi afferrò i due bambini che si dibattevano violentemente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozzava.”

Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz.
Traduzione di Giuseppina Panzieri Saija.

Sì, Prodi cade, ma io torno sugli stolperstein perché tra poco, il 27 gennaio, ricorrerà il giorno della memoria, e perchè ultimamente sono ancora più sensibile all’argomento, vista la caratterizzazione delle mie ultimissime letture, propedeutiche a una visita ad Auschwitz che programmo da anni e che conto di fare finalmente entro la fine di quest’anno.
Gli stolperstein, nati da un’idea di Gunter Demnig, non sono un’esclusiva delle città tedesche. Molti sono stati installati anche su marciapiedi austriaci, olandesi e ungheresi, per un totale di tredicimila nominativi di ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di geova, oppositori politici e disabili deportati e uccisi dai Nazisti.
Dubito che li vedremo un giorno in Italia – anche se il progetto di Demnig lo prevede – o in altri posti dove ci si è abituati alla rimozione o alla sottovalutazione dell’Olocausto.
In un paese come il nostro avrebbe ancora più forza l’argomentazione della “trovata macabra” che ha portato addirittura il comune di Monaco di Baviera a non concedere il permesso all’installazione degli stolperstein su suolo pubblico (infatti il primo stolperstein di Monaco è stato installato solo qualche mese fa sul suolo privato del civico 19 della Viktor-Scheffel-Straße, nel quartiere di Schwabing, e ricorda il signor Heinrich Oestreicher, che lì viveva e che fu deportato nel 1942 nel famigerato ghetto di Theresienstadt, dove fu ammazzato meno di un anno dopo).
In altre città, come Krefeld, gli stolperstein sono stati vietati perfino con l’appoggio della comunità ebraica locale, che trova “irrispettoso” il fatto che queste piccole lapidi commemorative vengano installate sul marciapiede, a disposizione delle suole dei passanti (io invece trovo significativa la loro collocazione al suolo, dove si volge lo sguardo quando non si vuole guardare).
I primi stolperstein in cui mi sono imbattuto nel 2003 sono quelli dell’ex quartiere ebraico dello Scheunenviertel a Berlino. Sono stati una badilata in faccia, una costrizione al coinvolgimento decisamente più efficace di qualsiasi altro monumento alle vittime dell’Olocausto. La restituzione dei nomi delle vittime al loro ultimo domicilio, quindi alla loro storia personale, ha di fatto riguardato la mia vita di tutti i giorni a Berlino, e ne ha introdotto parte del carico emotivo del loro dramma. Gli stolperstein sono lì, non li si può ignorare, si può evitare di leggerli ma si sa bene che ci sono incisi sopra un nome, una data di nascita, una data di morte e un campo di concentramento, perciò inducono all’attribuzione del dolore dell’Olocausto a dei singoli individui e non al numero sei milioni di, che è sempre impressionante ma mai quanto un solo nome e cognome.

Per chiudere, visto che sono in tema, mi attacco autonomamente, via Haramlik, alla catena partita da qui e contribuisco all’elenco citando I sommersi e i salvati di Primo Levi, che dovrebbe essere letto da chiunque abbia già letto Se questo è un uomo (il quale, a sua volta, dovrebbe essere letto da chiunque).

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