“Ho tutta la vita davanti” era ciò che mi dicevo anche io per farmi coraggio quando mi accorgevo di starmi adagiando per troppo tempo in un lavoro che avevo preso inizialmente per soluzione momentanea, in attesa di trovare di meglio.
Era esattamente ciò che mi ripetevo in mente per illudermi che il precariato fosse solo un’anticamera obbligatoria per accedere a un contratto normale e al minimo indispensabile di sicurezza economica.
E invece no. Dall’anticamera cieca del precariato sono riuscito a evadere solo con un biglietto di sola andata per la Germania.
Molto forte perciò è stata la sensazione di immedesimazione quando ho visto (con enorme ritardo) Tutta la vita davanti di Virzì (un nome che per me è una garanzia, nonostante la sua fissa per la Ferilli), che non solo ha rappresentato con una fedeltà impeccabile procedure, dinamiche, rapporti sociali, mobbing e sfruttamento nei call center, ma ha anche compreso ciò che è sempre sfuggito a chi (Bertinotti su tutti) voleva trasformare gli operatori telefonici in una sorta di classe operaia contemporanea da trainare alle urne, e cioè che la battaglia per i loro diritti va condotta dall’alto per loro, e non dal basso servendosi di loro. Allo stato attuale delle cose, l’operatore medio di call center ringrazia il cielo tutte le mattine di avere una merda di lavoro che è l’unica alternativa alla disoccupazione, e non è disposto a metterla a rischio alzando la voce per il benché minimo diritto. Virzì ha anche colto la particolarità del fatto che l’operatore medio di call center non è interessato a ampliare il suo ventaglio di diritti, perché crede che quelli che ha siano sufficienti, ma anche e soprattutto perché “l’uomo circuìto dai mass media è in fondo, tra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già” (Umberto Eco), e quindi la soddisfazione di bisogni culturali legati a questa circuizione è già di per sé sufficiente a non aspirare ad altro. In altre parole: come si fa a chiedere la trattenuta sindacale a chi fa fatica a far quadrare un bilancio familiare in cui sono compresi le tariffe dell’iPhone, l’abbonamento a Sky e le tessere a scalare Mediaset Premium?
L’operatore medio di call center non è mai stato rappresentato dalle parole a vanvera di un Bertinotti. È rappresentato invece alla perfezione dalle colleghe di Marta, la protagonista del film di Virzì, le quali vivono in un mondo fatto di personaggi di reality show e piangono se la loro team leader gli fa pesare di non avere raggiunto gli obiettivi imposti. Una di queste ragazze, a un certo punto, riconosce un sindacalista e dice: “ah sì, tu sei quello che distribuisce i volantini pubblicitari della politica”. Cosa si potrebbe aggiungere a questa espressione che dice già tutto?
Parlando più strettamente del film, mi ha colpito la fedeltà con cui vengono rappresentate le procedure di un call center, segno evidente che alla sceneggiatura ha collaborato qualcuno che in un call center ha lavorato. Balletti motivazionali a parte, che sono una caratteristica del call center della Kirby (dove ha lavorato Michela Murgia, autrice del libro a cui questo film sembra ispirato), tutto rispecchia fedelmente il modo di lavorare e le pressioni sugli operatori per convincerli a tutto pur di raggiungere l’obiettivo dei tot contratti.
Io, ovviamente, anni or sono mi sono fatto la mia gavetta neanche tanto breve in un call center, e ho rivisto quell’esperienza riprodotta tale e quale in questo film. Dal punto di vista lavorativo e umano.








10 comments
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22 Novembre 2008 a 3:42 pm
Annarella
Un post amaro, molto lucido e molto bello.
22 Novembre 2008 a 6:51 pm
Antonio
Volendo fare la parte del rompipalle ad ogni costo- che mi riesce benissimo, come chiunque sa, potrei sottolinearti che, però, l’Iphone l’ho visto sinora in mano solo a fighetti mantenuti da mamma e papà. Tranne un paio di geek ultimo stadio (che fan categoria a parte), non l’ho visto in mano ad altri.
Il film è piaciuto assai anche a me, che come sai mi sono spostato solo di 700km per avere uno stipendio. E ho trovato veramente azzeccata la Ferilli nella parte.
22 Novembre 2008 a 8:31 pm
lamelamara
secondo me un periodo in call center è formativo, come la prima elementare. senza questo lavoro di merda non avrei mai davvero preso certe decisioni che richiedevano coraggio – che non avevo – o disperazione – quella è arrivata. anche a me è piaciuto il film.
22 Novembre 2008 a 11:36 pm
totentanz
Grazie Annarella, scritto da te un commento del genere fa anche più piacere :-)
Anto’, la verità è che ho citato l’iPhone a caso come esempio delle dipendenze varie da telefonia mobile. Io poi manco saprei riconoscerlo al volo, un iPhone.
Fortunato tu. Solo 700 km. La distanza “percepita” tra dove sono nato e dove ho trovato uno stipendio è perfino triplicata da quando hanno tolto i voli diretti tra Napoli e Francoforte.
Lamelamara, sarebbe più bello però se certe decisioni richiedessero solo coraggio e non anche la disperazione. Al di qua delle Alpi funziona così.
23 Novembre 2008 a 1:48 pm
Frà
Appena ho letto questo post, ho messo subito a scaricare il film.. sono proprio curioso!
23 Novembre 2008 a 7:37 pm
neurobi
sono contentissimo che troviate i lavori nei call center “formativi”. Io dopo gli studi ho lavorato come commesso di negozio, e infine ho trovato il posto da impiegato che tuttora occupo, presso uno studio commerciale, e sinceramente, non sento dentro di me questa grossa lacuna “formativa”.
23 Novembre 2008 a 11:45 pm
Anellidifumo
Io ho visto questo bel film in ritardo, l’anno scorso, per via del fatto che di solito vivo in Canada. Il punto è che Virzì, come già ai tempi del meraviglioso Ovosodo, è riuscito a dipingere una realtà di massa dell’oggi. Una realtà dalla quale pare che la gggente non abbia la forza di affrancarsi. Non credo occorra avere una cultura (politica) per capire che quel genere di vita è misero: dovresti accorgertene da solo, anche essendo uno che poi non vota alle elezioni, o che vota a cazzo per il simbolo più bellino. Eppure, alla fine, molti italiani giovani si riducono a farsi schiavizzare a quel modo nel timore di perdere anche quel poco che hanno per le mani. Ma così facendo diventano complici di un sistema che, tutto sommato, si meritano.
Hai fatto bene tu a scrollarti di dosso quel cappio. Io, prima di emigrare in Canada, stavo per diventare – con due lauree, due master e 5 libri pubblicati – un agente immobiliare per la Toscano. QUando mi sono reso conto della fine che stavo per fare, ho deciso che non me la meritavo. Ed eccomi qui, a insegnare in univeristà, ovviamente all’estero.
23 Novembre 2008 a 11:46 pm
Anellidifumo
Ah, Tote, per la serie mal comune mezzo gaudio: hanno tolto anche i voli diretti Toronto-Roma, per cui ora io per tornare in Italia devo usare Lufthansa e fare scalo a Francoforte…
24 Novembre 2008 a 12:29 am
totentanz
Ane’, avvisami al prossimo scalo, ché vengo in aeroporto e ci prendiamo un caffè.
28 Novembre 2008 a 5:36 am
Anellidifumo
Volentieri. E’ tra poco: atterro il 5 dicembre alle 8.05 del mattino e riparto alle 10.55 sempre del mattino. E’ il volo Lufthansa che parte dda dtoronto alle 18 del giorno prima. ADderoporto FRA, Frankfurt International.