Di ritorno da Ouarzazate, su una strada provinciale alle porte di Marrakech, tengo premuto un po’ troppo l’acceleratore e veniamo fermati dalla polizia per essere andati a 80 chilometri all’ora dove il limite era di 60. Colpa mia, che mi sono abituato subito ai limiti di velocità marocchini mediamente più elevati che da noi, e non avevo visto il limite ridotto su quella strada. Il poliziotto giovane è irremovibile: 500 dirham di multa, che sono poco meno di 50 euro. Il poliziotto anziano, invece, prende in mano la situazione e a modo suo è flessibile: ci chiede se siamo turisti e cosa abbiamo visitato, poi ci fa lo sconto, si intasca 100 dirham, non ci fa il verbale e si accommiata con una calorosa pacca sulla mia spalla. Penalmente parlando si tratta di peculato, e sono sicuro che in Marocco come in qualsiasi altro paese civile si possa essere perseguiti per essersi appropriati, da pubblico ufficiale nelle proprie funzioni, di denaro destinato allo stato, ma mi guardo bene dal fare il paladino della giustizia in un posto di cui conosco poco o niente le consuetudini in circostanze del genere, quindi pago e ricambio con tante grazie alla pacca sulla spalla.
Subito dopo, appena entrati a Marrakech, ci basta passare due volte per una stessa strada per essere immediatamente individuati come le galline dalle uova d’oro: i turisti in difficoltà! Perciò un signore distinto in giacca e cravatta a bordo di un ciclomotore comincia a ronzarci intorno offrendo il suo aiuto con l’insistenza discreta e sopportabile di una mosca da letame che non smette di svolazzare davanti al viso. Ci porta dove eravamo diretti, ovvero al nostro Riad dietro l’angolo dove saremmo arrivati autonomamente se non ci avesse sfiancato la sua insistenza, e le trattative per il suo compenso partono da 20 dirham offerti da noi contro 100 dirham pretesi da lui, per infine accordarci su un 50 dirham, vale a dire quasi 5 euro.
Per il resto della giornata, in giro per la città, decidiamo di avere le palle piene di queste zecche cavalline e di ignorare ogni offerta di aiuto. In cambio ne ricaviamo un bel po’ di insulti in francese o pessimo inglese che girano tutti attorno al concetto di “occidentali di merda”. Un tale mi ha perfino dato del “fottuto inglese”. Passi per il “fottuto”, ma a certe offese c’è un limite…
Questi episodi sintetizzano il Marocco vissuto da turisti. Rispettati, quasi venerati (il poliziotto, pur infrangendo la legge, ha inteso farci un favore mostrandoci la sua benevolenza verso di noi in quanto turisti) finché hanno denaro da mollare a destra e a sinistra, ma maltrattati e offesi se decidono di serrare un po’ il portafoglio e mettere fine a questa emorragia di mance pretese.
Sulla città di Marrakech dovrei tacere per non dire molte cose che, quando vengono dette di Napoli, mi spingono a far tuonare anatemi del tipo “non avete capito un cazzo”. È probabile che io di Marrakech non abbia capito un cazzo ma, data la presenza massiccia di turisti, il souk che sembra la versione mediorientale del mercatino di Camden Town, il carattere qui esageratamente molesto di quelli che vedono te turista come una macchinetta caca-dirham, ne sono venuto via con una sensazione non particolarmente gradevole e, caso raro nelle mie visite a grandi città, nessun desiderio di ripetere l’esperienza, mentre sto già verificando i miei piani futuri per vedere quando sarà possibile tornare a Fes, Essaouira e Ouarzazate, sicuramente aggiungendo al tour altre città che in questa occasione sono rimaste escluse.
Marrakech è un grande casino che di per sè sarebbe anche interessante (per una questione di abitudine mi trovo molto a mio agio nelle città caotiche e disorganizzate), e ha monumenti di grande rilievo, ragion per cui sono soddisfatto e contento di esserci stato. Semplicemente, una volta basta e avanza. Un po’ perché l’esperienza di essere trattati come distributori automatici di dirham a ogni passo, e dico veramente a ogni passo, è sgradevole ed esasperante, un po’ perché il folklore del suo souk, dei mercati e dei negozi di artigianato, è stato così svenduto all’industria del turismo che appare evidente di star passeggiando in un’immensa marchetta, tra paccottiglia prodotta in serie e artigianato da quattro soldi e di pessimo gusto. In tal senso, le città minori del Marocco sanno essere di gran lunga più autentiche e interessanti.
Marrakech è però una metropoli a tutti gli effetti, e in quanto tale ospita un po’ di tutto. La sera, a scorazzare sui ciclomotori, qui ci sono anche un paio di ragazze, che hanno stesso cipiglio ed eccessivo make-up delle cosiddette vrenzole napoletane. Le si distingue solo per il velo in testa. A proposito del velo, a Marrakech si vedono i due estremi che altrove sono rari: sia donne a capo scoperto, sia donne integralmente coperte dal niqab, ma in generale la stragrande maggioranza di loro (direi un buon 98 per cento) indossa il tradizionale hijab. Le poche donne a capo scoperto e le molte turiste occidentali con una discreta metratura quadra di pelle esposta al sole vengono squadrate e analizzate con interesse particolarmente sfacciato da parecchi uomini del posto, che si limitano a osservare senza mai molestare, ma dalla loro espressione sembrano quasi venire nelle mutande, e da qui si comprende la propensione delle donne musulmane a mettere in evidenza il minor numero possibile di forme anatomiche per non sentirsi letteralmente nude, rivendicando però il precetto religioso! È invece un circolo vizioso che con l’islam ha poco a che fare (il velo esisteva nelle culture arabe preislamiche), oltre che la dimostrazione che la religione – ogni religione – tende a riciclare qualsiasi uso o consuetudine preesistente che le faccia comodo per assumerlo come precetto. La mia conclusione è che i precetti religiosi sono concettualmente delle stronzate, anche se non avevo bisogno di andare in un paese musulmano per arrivarci: il cattolicesimo che ho in casa basta e avanza.

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