Ho fatto un tiramisù da portare in ufficio per il giorno del mio compleanno, che è stato ieri.
Dovevo pur prevenirli, i colleghi, visto che io stesso ho introdotto l’abitudine di personalizzare i regali di compleanno senza ripiegare sul solito buono di Saturn o Mediamarkt, e quindi ho dato il via a una serie di pensierini simbolici e inutili che hanno fatto rimpiangere quei buoni.
Che poi questo tiramisù non l’ho fatto davvero io. Lo ha fatto mia madre in videoconferenza su Skype.
Portatile e cam in cucina, tra il bollitore e lo scolapiatti, e l’esecuzione per lei è stata semplicissima. Io sono stato solo la sua longa manus su attrezzi e ingredienti.
Aggiungi un uovo. Non esagerare con lo zucchero. Monta meglio quei bianchi. Stai inzuppando troppo i savoiardi nel caffè. Ma quel cacao è roba buona? Ti avevo detto di comprarlo Perugina.
La Perugina a Francoforte. Va bene che ho detto che di italiano si trova quasi tutto, qui, ma l’ottimismo di mia madre va un po’ oltre.
La mattina dopo sono venuti anche la collega pugliese e una coppia romana da altri uffici, ad assaggiare ’sto tiramisù. E io, in maniera maliziosamente femminile, come si addice a qualsiasi frocio che si è appena impegnato in cucina e vuole abbassare le aspettative per dare una spinta positiva al giudizio, ho porto loro i piatti anticipando i difetti. Forse si sente troppo l’uovo. Lo strato di crema è sottile, me n’è venuta poca. Mi ci è caduta sopra una montagna di cacao perché il colino era lasco.
Esattamente come fa lei quando mi invita a cena e, davanti a certi suoi capolavori per i quali non si può parlare più di alta cucina ma di arte applicata, rompe i coglioni descrivendo una serie infinita di difetti strutturali e procedurali.
La collega romana, raschiando il piatto con la forchetta, è stata categorica: ammazza, ao’, è proprio bbono. Insomma, è piaciuto.
Mi hanno regalato un volume di fotografie del National Geographics, i colleghi tedeschi. Un mattone di sei chili e mezzo (l’ho pesato nel supermercato sotto l’ufficio) che mi sono dovuto trascinare avanti e indietro sul treno, ché dopo il lavoro sono corso a Wiesbaden senza passare per casa.
Ma sono contento, eh. Non mi si accusi di ingratitudine per questo regalo che è stato pure mirato, siccome loro, non capendone molto di fotografia, si congratulano per la qualità delle mie foto.
A Wiesbaden, cena dal libanese chic dove si mangia così bene, ma così bene che viene da piangere per la sensazione di ingiustizia divina nel vedere del cibo così buono distribuito in porzioni così microscopiche. Il mio prossimo compleanno giuro che si festeggerà da libanesi meno chic dove porzione di humus significa montagna di humus e non cacchettina di humus.
Altro regalo di compleanno ricevuto al cospetto di un baba ghannouj buonissimo ma spazzolato via in due bocconi e mezzo: una padella antiaderente di quelle buone. Sono i regali che deve aspettarsi chiunque si lamenti di avere la cucina sguarnita dell’essenziale.