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“Non sono sempre le circostanze alle quali abbiamo direttamente partecipato che ci toccano di più. [...] Nessuna visione di quegli anni oscuri mi aveva tanto segnato come quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione… Non li avevo tuttavia visti con i miei occhi, ma fu mia moglie che me li descrisse ancora tutta piena dell’orrore che ne aveva provato. Noi ignoravamo tutto allora dei metodi di sterminio nazisti. E chi avrebbe potuto immaginarli! Ma quegli agnellini strappati alle loro madri superavano già quello che avremmo creduto possibile. Quel giorno credo di aver toccato per la prima volta il mistero di iniquità la cui rivelazione avrebbe segnato la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Il sogno che l’uomo occidentale ha concepito nel XVIII secolo, del quale credette veder l’aurora nel 1789, e che, fino al 2 agosto 1914, si è rafforzato col progresso dei lumi e con le scoperte della scienza, questo sogno ha finito di dissiparsi per me davanti a quei vagoni carichi di bambini. E tuttavia ero lontano mille miglia da pensare che andavano a rifornire le camere a gas e i crematori.”

François Mauriac; dalla prefazione a La notte di Elie Wiesel.

“Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockführer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinchè gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del Sonderkommando (un reparto speciale composto di prigionieri ebrei, NdT) e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor più induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando entrassero coi deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all’ultimo momento; anche un milite delle SS restava fino all’ultimo sulla porta.
Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fossero grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che già l’avevano fatto, oppure quelli del Sonderkommando, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i più ostinati venivano così persuasi e spogliati, con le buone maniere. I progionieri del Sonderkommando badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinchè le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto.
[…] Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle e a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli alle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso che le donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e mi sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli: – come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto? – Un altro, un vecchio, nel passarmi davanti mormorò: – La Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei -. E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri.
[…] Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si spogliavano, rompessero d’improvviso in grida laceranti, strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Subito venivano allontanate dalla massa e portate dietro la casa per essere uccise con un’arma di piccolo calibro, mediante il colpo alla nuca. […] Mi ricordo anche di una donna che, mentre stavano per chiudere le porte, cercò di spingere fuori i figli, e gridava piangendo: – Lasciate in vita almeno i miei bambini!
[…] Il contegno del Sonderkommando era perlomeno singolare. Tutti quanti sapevano benissimo che, alla fine di quelle operazioni, anche a loro sarebbe toccata la medesima sorte di tutti i correligionari al cui sterminio avevano contribuito con tanta sollecitudine. Eppure portavano in questo lavoro uno zelo che non mancò mai di meravigliarmi. Non soltanto non accennavano minimamente a quanto stava per accadere, non soltanto prestavano gentilmente il loro aiuto durante le operazioni di svestizione, ma all’occorrenza impiegavano anche la forza contro chi si ribellava. In questi casi, portavano via i tipi irrequieti, e li tenevano fermi perchè i soldati potessero sparargli, ma lo facevano in modo che le vittime non si accorgessero neppure della presenza dei sottufficiali pronti con i fucili, e che questi potessero, inavvertiti, puntare l’arma alla nuca.
Allo stesso modo si comportavano con i malati e gli invalidi che non potevano essere portati nelle camere a gas, e facevano ogni cosa con tanta naturalezza che si sarebbe detto appartenessero anch’essi agli sterminatori.
Poi dovevano estrarre i cadaveri dalle camere, estrarre i denti d’oro, tagliare i capelli, trascinare i cadaveri nelle fosse o nei forni crematori, mantenere vivo il fuoco nelle fosse, versarvi sopra il grasso che colava e rimuovere costantemente le cataste di corpi che bruciavano, per far penetrare meglio l’aria.
[…] Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro giochi da non udire neppure la madre, che cercava di portarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero cuore di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante della madre, che certamente sapeva che cosa sarebbe accaduto di lì a poco, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Quelli che erano già entrati nelle camere a gas cominciarono a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire. Tutti guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e questi afferrò i due bambini che si dibattevano violentemente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozzava.”

Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz.
Traduzione di Giuseppina Panzieri Saija.

Immagine di Comandante ad Auschwitz

Rudolf Franz Ferdinand Höss, ufficiale delle SS, per la precisione Obersturmbannführer (vale a dire tenente colonnello; le SS avevano un sistema di gradi diverso da quello dell’esercito), e comandante del campo di concentramento di Auschwitz dal ’40 al ’43, scrisse questa breve autobiografia nel ’46, durante il periodo di detenzione a Cracovia, mentre attendeva di essere processato dal Supremo Tribunale Polacco (dal quale fu poi condannato a morte e fatto impiccare proprio ad Auschwitz pochi giorni dopo la sentenza).
Dopo aver accennato alla sua infanzia (trascorsa prima a Baden-Baden, poi a Mannheim, e caratterizzata dal rigore religioso del padre che aveva pianificato per lui un futuro da sacerdote cattolico) e alla sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale come volontario nei Dragoner del Baden, Rudolf Höss comincia ad essere prodigo di dettagli a partire dalla sua militanza nel Corpo Volontari Sturmabteilung Rossbach, per poi descrivere minuziosamente tutta la sua risalita del potere nel Partito Nazista e soprattutto i circa tre anni di gestione di Auschwitz.
Non è una lettura consigliabile a chi vuole apprendere le dinamiche dell’amministrazione del più grande e famoso campo di concentramento nazista, né a chi si aspetta di… come dire?… osservare dal punto di vista del diavolo quell’inferno che fu Auschwitz, siccome Höss riporta spesso date e dati sbagliati e si affanna parecchio nel tentativo di rilanciare positivamente la sua figura. Un rilancio tentato non certo riconoscendo pienamente la gravità degli orrori di cui si era reso colpevole, ma menandola parecchio sulla solita cantilena dell’esecuzione di ordini superiori e dipingendo quadretti idilliaci di sé e della sua famiglia, non senza squallidi e viscidi dettagli bucolici.
(In realtà, ordini o non ordini superiori, fu così sanguinario da far apparire il suo successore, Arthur Liebehenschel, come un mansueto agnellino, al punto che, quando si trattò di sterminare una partita di quattrocentomila ebrei ungheresi, Himmler fece destituire Liebehenschel e reinviò provvisoriamente Höss ad Auschwitz per risolvere la cosa. E per quanto riguarda la sua bucolica famiglia, fu reso noto che sua moglie Edwig si riforniva clandestinamente di gioielli e pellicce sottratti alle donne internate di famiglie facoltose. Inoltre Höss ha qui parole cariche di amore per i suoi due figli mentre, da comandante di Auschwitz, all’arrivo dei treni dei deportati faceva inviare direttamente alle camere a gas, insieme agli inabili al lavoro, tutti i bambini di età inferiore ai quindici anni, neonati compresi, alla faccia del senso della famiglia che sfoggia in queste sue memorie.)
È una lettura consigliabile invece a chi vuole capire quali erano gli uomini che militarono nelle SS e che mentalità dovessero avere per portare avanti ed eseguire un progetto genocida così spaventoso. Non c’è bisogno di aver fatto studi da psicologo per tracciare il profilo di una persona affetta da delirio ossessivo già dal racconto della sua detenzione (dal ’23 al ’28 per il suo coinvolgimento, come membro della Sturmabteilung Rossbach, nell’omicidio dell’insegnante Walther Kadow), in cui ricorda con orgoglio la sua tenuta da detenuto modello, esecutore soddisfatto e pignolo degli ordini e assillato dal senso alto del lavoro (era tutt’altro che sarcastico l’intento con cui in seguito fece affiggere la famosa frase Arbeit macht frei all’ingresso di Auschwitz). Con questo stesso orgoglio descrive poi l’efficienza organizzativa con cui Auschwitz, sotto la sua dirigenza, si trasformò da piccolo avamposto per la reclusione dei prigionieri russi al più grande ed efficace luogo di sfruttamento e sterminio degli ebrei tra i Lager nazisti. Le rare parole di ammenda, palesemente forzate, quasi scompaiono nell’elenco compiaciutissimo di dati e fatti che vogliono dimostrare la sua capacità di essere stato all’altezza del compito. Le descrizioni della costruzione delle camere a gas, dei crematori, delle loro capacità di sterminio e delle tecniche da utilizzare (fu lui a inaugurare l’uso nelle camere a gas dell’acido prussico, famoso col nome commerciale di Zyklon-B) sono redatte da Höss con lo stile burocratico del resoconto di un qualsiasi funzionario. In seguito, durante i due processi (Norimberga e poi il tribunale polacco), tenne una condotta di distaccata e meticolosa collaborazione (addirittura rilanciò al rialzo le cifre stimate di ebrei sterminati ad Auschwitz), dimostrando di essere una persona che si trovava perfettamente a suo agio se sottoposto a un’autorità e alla disciplina, di qualsiasi tipo essa fosse, e dando quindi una conferma all’impressione che si ha da questa sua autobiografia.
Si arriva all’ultima pagina con la certezza (ed è una cosa che fa parecchio male) che lui non si sia mai reso conto della colpa di cui fu partecipe e responsabile. Lo si comprende soprattutto quando parla con disappunto e ripugnanza delle sopraffazioni interne al campo, tra deportati stessi, quali i comportamenti tirannici dei Kapo e la freddezza spietata dei membri dei Sonderkommando. Alludendo velatamente a una mancanza di dignità caratteristica degli ebrei, dimostra di non aver capito affatto l’impatto distruttivo che aveva l’internamento ad Auschwitz sulla dignità stessa, che fosse degli ebrei o no.
Concludo rubando le ultime parole della prefazione di Primo Levi.
Si spandono oggi molte lacrime sulla fine delle ideologie; mi pare che questo libro dimostri in modo esemplare a che cosa possa portare un’ideologia che viene accettata con la radicalità dei tedeschi di Hitler, e degli estremisti in generale. Le ideologie possono essere buone o cattive; è bene conoscerle, confrontarle e cercare di valutarle; è sempre male sposarne una, anche se si ammanta di parole rispettabili quali Patria e Dovere. Dove conduca il Dovere ciecamente accettato, cioè il Führerprinzip della Germania nazista, lo dimostra la storia di Rudolf Höss.

Qui un brano che ho tratto dall’autobiografia di Rudolf Höss.

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