Di solito non mi scaglio contro scelte che istintivamente non condivido ma che riguardano problemi più o meno delicati che ho avuto la fortuna di non aver mai avuto. Non oserei mettere bocca nella questione di un aborto di un feto con malattie genetiche, per esempio, né potrei puntare il dito contro un genitore che non riconosce il neonato down.
Credo che, tra i tanti diritti, ci debba essere anche quello di non avere la forza di affrontare situazioni del genere (e ancora più decisamente credo nel dovere dello stato di lavorare perchè non ci sia bisogno di forze sovrumane per affrontarle, ma è un altro discorso…).
Sottoporre una bambina down a un intervento chirurgico solo per attenuare le caratteristiche estetiche dell’handicap, invece, è una cosa che va un po’ oltre quel diritto. Ho sempre pensato che di fronte agli handicap, fisici o mentali, è la società che deve adeguarsi, non il disabile. Soprattutto nel caso dei bambini.
Invece no. Li si costringe ad affrontare la sala operatoria non per migliorarne lo stato di salute ma perchè “così sarebbe accettata dalla società”.
Lui chirurgo plastico, lei filiforme secondo gli standard delle fashion victim e – stando all’articolo – pluriritoccata chirurgicamente. Si capisce qual’è la società dalla quale vogliono che la bambina sia accettata.
Nella mia, invece, la bambina entrerebbe dalla porta principale senza alcun ricorso alla plastica facciale.
È solo l’ennesima dimostrazione che la natura sceglie anche tra cani e porci chi ha diritto alla maternità e alla paternità. Una legge fatta dagli uomini saprebbe fare di molto meglio.