In un ufficio di questa azienda ci sono due giapponesi, un uomo e una donna con cui io ho molto a che fare per questioni strettamente lavorative.
Cortesissimi, cordiali e, soprattutto per quanto riguarda la corrispondenza, prodighi di salamelecchi e sbrodolamenti di ossequi come si addice alla migliore tradizione sociale del Sol Levante.
Una loro mail per chiedermi un favore è introdotta da un lunghissimo preambolo di scuse e, a favore ottenuto, ne segue una con ringraziamenti cerimoniosi della mia disponibilità.
Sono adorabili, davvero.
Però non mi fregano.
Dietro questa spiccata tendenza all’ossequio, dovuta più a convenzioni della loro cultura che a vero rispetto del prossimo, si cela la stessa immensa cazzimma che contraddistingue qualsiasi altro abitante del pianeta Terra che lavori in un ambiente competitivo. E mi si perdoni se uso una parola napoletana, cazzimma, che è intraducibile in italiano ma che rende meglio l’idea di quel misto di furbizia e cattiveria nascosto – appunto – dietro un’apparente benevolenza e volto a un tornaconto personale che non abbia in considerazione eventuali conseguenze sulle persone coinvolte.
Ravviso questa cazzimma tra i loro cerimoniali cortesi soprattutto quando mi mandano mail private per chiedermi di mettere una pezza a un loro errore, e mettono invece l’indirizzo del mio capo in CC quando me ne mandano una per farmi notare un mio errore.
Non ne faccio una questione giapponese, sia ben chiaro, ché da queste parti si è refrattari alle generalizzazioni su base etnica.
Solo che io sono passato attraverso una discreta gavetta di lavori cosiddetti “umili” e ho potuto constatare che dove non c’è competizione, dove non c’è identificazione con l’azienda, dove si lavora per vivere e non viceversa, si gode di rapporti più umani e gratificanti, c’è più disponibilità all’aiuto reciproco e molto, ma davvero molto più rispetto tra colleghi.
Ci si vuole più bene.
Se non fossi grato verso me stesso e la mia intraprendenza, se non capissi il valore dell’essermi conquistato un lavoro adeguato alle mie aspirazioni e alle mia capacità, soprattutto se non ci fosse una questione meramente economica da considerare, io mollerei tutto e andrei a cercarmi uno di quei lavori “umili” solo per il piacere di essere circondato da esseri umani normali. Piacere che ho assaporato quando ho fatto il magazziniere di supermercato, il barista, l’operaio e l’operatore di call center e non più da quando sono entrato nell’olimpo dei colletti bianchi.








6 comments
Comments feed for this article
27 Novembre 2008 a 6:10 pm
Yoshi
per commentare il tuo post scriverò un post a riguardo uno di questi giorni:)
27 Novembre 2008 a 6:11 pm
neurobi
Io lavoro in uno di quei posti senza competizione… Però c’è un piccolo svantaggio: possibilità di carriera nessuna.
Qualche volta, quando penso, mi viene in mente: – certo che così, sempre le stesse cose, la stessa stanza, gli stessi rituali e soprattutto lo stesso stipendio, fino alla pensione… che palle dio bono.
Questo rende un po’ meno Eden questo posto di lavoro. Sì, i rapporti con i miei colleghi sono non-competitivi. Però mettendoci che non ho niente da spartire con nessuno di loro, per cui, i miei rapporti sono comunque ridotti all’osso, lavorativi, distaccati e certamente fuori da questo ufficio non li frequenterei manco sotto minaccia… non è tutto oro quello che luccica.
Non che tutto ciò sia un problema per me. Io sogno un posto come archivista in una biblioteca, giusto per essere sicuro di passare la vita al pc e senza nessun contatto con esseri umani… :°D
28 Novembre 2008 a 4:11 pm
totentanz
Yoshi, non vedo l’ora.
28 Novembre 2008 a 4:29 pm
normalacid
io nel paradiso dei colletti bianchi ci sono nato, per fortuna.
ho visto passare avanti a me piante, mazzi di fiori, lingue felpate in quantità.
io non sono mai andato oltre il rispetto e l’ammirazione per l’indiscutibile capacità professionale di chi mi “comanda”.
non ho ho mai ritenuto necessario leccare per ricevere approvazione.
giammai metterei in cattiva luce un collega o tenterei di fargli le scarpe.
ho fatto quel pò di carriera a cui potevo aspirare senza sgomitare, senza usare mezzucci come quelli dei giapponesi, vendendo solo quel pò che so fare e dispensando l’unica ricchezza che ho: battute, sorrisi e cortesia.
e sono contento di quello che ho realizzato.
e tutti, apparentemente, mi vogliono bene :-)
e dopo quest’autocelebrazione vado a frustare i miei sottoposti :-P
29 Novembre 2008 a 2:45 pm
marcoboccaccio
dove c’è possibilità di carriera c’è competizione: ho scoperto l’acqua calda. ma quello che dice totentanz è verissimo, l’ho sperimentato pure io. la questione forse è nelle forme della competizione, dove questa dovrebbe limitarsi a fare meglio degli altri il proprio lavoro, e far valere le proprie ragioni solo quando sono veramente ragioni. la cultura della competizione è falsata da quella della scorrettezza, immagino sotto tutti i cieli. il tutto però sotto il comando di chi sta sopra di noi, che ha tutto l’interesse e la comodità di avere i sottoposti nemici tra loro (altra acqua calda: divide et impera, dicevano gli antichi).
30 Novembre 2008 a 2:36 pm
pgiacome
effettivamente fino ad adesso il lavoro più umano e nel quale mi sono divertito di più è stato fare lo slalom con il muletto in un magazzino della grande distribuzione. Colleghi molto affabili , essendo molto giovane tutti ti danno una mano e ti considerano il BOCIA al quale insegnare. Per contro direi che adesso faccio un lavoro sicuramente più gratificante che mettere prodotti in degli scaffali ma ogni cosa che faccio devo farla pensando di pararmi il culo dai colleghi con i superiori