Pietransieri è un borgo abruzzese dove vado spesso. È una minuscola frazione del comune di Roccaraso arroccata al di qua della Majella, sul monte Tocco, da cui si gode di una vista spettacolare sulla valle del Sangro e sui monti dell’Alto Molise, dove ci sono Capracotta e Pescopennataro. Da piccolo ci passavo le vacanze, e perciò ho ricordi di quel luogo che annovero tra le mie cose più preziose.
Almeno una volta all’anno devo vedere Pietransieri da Capracotta o viceversa. Meglio se vado a Pietransieri, e in compagnia, così ci fermiamo anche a pranzare al ristorante La Preta per una consueta dose di cazzarielli con i fagioli, polenta con [inserisci qui il tipo di selvaggina locale disponibile al momento] e scamorza alla brace. Non è una marchetta, è che chiunque ha il dovere morale di sapere quanto si mangia bene lì.
Veniamo al dunque: il 21 novembre del 1943 passarono per Pietransieri le truppe tedesche del maggiore Schulenburg in fuga dagli Alleati che erano appena sbarcati sulle coste tirreniche del Sud.
Per rappresaglia, i tedeschi rastrellarono tutte le abitazioni di Pietransieri, radunarono gli abitanti nel vicino bosco di Limmari e li mitragliarono tutti: 128 persone, delle quali 34 bambini e un neonato di un mese.
La neve ricoprì e nascose i cadaveri nel bosco fino alla primavera successiva, perché Pietransieri era un borgo isolato, e non c’era nessuna ragione per passarci.
A Pietransieri oggi c’è un piccolo sacrario che custodice i corpi e la memoria storica delle vittime di questa cosa per cui io non riesco a trovare una parola adatta. Atrocità mi sembra fin troppo indulgente. Forse, più che per un pranzo alla Preta, Pietransieri vale una visita per quel sacrario, architettonicamente insignificante, ma moralmente un capolavoro. Ognuno di quei nomi è un giudizio storico dalla forza spaventosa, ognuna di quelle date di nascita e di morte è una condanna tuonante e feroce contro qualsiasi crimine di guerra, non solo questo.
Dispiace sempre un po’ tirare fuori argomenti del genere per mettere a zittire i tedeschi, soprattutto quando, riferendosi a un errore di un singolo (Schettino), pretendono di definire la “psicologia dei popoli”, come nell’articolo di Der Spiegel (qui la traduzione), e si chiedono il senso di radunare in unione monetaria la perfezione teutonica e il terzo mondo mediterraneo, cosa che non viene detta tout court ma traspare inequivocabilmente da ogni virgola di quell’articolo, soprattutto dall’invito a visitare Napoli o il Peloponneso.
A un’idiota che dà per scontato che una tragedia del genere non sarebbe accaduta se al comando della nave ci fosse stato un tedesco al posto di Schettino, verrebbe troppo facile ribattere che a Pietransieri sarebbero state risparmiate scariche di colpi su bambini e neonati se ci fosse stato un maggiore italiano al posto di Schulenburg. Non è questa la mia intenzione, perché so che i codardi abbondano in ogni cultura di ogni tempo, e che tanti sono gli Schettino tedeschi quanti sono gli Schulenburg italiani (cosa che andrebbe spiegata anche a Sallusti che, col suo volgarissimo editoriale sul Giornale, riesce a replicare a un episodio di pessimo giornalismo con qualcosa di ancora più infimo).
Cito l’episodio di Pietransieri solo perché a quell’idiota di Jan Fleischhauer, l’autore di quell’articolo su Der Spiegel, mi piacerebbe far capire che nessun popolo può dirsi al riparo da generalizzazioni incaute e pericolose, e che io non mi aspetterei mai tali generalizzazioni da parte di un popolo che storce il naso e si rabbuia ogni volta che gli viene rinfacciata o anche solo ricordata la responsabilità dell’Olocausto, per esempio.
Mi chiedo se l’Unione Europea sarà sempre così, caratterizzata dalle lamentele tedesche per ogni cosa che non sia all’altezza della loro nazione produttiva ed efficiente. Fino ad ora è sempre andata così, se non erro. Probabilmente per i tedeschi il resto d’Europa non è stato efficiente neanche quando si è dato da fare per ricostruire la Germania ridotta in ginocchio alla fine della Seconda guerra mondiale, o quando ha fatto piovere sul loro paese fiumi di denaro per aiutare economicamente la riunificazione.







20 commenti
Feed dei commenti di questo articolo
27 gennaio 2012 a 17:14
andima
bel post. Me lo chiedo anch’io, se l’Europa sarà sempre così, e credo di sì, tante nazionalità così differenti tra loro vanno bene per accordi economici, qualcuno politico (per lo più forzati da shock economy o passati senza che il popolo se ne accorgesse), ma formare una cultura europea e sentirsi davvero europeo, beh non sarà facile. Certo, non deve succedere in una notte, ma al momento sembra più che innaturale.
27 gennaio 2012 a 19:42
ferrigno
Ommamma, passo di qua per leggere uno dei tuoi soliti post brillanti e ironici e mi trovo davanti questo capolavoro di lucidità etica. Giù il cappello.
27 gennaio 2012 a 19:45
totentanz
Esagerato
27 gennaio 2012 a 19:48
marcoboh
bellissimi i luoghi attorno a pietransieri, io ci ho lavorato negli anni ottanta, a castel del giudice, a capracotta, a pescopennataro (che ebbe una vicenda simile), a sant’angelo del pesco. sono anni che non ci vado ma li ricordo con tanto affetto.
quanto a der spiegel, e alle opinioni di quel tipo, penso che siano sottocultura, pericolosa sempre, ma da tenere confinata al suo posto. insieme con quella dei sallusti, dico.
27 gennaio 2012 a 20:09
totentanz
Marcoboh, mi fa piacere condividere con te l’amore per quei luoghi. Riguardo alla sottocultura, è difficile lasciarla al suo posto quando il suo posto è inaspettatamente un periodico autorevole come der Spiegel.
27 gennaio 2012 a 21:29
Is@boh
Mi e`talmente piaciuto che vorrei farlo leggere in classe alla VHS ( ovviamente citandoti) Posso?
Perche´non lo invii alla redazione dello Spiegel?O al Suddeutschezeitung?
27 gennaio 2012 a 21:32
totentanz
Isaboh, tu mi lusinghi. E me lo chiedi pure se puoi farlo leggere? Non li mando a nessuno, sta bene qua :)
27 gennaio 2012 a 23:25
marcoboh
autorevole der spiegel? non lo so, non conosco il tedesco e non l’ho mai letto, pensavo fosse una cosa tipo l’espresso o il vecchio panorama… non tanto autorevole, comunque :-)
27 gennaio 2012 a 23:31
totentanz
Fatti un Times venti volte piú spesso, meno intellettuale, con una pesante vena catastrofista (nel senso che ogni chiusura negativa della borsa viene descritta come l’inizio della fine dell’umanità, ma questa è una caratteristica di tutti i giornali tedeschi).
28 gennaio 2012 a 00:00
ceeditalia
Complimenti per questo lucido contributo. Assolutamente idoneo il ricordo il Pietransieri. Vado più in là. Ciò che ha spinto Jan Fleischhauer a scrivere ciò che ha scritto non è “una generalizzazione incauta e pericolosa” (pensate che altrimenti un idiota qualsiasi potrebbe scrivere cose del genere sul settimanale più letto in Germania ?), ma lo stesso atteggiamento, lo stesso il modo di vedere il mondo che ha mosso Schulenburg : chi non è tedesco è inferiore. Oggi però i tedeschi non usano più le armi, usano le LORO leggi che impongono all’Europa con le Convenzioni con cui vengono riconosciute in ogni stato membro le decisioni dei LORO tribunali. Ci sono centinaia, migliaia di bambini che ancora oggi vengono sottratti al genitore non tedesco (madre o padre che sia) e deportati in modo “deutsch-legal”. Riceviamo quotidianamente appelli e richieste di aiuto di genitori disperati i cui figli vengono, oggi come allora, germanizzati e dalla cui vita viene cancellata la lingua, la cultura e la presenza del genitore straniero (se non sei tedesco sei per definizione deleterio al bambino). Il parlamento di lavoro ha redatto, durante la scorsa legislatura, un Documento di Lavoro che denuncia gli abusi e la violazione dei Diritti fondamentali attuati dai tribunali familiari tedeschi controllati dallo JUGENDAMT (riorganizzato nella sua forma attuale da Himmler) E’ di questi giorni la notizia che il ministro tedesco della giustizia ne ha chiesto la “rimozione”, la cancellazione dal sito del parlamento europeo e dagli archivi. Motivazione addotta ? Nuoce all’immagine della Germania.
CEED Italia
http://www.jugendamt-wesel.com/CEED_it.htm
28 gennaio 2012 a 01:32
Alessandro
Bah. Secondo me te la sei presa perché ha citato Napoli :P
Io ho letto l’articolo ancora prima che scoppiasse la polemica, e anche a rileggerlo non ci trovo tutto questo scandalo. Inizia con una provocazione primitiva, e lo ammette subito, mettendo il lettore medio tedesco di fronte allo specchio. Perché, ci possiamo scommettere, il tedesco medio quelle cose le aveva già pensate nel leggere i resoconti sulla Concordia, avvero ancor prima di questo contributo dello Spiegel.
Ma l’articolo, mediocre, non mi sembra un’invettiva contro gli italiani, ma piuttosto una banale riflessione sul ruolo degli stereotipi e delle identità nazionali percepite nell’Europa che vorrebbe dirsi unita. E mi sembra ci sia anche una accusa di ottusità nei confronti della Merkel e del suo desiderio di “tedeschizzare” l’Europa.
Sono io che non so leggere o Sallusti?!?
28 gennaio 2012 a 10:48
totentanz
Ale, i problema di quell’articolo è quello di spiegare e giustificare quello che pensa il tedesco medio di Schettino e del dramma della Concordia. Oltre che partire da Schettino per arrivare a far passare l’idea che l’unione monetaria non funziona perché siamo troppo diversi. Oltre che avvalorare questo “siamo troppo diversi” citando Napoli e il Peloponneso che, me la puoi mettere come ti pare ma l’intento del giornalista è questo, vengono usati sottilmente come esempi negativi per affermare il concetto “noi in unione monetaria con questi cavernicoli?”.
28 gennaio 2012 a 18:03
gianni
Se pensi a come gli italiani trattano gli immigrati qua in italia, al razzismo dilagante in parlamento e sui media, oltre che nella “so gennante” società civile, direi che in germania tutto sommato,a parte qualche caduta di stile, la situazione non è poi così grave….
29 gennaio 2012 a 22:12
Flavio
Bel post. Sono d’accordo con te.
Vorrei aggiungere il mio piccolo contributo.
Curzio Malaparte, in “Kaputt”, spiega le atrocitá (é un eufemismo) che i Tedeschi hanno commesso durante la guerra come paura del piú debole. Combattono valorosamente e lealmente contro i forti, ma infieriscono gratuitamente su i piú deboli, dice in sostanza Malaparte.
A me sembrava una spiegazione retorica, ma piú conosco i Tedeschi e la loro cultura (vivo a Berlino da 2 anni) piú mi sembra che Malaparte ci abbia preso.
29 gennaio 2012 a 22:24
Snem
D’accordo con Alessandro sull’editoriale. Esagerate le reazioni. Sembra ci sia molto più complesso d’inferiorità italiano che di superiorità tedesco.
30 gennaio 2012 a 13:31
tiziana
Bel post,complimenti.
Penso sia sempre sbagliato generalizzare e che l’autore dell’articolo di “der Spiegel” è un emerito imbecille come quello del “Giornale”
Non si deve generalizzare sui tedeschi e neanche sugli italiani.
Ma perchè allora mi sento così depressa all’idea di essere italiana ?
Forse lo sarei ancor di più se fossi nata tedesca e dovessi gestirmi la memoria storica nazionale dei KZ, ma in ogni caso di questa povera Italia,a parte i beni culturali ( ereditati) e il patrimonio naturale ( in pericolo o già distrutto) non mi piace proprio un bel niente. Non sono per niente orgogliosa del mio paese e dei miei connazionali, della loro tendenza a rubare qualsiasi cosa,a
fregare,a imbrogliare,ad ingarbugliare le cose per trarne profitto.
Al Nord come al Sud. Non faccio differenze. Ho visto le stesse situazioni ovunque,solo con accenti diversi.
I tedeschi per lo meno si sono autoflagellati e si autoflagellano per loro difetti .E noi? Siamo solo capaci di metterci in commedia e riderci su,tanto poi continua tutto come prima. E del resto siamo così simpaticoni che ci si può perdonare tutto, o no?
Anche l’uso massivo di gas ,vietati dalle convenzioni internazionali,
su donne e bambini inermi in Africa durante l’ultima guerra.
Potrei andare avanti ,ma non voglio annoiare con cose che tutti sanno. Cosa vorrei? Vorrei che diventassimo un popolo con più dignità,più senso di responsabilità e più coraggio e che cominciassimo a pretendere rispetto,in primo luogo da chi ci governa.
1 febbraio 2012 a 20:41
Werckmeister
Secondo me, il sentimento “europeista” non è poi tanto diffuso, per vari motivi; ed è un problema, perchè l’unione economica (indispensabile per sopravvivere) senza una vera forza politica non sta in piedi (è di questo che stanno approfittando gli speculatori). Insomma, noi europei stiamo insieme per interesse, non per una lingua e una cultura comune o perchè ci vogliamo tanto bene. Qundi, quando le cose vanno male, subito scattano gli egoismi, e naturalmente i più egoisti sono quelli che stanno meglio (per il momento). Non c’è da meravigliarsi, perciò, se i tedeschi storcono il naso all’idea di aiutare degli stati di cui, giustamente, non si fidano (un Monti non fa primavera: sempre che ci arrivi, alla primavera..). Naturalmente, siccome a nessuno piace fare la figura del bastardo egoista, ecco saltare fuori tutti gli stereotipi che giustificano il braccino corto. Ma il razzismo non è una prerogativa tedesca, pensate a come tanti settentrionali trattano i loro “fratelli” sotto il Volturno. Che poi ci si debba aspettare di meglio da un giornalista di un “prestigioso” settimanale, bah… i giornali non servono a informare l’opinione pubblica, ma a manipolarla e a solleticarne i peggiori istinti, e questo non solo in Germania.
7 febbraio 2012 a 12:03
ginogori
nun avete capito una sega…
l’autore vuole dimostrare la PERICOLOSITA’ dei luoghi comuni etcetc,
guardate, faccio prima a postare il testo tradotto
“Che il carattere di un popolo sia soltanto una falsa etichetta del passato lo impariamo già a scuola e lo stesso vale per i luoghi comuni sulle nazioni. Ma è veramente così? Pensieri anacronistici sul comportamento di un capitano italiano.
Siamo sinceri: qualcuno si è sorpreso che il capitano del disastro “Costa Concordia” fosse un italiano? Potremmo immaginare una manovra di quel tipo, compresa la successiva fuga del responsabile, effettuata da un capitano tedesco, o addirittura da uno britannico?
Conosciamo questo genere di persona dalle vacanze al mare: un uomo che si sente protagonista e che ama gesticolare. In teoria si tratta di un individuo innocuo, probabilmente basterebbe non farlo avvicinare troppo a macchinari complicati. Fare “bella figura” è lo sport nazionale italiano, il cui scopo è impressionare gli altri. Anche Francesco Schettino voleva fare una bella figura, ma purtroppo si è trovato davanti uno scoglio.
Ok, scrivere tutto questo è stato veramente scorretto. Abbiamo rinunciato da tempo agli stereotipi culturali per giudicare i nostri vicini. Questo modo di fare viene considerato zotico o, ancora peggio, razzista (anche se, per rimanere in tema, non è del tutto chiaro fino a che punto l’italianità sia di sé sinonimo di una razza a parte).
La questione dei caratteri nazionali somiglia un po’ alla differenza tra i generi. In linea di principio, quest’ultima è stata abolita da tempo, ma nella vita di tutti i giorni ci sbattiamo contro continuamente. Basta trascorrere un pomeriggio alla scuola materna per iniziare a dubitare di tutto ciò che la pedagogia spregiudicata ci ha insegnato sui generi come mero costrutto sociale. In realtà, una vera e propria economia sommersa prospera sulla differenza tra Marte e Venere e sul modo migliore per alimentarla. Per quanto riguarda i caratteri nazionali, le indicazioni relative si trovano nelle guide turistiche tascabili, che ci informano sulle peculiarità e dunque sulle diverse tipologie delle culture straniere.
In un certo senso ancora oggi l’Unno abita in noi
Soprattutto i tedeschi hanno problemi di identificazione culturale. Gli inglesi, per esempio, ci ritengono ancora oggi un popolo dotato di scarso senso dell’humor – nonostante anni di sforzi intrapresi da noti comici quali Mario Barth oppure Attenzione Cabaret, Hagen Rether. I francesi, a loro volta, prendono in giro la cucina inglese e i belgi scherzano sulla presunta spilorceria degli olandesi.
Conosciamo il carattere nazionale soltanto nella sua variante negativa, come auto-imputazione. Appena alcuni giovani urlano slogan ottusi, sulla stampa fa la sua comparsa il polemologo Wilhelm Heitmeyer, per spiegarci i pericoli che minacciano la pace sociale (“situazione esplosiva”) e perché una ricaduta potrebbe essere imminente.
In un certo senso, ancora oggi l’Unno abita in noi e non vede l’ora di poter nuovamente colpire, e stranamente questo funziona sempre.
Non c’è bisogno di scomodare la genetica per giungere alla conclusione che le diverse nazionalità si distinguono tra loro. Sono sufficienti motivi climatici, e persino la lingua gioca un suo ruolo. Normalmente questo non rappresenta un problema, ma non si dovrebbe impostare la politica sulla supposizione che i confini nazionali abbiano un significato solo in senso figurato. Ciò che può accadere quando, per motivi politici, si ignora la psicologia dei popoli, ci viene dimostrato dalla crisi monetaria, che in questi giorni abbiamo perso di vista soltanto perché l’uomo che era in plancia attira su di sé tutta l’attenzione. In questo caso lo scoglio davanti alla nave rappresenta il mercato dei tassi di interesse.
Difetto di nascita dell’euro? La camicia di forza per diverse culture
Parlare oggi così chiaramente delle differenti solvibilità dei paesi significa ammettere che alcuni cliché hanno ancora ragione di esistere, senza poter essere per questo accusati di indecenza. Il difetto congenito dell’euro è stato quello di imprigionare culture economiche molto diverse nella camicia di forza di una moneta comune.
Del resto, per capire che così non poteva funzionare, non era necessario aver studiato economia; una visita a Napoli o al Peloponneso sarebbe stata sufficiente. Ora si sta cercando disperatamente una soluzione. La risposta della Cancelliera è che tutti diventeranno come noi; staremo a vedere fin dove arriverà con questo suo modo di pensare.
Le nazioni possono cambiare e, volendo, questo ci può essere di conforto. 2000 anni fa gli italiani comandavano ancora un impero mondiale che si estendeva dall’Inghilterra fino all’Africa. Con molta neve e ghiaccio i tedeschi oggi fanno fatica a mantenere in funzione il traffico ferroviario. Purtroppo alcuni cliché richiedono tempo per scomparire; in alcuni casi sono necessarie diverse generazioni. ”
http://www.valigiablu.it/doc/727/cosa-ha-veramente-scritto-spiegel-online.htm
inoltre:
“Verificato in maniera chiara e oggettiva che tutta la polemica è nata da una lettura errata dell’articolo in tedesco, va posta all’attenzione dell’opinione pubblica e delle persone direttamente coinvolte una domanda, che tanto più è necessaria quanto riferita a fatti che hanno colpito il Giorno della Memoria, dimostrando ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, che fare memoria è un’azione complessa e tutt’altro che indolore. La domanda è: arriveranno rettifiche o scuse da parte di chi ha frainteso l’articolo e alimentato a vario titolo una polemica che non aveva fondamento? C’è inoltre da chiedersi se non ci siano gli estremi per un intervento dell’Ordine qualora si decida di soffiare sul fuoco per alimentare una polemica che vive di interpretazioni e non di fatti, i quali sono la sostanza del giornalismo.
Arianna Ciccone, Matteo Pascoletti, Angelo Romano (traduzione dell’articolo di Silke Jantra)
@valigiablu – riproduzione consigliata”
10 febbraio 2012 a 12:35
Werckmeister
Mi sa che chi non ha capito una sega sei tu…. in un mare di blabla, la sostanza è: gli stereotipi saranno anche considerati “zotici” e “razzisti”, ma in fondo in fondo, tanto falsi non sono… un grande editoriale, non c’è che dire.
19 febbraio 2012 a 12:36
ginogori
caro werk, verrebbe da dire : “sei duro di tuo o ti ci applichi?”
però, la mia innata (ROTFL) cortesia mi trattiene…
ecco, se provi (non ti sforzare, neh…), a rileggere, pian pianino, quanto riportato, vedrai che hai toppato…