Pietransieri è un borgo abruzzese dove vado spesso. È una minuscola frazione del comune di Roccaraso arroccata al di qua della Majella, sul monte Tocco, da cui si gode di una vista spettacolare sulla valle del Sangro e sui monti dell’Alto Molise, dove ci sono Capracotta e Pescopennataro. Da piccolo ci passavo le vacanze, e perciò ho ricordi di quel luogo che annovero tra le mie cose più preziose.
Almeno una volta all’anno devo vedere Pietransieri da Capracotta o viceversa. Meglio se vado a Pietransieri, e in compagnia, così ci fermiamo anche a pranzare al ristorante La Preta per una consueta dose di cazzarielli con i fagioli, polenta con [inserisci qui il tipo di selvaggina locale disponibile al momento] e scamorza alla brace. Non è una marchetta, è che chiunque ha il dovere morale di sapere quanto si mangia bene lì.

Veniamo al dunque: il 21 novembre del 1943 passarono per Pietransieri le truppe tedesche del maggiore Schulenburg in fuga dagli Alleati che erano appena sbarcati sulle coste tirreniche del Sud.
Per rappresaglia, i tedeschi rastrellarono tutte le abitazioni di Pietransieri, radunarono gli abitanti nel vicino bosco di Limmari e li mitragliarono tutti: 128 persone, delle quali 34 bambini e un neonato di un mese.
La neve ricoprì e nascose i cadaveri nel bosco fino alla primavera successiva, perché Pietransieri era un borgo isolato, e non c’era nessuna ragione per passarci.

A Pietransieri oggi c’è un piccolo sacrario che custodice i corpi e la memoria storica delle vittime di questa cosa per cui io non riesco a trovare una parola adatta. Atrocità mi sembra fin troppo indulgente. Forse, più che per un pranzo alla Preta, Pietransieri vale una visita per quel sacrario, architettonicamente insignificante, ma moralmente un capolavoro. Ognuno di quei nomi è un giudizio storico dalla forza spaventosa, ognuna di quelle date di nascita e di morte è una condanna tuonante e feroce contro qualsiasi crimine di guerra, non solo questo.

Dispiace sempre un po’ tirare fuori argomenti del genere per mettere a zittire i tedeschi, soprattutto quando, riferendosi a un errore di un singolo (Schettino), pretendono di definire la “psicologia dei popoli”, come nell’articolo di Der Spiegel (qui la traduzione), e si chiedono il senso di radunare in unione monetaria la perfezione teutonica e il terzo mondo mediterraneo, cosa che non viene detta tout court ma traspare inequivocabilmente da ogni virgola di quell’articolo, soprattutto dall’invito a visitare Napoli o il Peloponneso.
A un’idiota che dà per scontato che una tragedia del genere non sarebbe accaduta se al comando della nave ci fosse stato un tedesco al posto di Schettino, verrebbe troppo facile ribattere che a Pietransieri sarebbero state risparmiate scariche di colpi su bambini e neonati se ci fosse stato un maggiore italiano al posto di Schulenburg. Non è questa la mia intenzione, perché so che i codardi abbondano in ogni cultura di ogni tempo, e che tanti sono gli Schettino tedeschi quanti sono gli Schulenburg italiani (cosa che andrebbe spiegata anche a Sallusti che, col suo volgarissimo editoriale sul Giornale, riesce a replicare a un episodio di pessimo giornalismo con qualcosa di ancora più infimo).
Cito l’episodio di Pietransieri solo perché a quell’idiota di Jan Fleischhauer,  l’autore di quell’articolo su Der Spiegel, mi piacerebbe far capire che nessun popolo può dirsi al riparo da generalizzazioni incaute e pericolose, e che io non mi aspetterei mai tali generalizzazioni da parte di un popolo che storce il naso e si rabbuia ogni volta che gli viene rinfacciata o anche solo ricordata la responsabilità dell’Olocausto, per esempio.

Mi chiedo se l’Unione Europea sarà sempre così, caratterizzata dalle lamentele tedesche per ogni cosa che non sia all’altezza della loro nazione produttiva ed efficiente. Fino ad ora è sempre andata così, se non erro. Probabilmente per i tedeschi il resto d’Europa non è stato efficiente neanche quando si è dato da fare per ricostruire la Germania ridotta in ginocchio alla fine della Seconda guerra mondiale, o quando ha fatto piovere sul loro paese fiumi di denaro per aiutare economicamente la riunificazione.

“Non sono sempre le circostanze alle quali abbiamo direttamente partecipato che ci toccano di più. [...] Nessuna visione di quegli anni oscuri mi aveva tanto segnato come quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione… Non li avevo tuttavia visti con i miei occhi, ma fu mia moglie che me li descrisse ancora tutta piena dell’orrore che ne aveva provato. Noi ignoravamo tutto allora dei metodi di sterminio nazisti. E chi avrebbe potuto immaginarli! Ma quegli agnellini strappati alle loro madri superavano già quello che avremmo creduto possibile. Quel giorno credo di aver toccato per la prima volta il mistero di iniquità la cui rivelazione avrebbe segnato la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Il sogno che l’uomo occidentale ha concepito nel XVIII secolo, del quale credette veder l’aurora nel 1789, e che, fino al 2 agosto 1914, si è rafforzato col progresso dei lumi e con le scoperte della scienza, questo sogno ha finito di dissiparsi per me davanti a quei vagoni carichi di bambini. E tuttavia ero lontano mille miglia da pensare che andavano a rifornire le camere a gas e i crematori.”

François Mauriac; dalla prefazione a La notte di Elie Wiesel.

Dalla famosa idea di Marco Mazzei, questa volta economizzo e ne sparo due in un colpo solo.

Vienna (dicembre 2011)

• Essere di madrelingua tedesca e sapersi vestire. Dopo quattro anni di residenza in Germania uno crede che questa combinazione sia impossibile, poi va a Vienna e…
• Noi non siamo tedeschi.
• Di nuovo: noi non siamo tedeschi.
• Noi non siamo tedeschi, e per rafforzare il concetto, gli annunci nel tram e nella metro sono in wienerisch.
• Il wienerisch, ovvero la melodia applicata alla fonetica della lingua tedesca. Il prossimo che dice che il tedesco è brutto da sentire lo spedisco a Vienna.
• E i froci? Dove sono i froci? È la capitale meno gay che abbia mai visitato.
• Se a uno piace l’atmosfera di Parigi ma gli stanno sui coglioni i parigini, forse allora Vienna fa al caso suo.
• Sul cibo arranchiamo, ma comunque una spanna avanti rispetto alla superpotenza germanica qui vicino.
• E basta co’ sta sacher. Andate al caffé dell’Hofburg e consolatevi con una torta alle castagne.
• La cotoletta è buona. Sì, insomma, è buona, ma basarci l’orgoglio gastronomico di un’intera nazione mi pare un po’ esagerato (vallo a spiegare ai Belgi e alle loro patate fritte).
• Avercelo noi, un punto di riferimento storico come Maria Teresa d’Asburgo. Chi? Vittorio Emanuele II?
• Più monumentale di Vienna ho visto solo Parigi.
• Però aspettate un attimo: prima di lamentarvi della pacchianaggine del Vittoriano, date un’occhiata al Palazzo del Parlamento di Vienna.

Madrid (gennaio 2012)

• Essere di madrelingua castellana e sapersi vestire. La sensualità incarnata sulla faccia della terra.
• Noi non parliamo inglese.
• Non insistere, non lo parliamo per niente.
• Anzi, guarda, preferiamo che ti rivolga a noi in italiano.
• Nemmeno quel sibilo della lingua tra i denti rende la loro lingua meno attraente.
• E gli etero? Dove sono gli etero? È la capitale più favolosamente frocia in cui abbia mai messo piede.
• Se a uno piace l’atmosfera di New York ma ha bisogno di un po’ di mediterraneità a portata di mano, Madrid è il posto perfetto.
• Col cibo siamo a livelli stratosferici. Qualunque cosa venga ingurgitata, l’orgasmo al palato è garantito.
• Sì, ok, la paella non è tipica madrilena, ma i turisti la agognano, perché è così difficile reperirne una?
• Comunque tutto l’orgoglio gastronomico di questa metropoli potrebbe basarsi unicamente sui pinchos con pesce freschissimo al Mercado de San Miguel.
• Avercelo noi un punto di riferimento come Carlo III. Ah, un momento: noi del Sud ce lo abbiamo, proprio lui.
• Più liberty di Madrid non ho mai visto niente.
• Però aspettate un attimo: prima di lamentarvi delle chiese di Fucksas in Italia, date un’occhiata a quell’orrore della Cattedrale dell’Almudena.

Entrambe città meravigliose, ma non vivrei in nessuna delle due. Troppo conservatrice la capitale austriaca, stipendi da fame e ritmi da infarto in quella spagnola. Dovessi essere forzato a scegliere, vincerebbe Madrid, per la lingua e per il bel tempo, e probabilmente cercerei casa a Malasaña, che si conferma il mio quartiere preferito.

Luogo strano, la Germania, che costringe il resto d’Europa ad adeguarsi alla sua ortodossia (lo dice Sarkozy, mica io). Il presidente francese parla di ortodossia economica, io dico che è il riflesso di una tendenza generale all’ortodossia che regola la vita dei tedeschi in qualsiasi campo. Chiunque abbia vissuto anche brevemente in Germania, o conosca bene i tedeschi, conosce il loro essere refrattari a eccezioni e deroghe, il loro sbigottimento di fronte agli imprevisti di qualsiasi genere, il loro bisogno che tutto sia regolato, pianificato, assicurato. Assicurato, ecco. Qui in Germania scopri che la gente sborsa fior di quattrini per assicurazioni di ogni sorta. Collezionano assicurazioni, i tedeschi, e lì in fondo capisci anche un po’ della loro proverbiale taccagneria: i loro stipendi se li mangiano le assicurazioni. Mi guardano come un alieno venuto da un mondo lontano milioni di anni luce quando scoprono che l’unica assicurazione che pago è quella della macchina, e solo per la responsabilità civile, perché furto e incendio ormai mi costavano più del valore della macchina in sé. E più mi guardano così, più mi viene da dire loro: smettetela, perché potrei guardarvi altrettanto sbigottito per il fatto che non avete il bidet!
Dovreste vedere la loro reazione sgomenta quando apprendono che io non ho la Haftpflichtversicherung, parola terrificante che sta per assicurazione di responsabilità civile, quella cosa che in Italia esiste (con obbligo) quasi solo in funzione dell’uso dell’automobile, mentre qui in Germania la si paga (tutti, ma davvero tutti, e senza obbligo) applicandola non all’automobile ma alla propria persona in quanto esseri umani potenzialmente imbranati. Ti cade il mozzicone di sigaretta sul tappeto a casa di amici? Ti siedi sugli occhiali della vicina di casa durante una riunione di condominio? Attraversi fuori dalle strisce e una macchina, per evitarti, sbanda e ammazza cinque persone falciandole vie dalla fermata del tram? Ci pensa la Haftpflichtversicherung, e tu puoi tirare avanti per tutta la vita senza l’angoscia che un imprevisto causato da una sbadataggine venga a mettere subbuglio nella tua situazione economica.
Nel bagaglio culturale mediterraneo che mi porto dietro c’è anche una buona scorta di quel fatalismo che mi impedisce di sborsare annualmente una cifra (non molto alta, va detto) per questo genere di assicurazione.
Mi chiedono: e se causi un danno? Mi controchiedo perché dovrei pensarci ora, ci penserò al momento. Momento in cui sicuramente mi pentirò di non aver mai sottoscritto una Haftpflichtversicherung, ma mi dispiace, e certamente sono io che sbaglio, visto che sono io contro ottanta milioni di loro, ma non ho la mentalità adatta a campare pensando al peggio, tirando fuori quattrini per placare un mio ipotetico terrore di questo peggio che, oh vedrete, arriverà eccome, ma poi, non ora, e io ora non ho fatto niente di male. Mi assumo la responsabilità di quello che faccio, non di quello che non ho ancora fatto e che non si sa se farò. E loro imperterriti: se il danno è superiore alla tua disponibilità economica diventi insolvente (pronunciando la parola “insolvente” con il tono inquieto con cui noi pronunceremmo “condannato a morte”), ma a quel punto glisso e porto la conversazione sulle condizioni meteo, perché mutue lacune culturali ci impediscono di chiarirci a vincenda sul grado di pericolosità sociale che rispettivamente conferiamo allo status di “insolvente”.
Comunque, quando poi chiedo loro di mettere sui due piatti della bilancia il costo totale della Haftpflichtversicherung da quando l’hanno sottoscritta (molti di loro dalla nascita), e le volte in cui hanno dovuto ricorrervi, i conti non sempre tornano a sostegno dell’utilità di tale assicurazione (per forza, per le leggi del mercato i conti devono tornare per la maggior parte delle volte all’agenzia, non a loro). Ma va anche detto che i tedeschi vi ricorrono per qualsiasi minchiata, anche per quelle cazzate in cui la vittima del danno, in Italia, probabilmente reagirebbe con un pacifico “ma no, si tratta di un paio di occhiali economici, ci faccio mettere un po’ di colla da mio marito ed è tutto a posto”. Ho scritto Italia, ma probabilmente intendo Sud Italia, perché è tipico del Meridione indulgere sui danni subiti per aspettarsi indulgenza sui danni che si causeranno poi, e in fondo anche questa è una Haftpflichtversicherung.

Ascolto la anchorwoman nordcoreana che annuncia la morte di Kim Jong-il e mi sembra una prefica, una di quelle donne che nel Meridione venivano pagate per andare a piangere, disperarsi e farsi venire le convulsioni ai funerali di gente che manco conoscevano. Sono state in attività fino al secondo dopoguerra, ma mi dicono che in qualche borgo sperduto della Calabria Saudita ce ne sia ancora qualcuna, mentre a Napoli il fenomeno rimase confinato nell’entroterra più remoto per spegnersi dopo un veloce declino nei primi anni ’60, quando il boom economico permise a chiunque di assicurarsi un corteo funebre in grande stile col tiro a otto e la carrozza barocca. Un popolo plateale nel dolore, quello dell’entroterra napoletano, esattamente come i nordcoreani che, stando a quanto mostrato dalla propaganda del regime, sono due giorni che non fanno altro che piangere all’unisono.

Adoro comunque il tono solenne della anchorwoman. Sembra una di quelle “intro” che aprono gli album dei migliori gruppi epic metal. Campionatela, mettetele una sinfonia epica di Hans Zimmer in sottofondo e la vedrei benissimo in apertura di un’eventuale versione rimasterizzata di Blood of the Kings dei Manowar.

Le andrebbero messi in ogni caso i sottotitoli in inglese, a beneficio dei 25 coglioni di twitter che avevano capito che fosse morta Lil’ Kim.

Qui a Francoforte ha cominciato a nevicare e tutti sono andati in fibrillazione. Adorano la neve, l’atmosfera che porta, il romanticismo della città imbiancata, e non possono fare a meno di manifestare su facebook questo amore per la neve.

Quando vedo la neve, io mi chiudo in casa, convoglio il cinquanta per cento dell’intera produzione energetica tedesca sul mio impianto di riscaldamento e vado subito a controllare il sito dell’aeroporto di Francoforte riguardo a ciò che per esperienza so già: decine e decine di voli cancellati, come per ogni nevicata che io ricordi, perchè questa amena località caraibica non è preparata a quattro fiocchi. Come ogni anno, la proverbiale efficienza germanica è così all’altezza della situazione da tenerti col fiato sospeso fino all’ultimo secondo, fino a quando l’aereo su cui hai posato le chiappe non si è staccato dal suolo. Partirò? Non partirò.

Via Winckelmann apprendo dell’ultimo regalino (il link porta a un pdf) che la Gelmini fa all’Italia per chiudere coerentemente tre anni e mezzo di belle parole sulla meritocrazia. Riassumo per chi non vuole o non può aprire un pdf: ha nominato nel consiglio di amministrazione del CNR Gennaro Ferrara, rettore dell’Università Parthenope di Napoli, istituto che annovera tra i suoi docenti moglie, figlia e due generi del suddetto rettore (uno dei quali – aggiungo io – ex militante di UDC e poi eletto al consiglio comunale di Napoli con il PdL). Niente di cui meravigliarsi in una regione dove tutto funziona secondo la logica del nepotismo, e dove la famiglia Mastella occupa istituzioni ed enti pubblici con veri e propri rami cadetti.
Niente, allora, nessun commento da fare. Mi è solo venuta in mente una mia ex compagna di classe del liceo, beccata su facebook due anni fa. Mi raccontava di quanto era felice del suo nuovo posto di lavoro, impiegata a tempo indeterminato negli uffici dell’Università Parthenope, ottenuto a costo di sacrifici e senza dover ringraziare nessuno, perché lei era convinta che anche nella selva delle raccomandazioni l’impegno viene premiato.
Ora mi sovviene che era sorella di uno dei parenti di Ferrara citati in quell’articolo.
E per carità, alzi la mano chi non sfrutterebbe una raccomandazione facile per un posto sicuro in un ente pubblico di una regione dove la parola “lavoro” ha la stessa sfumatura miracolosa del concetto di “grazia del padreterno”. Volevo solo arricchire di un’altra parentela l’articolo di Stella sul Corriere.

Tra tre mesi festeggio quattro anni di residenza francofortese che, sommati al mio anno berlinese, fanno cinque anni della mia vita in Germania.
Trenta a Napoli e cinque in Germania.
Sono integrato? Ma sì, via, mi considero tale, linguisticamente e culturalmente, anche se cerco di non lasciarmi scivolare dalle dita il modo di essere e lo stile di vita di napoletano. All’inizio è stata dura, per ben due anni ho patito una grave insofferenza per certe differenze culturali enormi, soprattutto sui famosi rapporti umani la cui rigidità viene continuamente rinfacciata a ‘sti poveri tedeschi da tutto il resto del mondo, esclusi i Giapponesi. Tutto sta nel riuscire a vedere oltre le loro spalle quadrate e scorgere quell’umanità che non possono non avere, ma che rimane inizialmente inesplorata perché l’attenzione è tutta attratta da, appunto, una gestione dei rapporti interpersonali quasi matematica. Ci si fa l’abitudine, si inserisce questo particolare in un’ottica più ampia e si capisce che non può non essere così, perché se la società tedesca funziona più decentemente di quella italiana, lo si deve anche a quei dettagli apparentemente sgradevoli. Capovolgendo il quadro, si potrebbe dire la stessa cosa dei napoletani, che mi apparirebbero del tutto snaturati se curati da certi aspetti fastidiosi, per non dire insopportabili della loro cultura. Diceva il Sassaroli: chi si prende Donatella, deve per forza prendersi tutto il blocco. I tedeschi sono Donatella, ecco, e io mi sono preso tutto il blocco con la convinzione che la società tedesca fa un po’ cacare, sì, ma sulla faccia della terra non ne conosco di migliori, italiana compresa.
E poi, una volta conquistata l’agognata confidenza, i tedeschi ti fanno anche tenerezza quando scopri che dietro quella supponenza, quel credere di vivere nella migliore società possibile, quel disprezzare le popolazioni mediterranee o commentarne società e politica alludendo velatamente a pseudocavernicoli, dietro tutto questo c’è poca autostima collettiva e una malinconica consapevolezza di non essere particolarmente apprezzati dal resto del mondo, almeno per quanto riguarda stile di vita e socialità.
Insomma, uno è soddisfatto del traguardo raggiunto, dal sentirsi integrato e a casa in una città, Francoforte, che scoraggerebbe i più ottimisti, al punto da considerare con estremo orrore ogni ipotesi di ritorno in patria. Pensa: io in fondo a ‘sti tedeschi ci voglio un bel po’ di bene.
E poi inesorabile arriva il colpo micidiale, la cosa a cui non riesci e non riuscirai mai ad abituarti, l’aspetto culturale che rimane tra quei pochi gradini su cui devi ancora arrampicarti per considerarti integrato al cento per cento, e che ogni volta che arriva lo attenui tornando a spulciare nostalgicamente le inserzioni di lavoro in Italia.
Arriva l’invito a cena alle 18:00. Di sabato.

Ho trovato per caso questo filmato su Youtube. Un filmato del cazzo, di poco interesse: un gruppetto di liceali napoletani che giocano con la telecamera, si riprendono mentre dicono minchiate in un appartamento, poi per strada, poi nei corridoi di scuola. Il video è di qualità quasi contemporanea, ma i jeans a vita ascellare e le pettinature dichiarano senza ombra di dubbio gli anni in cui è stato girato.
Un video noioso che difficilmente può mantenere l’attenzione desta per tutti i suoi trenta e passa minuti, ma io l’ho visto e rivisto più volte, perché è stato girato nel mio vecchio liceo, durante quello che, secondo i miei riscontri, doveva essere l’anno scolastico 90/91, molto probabilmente in autunno 1990, mentre io frequentavo il quinto ginnasio. Si era quindi negli anni novanta, ma culturalmente ancora negli ottanta, durante la fase calante dei giubbini di jeans e dei fuseaux che presto avrebbero ceduto il passo ai camicioni di flanella e i capelli sudici incollati sulla fronte.
Nel video, intendo nelle parti girate sotto scuola e poi nei corridoi durante l’intervallo, scorrono tra gli altri parecchi miei compagni di classe che dalla maturità in poi non ho più visto, e questo per me ha avuto l’effetto di un ricordo che si materializza all’improvviso, cancellando in un attimo la sensazione del tempo trascorso: venti anni risucchiati via e l’impressione che quelle scene provengano dalla mia vita di appena ieri, nonostante la difficoltà di ricollocare come ricordo recente il look improponibile di alcune mie compagne di classe (be’, insomma, sono aiutato dal fatto di vivere in Germania, paese dove molte donne ancora si fanno la permanente, e dove Samantha Fox e Kim Wilde ancora riempiono i palasport).
Compaiono anche alcuni dei miei professori, dei quali ho già scritto in precedenza, e la lunga lista di gentili e omaggianti epiteti che viene declamata nella scena girata nei cessi si riferisce alla professoressa di storia e filosofia, docente scrupolosa e serissima ma che, purtroppo per lei, non era particolarmente brava a conquistarsi la benevolenza dei suoi allievi. Questo perché l’improvvisato cameraman (neanche tanto improvvisato, vista la qualità decisamente alta) l’ho riconosciuto come personaggio di spicco della mia sezione, un paio di anni avanti a me.
In quel filmato rivedo alcune persone delle quali ho un ricordo bellissimo, ricordo che però si esaurisce con la fine dell’esperienza liceale, perché delle loro sorti posteriori alla maturità so meno di niente. Boh, la prossima volta che sentirò da qualcuno l’espressione “mi è passata la vita davanti agli occhi” penserò a questo filmato.
Ma io dov’ero? Compare quasi tutta la mia classe in giro per i corridoi, soprattutto le ragazze. E io? Avrei voluto rivedermi, ho esaminato ogni singolo frame di quel video per scorgermi almeno di sfondo o di sfuggita, ma niente. Eppure durante l’intervallo ero sempre a cazzeggiare per i corridoi. Conoscendomi, le possibilità sono due: o stavo facendo filone al bosco di Capodimonte con altri compagni che neanche compaiono (in effetti in quel filmato mancano parecchi personaggi fondamentali), o dopo l’intervallo c’era l’ora di Greco, e quindi ero impegnato a copiarmi freneticamente la versione del giorno da qualche compagna, che poi era sempre la stessa (lei però compare).
Un attacco di nostalgia del genere non lo avevo mai provato.

Due anni fa, proprio a cavallo tra settembre e ottobre, cantavo le lodi del caldo clima autunnale andaluso che per qualche giorno aveva sottratto il mio umore alle luttuose influenze della glaciazione francofortese. Siccome Francoforte quest’anno tarda a glaciarsi, per godere di tale tepore nel giorno della Riunificazione è stato sufficiente rimanere in Germania, o meglio: saltare su un treno e andare a Berlino (prima classe in ICE pagata quattro soldi, perché è sempre bene avere in famiglia non solo un medico e un avvocato, ma anche un dipendente della Deutsche Bahn).
Si è trattato di un lungo fine settimana berlinese tra amici, graziato da un tempo che, se non vuoi porti tanti interrogativi sugli sconvolgimenti climatici, non può che metterti in pace con la vita, con l’umanità e tutto il resto. Svegliarsi in una luminosa stanza di Tempelhof con le finestre aperte, i raggi di sole che filtrano tra il verde dei castagni e i passerotti che fanno il loro dovere canoro lì fuori, mentre pensi che è ottobre e sei solo a un paio di centinaia di chilometri dalle coste del mare del Nord, be’, ti dà foraggio da gettare in pasto alla tua brama mai sopita di tepore mediterraneo, e rimanda di un po’ il terrore dell’avvicinarsi dell’agonia invernale che si ripropone ogni anno inesorabilmente lungo le colonnine di mercurio tedesche.
Un fine settimana anche molto notturno, approfittando del fatto che si poteva stare fuori a mezze maniche come se si fosse, appunto, sulle rive del Guadalquivir. Una volta tanto avrei voluto andare al Berghain, giusto per dare un’occhiata a ciò che svetta da anni in cima alla classifica delle cattedrali europee della techno, ma anche per curiosare e verificare di persona la fama di luogo che, fossimo in una teocrazia vaticana come in Italia, verrebbe demolito per poi lasciarne il suolo inondato di acqua benedetta in stile risaia. Rimandato alla prossima visita, tanto mi sa che davanti a me ho numerosi vai e vieni tra Francoforte e Berlino, perché questo fine settimana ha ingrossato a dismisura l’amore già enorme che provavo per quella città.
In buona e numerosa compagnia sono stato al GMF che, dovendolo descrivere per chi non conosce il lato più d’avanguardia della vita notturna berlinese, cioè quello omozezzuale, è una delle discoteche gay più suggestive in cui si possa mettere piede in Europa: situata tra il dodicesimo e il quindicesimo piano di uno dei palazzoni socialisti immediatamente alle spalle di Alexanderplatz, e precisamente nella ex Haus der Reisen, che era l’ente-agenzia di viaggi della DDR. Ha un’enorme terrazza-bar con vista mozzafiato su Alex, il Park Inn e la Fernsehturm, due piste molto grandi e un’utenza affezionatissima a questo appuntamento imprescindibile della domenica sera (alle cinque del mattino di lunedì c’èra ancora fila per entrare). Fa pensare che l’ingresso in un posto così esclusivo costi solo quindici euro e una birra tre euro, laddove, se venisse applicata l’italica speculazione, la gente pagherebbe cifre anche tre volte più alte per esserci. Fa pensare e conferma una caratteristica che rende Berlino un posto molto migliore di tutte le altre metropoli europee: essere alla portata di tutti, lasciarsi vivere in maniera assoluta da chiunque, essere un luogo in cui il proprio estratto conto non sia mai un grosso vincolo nel decidere cosa fare del tempo libero. Povera ma sexy, come dice il buon vecchio Wowereit.
Domenica soleggiata e caldissima passata in riva alla Sprea a non fare altro che niente, al massimo stappare una birra e chiacchierare, in preda all’ozio che pareva essere l’unica cosa possibile in tale atmosfera estiva. Lì leggi sulle facce dei berlinesi la consapevolezza di essere ben altro che il resto della Germania, e di vivere in un posto speciale che non scambierebbero con niente al mondo. Fossi anche io berlinese (lo sono stato per quasi un anno, non dimentichiamolo), avessi la residenza lì, ne andrei fiero. Non saprò mai se venire via da Berlino sia stato un bene o un male, non so quali opportunità avrei avuto rimanendoci, migliori o peggiori di quelle tutto sommato buone che ho avuto in seguito altrove, ma so di certo che, se tornassi indietro nel tempo all’ottobre del 2003, col cazzo che me ne andrei da Berlino pensando “tanto posso tornarci quando voglio”. Non è vero che si può tornare. Da Berlino non si va via e basta.

Qui nessuno ha mai detto che Napoli sia un paradiso terrestre. Da questo blog sono stati lanciati strali frequenti e livorosi verso questa città che ha imboccato un vicolo cieco della storia e si è arenata lontano da tutto e da tutti. Lo si è fatto, però, da napoletano consapevole di meccanismi e logiche del posto e della storia locale. Lo si è fatto paradossalmente con un grande amore per Napoli, e soprattutto con la famosa cognizione di causa, mi si conceda la presunzione, quella cognizione che manca a molti di quelli che in Italia si fregiano del titolo di giornalista, primo fra tutti Giorgio Bocca, per il quale ora Napoli sarebbe un inguaribile cimiciaio popolato da belve. Troppo onore per questo poveruomo assurto indegnamente al gotha del giornalismo italiano, troppo onore è per lui anche la sola possibilità di aprire bocca e pronunciare la parola Napoli, lui che di Napoli non ha mai capito un cazzo e meriterebbe una condanna a riempire pagine e pagine con le parole categoriche di Curzio Malaparte, ma coi verbi coniugati in prima persona: “Non posso capire Napoli, non capirò mai Napoli”.
Una sola volta nella mia vita mi è capitato di tornare in libreria per restituire un libro, una sola volta, perché ho tenuto anche certe schifezze comprate avventatamente. Quell’unica volta ho restituito Napoli siamo noi di questo pseudo scribacchino che andrebbe degradato da giornalista a giornalaio, meglio se edicolante circondato da copie di Cronaca Vera e Stop, a lui più confacenti. Si trattava di una collezione di luoghi comuni risaputi e consumati, buttata su carta da qualcuno che sembrava non aver messo mai piede in città (avevo la prima edizione, nella quale ho potuto leggere cose impossibili e poi corrette nelle edizioni successive per un insperato slancio di pudore, come ad esempio la definizione della tangenziale di Napoli – un’autostrada a tutti gli effetti sulla quale nessuno è mai andato a piedi – come strada con il più alto tasso di scippi della città). Mi proposero di rimborsarmi con un buono da spendere per altri libri, invece volli i soldi indietro, per principio, perché non potevo liberarmi di tale disonestà intellettuale barattandola con qualcosa di meglio, ma dovevo rifiutarla ripristinando lo status quo ante della sensazione di non aver mai speso neanche una lira per la carta straccia pubblicata col nome di Bocca.

Gli amici A & A, una delle due coppie gay stabili che mi sono rimaste nei paraggi (ce ne sarebbe una terza che però si regge su dinamiche alquanto oscure, e io mi sento destabilizzato di fronte ai rapporti che non comprendo. Ah per carità, mica sto parlando di quelle coppie cosiddette aperte nel senso che i rispettivi orifizi di sopra e di sotto sono aperti al pubblico magari perfino pagante col benestare di entrambe le parti, contenti loro ché io non li giudico. Ma hai visto mai che in futuro mi ritrovi anche io a reinventarmi in tal senso una sempre meno eventuale vita di coppia pur di non lasciar scadere i preservativi che, oh, costano), dicevo prima della parentesi estenuante: gli amici A & A hanno preso un cane.
Trattasi di un bastardino dagli occhi tristi e dolci, arrivato fin qui dalla Spagna dove qualcuno gli ha sparato perché sai, a volte la vita è così noiosa che tu devi trovarti qualche diversivo, cazzo, e allora prendi una pistola e spari ai cani randagi, no? Materia fecale plasmata a immagine e somiglianza di dio, e tanto più somiglia al suo dio quanto più l’impasto di base emana afrore da fossa biologica di sanatorio per dissenterici. Materia fecale che ha diritto a questo genere di intrattenimento nel tempo libero, vuoi negarglielo? Ma lasciamo stare, il bastardino ora è felicemente sistemato in una casa dove ci si prende cura di lui e della pallottola nel suo addome che, pare abbia detto il veterinario, è meglio lasciare lì a imperitura memoria delle poco edificanti deiezioni intestinali a cui dio somiglia.
Mica facile portare via un bastardino dal canile municipale qui in Germania. Mamma Tedeschia e il suo complesso welfare tengono non solo al benessere dei cittadini bipedi, ma anche a quello dei quadrupedi, e quindi l’adozione prevede step che, considerato il fine, ti fanno riconciliare con il rigore con cui i tedeschi eseguono qualsiasi procedura. A & A hanno dovuto produrre un’autorizzazione scritta del padrone di casa, che acconsente a che il bastardino entri a zampettare sul suo laminato di Ikea, e poi hanno dovuto ricevere in casa una visita di ispezione del canile. Di “addetti del” intendo, non del canile intero, anche se sarebbe stato interessante sperimentare tale ispezione affidandola a tutti gli ospiti quadrupedi e lasciandoli annusare in giro per l’appartamento di A & A per poi concludere con tanto di approvazione e brindisi finale. Il bastardino in questione, diciamolo una volta per tutte, si chiama Freddie, e i suoi occhi tristi e dolci sono la prova dell’innocenza di una natura che si è trovata ad affrontare situazioni anomale e non affatto strumentali all’equilibrio di essa stessa, robe ascrivibili al biblico libero arbitrio, la scelta tra il bene e il male e quelle cose lì. Io guardo Freddie negli occhi e penso che, se c’è qualcosa che mi fa imbufalire, è la violenza contro chi non ha gli strumenti intellettuali per comprenderne l’origine e il motivo.

Svariati secoli avanti Cristo, in Egitto.
Il faraone si fa interpretare i sogni da un immigrato ebreo e su tali interpretazioni imposta la sua politica per l’agricoltura e l’allevamento dell’Egitto nei quattordici anni seguenti.

431 avanti Cristo, nel Peloponneso.
Allo scoppio della guerra tra Atene e Sparta, gli strateghi dei rispettivi eserciti vanno in pellegrinaggio a Delfi per ricevere buoni auspici dall’oracolo. Tra i fumi dell’alloro miracoloso, le pizie dell’oracolo danno per vincente Sparta. Gli ateniesi si incazzano e negano qualsiasi credibilità alle sacerdotesse allucinate (ma poi perdono la guerra).

21 aprile 753 avanti Cristo, nei pressi di Alba Longa.
Due fratelli litigano sull’interpretazione del presagio che dovrebbe affidare a uno di loro il compito di fondare una città. Ci scappa il morto, ma la città viene fondata con successo dal fratello superstite che, dopo la morte, diventa un dio.

28 ottobre 312 dopo Cristo, a Roma.
L’imperatore ha una visione mistica: vede un simbolo contornato di luce e una voce gli sussurra “con questo simbolo farai un culo così a tutti”.
Dipinto tale simbolo sulle insegne dei suoi soldati, l’imperatore sconfigge e uccide l’avversario che mirava a usurpargli il seggio imperiale.

590 dopo Cristo, sempre a Roma.
Il Sommo Pontefice ha un lampo di genio e trova la soluzione per fermare la peste che sta decimando la popolazione della città: impone quotidiane processioni alla basilica di Santa Maria Maggiore. La ressa delle processioni causa un’impennata dei contagi.

19 settembre 2011 dopo Cristo, a Napoli.
Davanti a una folla adorante, il sindaco di Napoli (progressista di sinistra) De Magistris si inchina e bacia una teca contenente un grumo di sangue marcio al cospetto di un officiante conciato come nei più accurati colossal biblici della Hollywood che fu.

(Questo post è stato già pubblicato nel 2007. Cambiano nomi, non cambia la storia, perciò lo ripropongo)

Ieri sono tornato a Francoforte con un carico di quegli oggetti di arredamento di cui al post precedente, quei soprammobili un po’ difficili da spolverare ma vai a togliere la polvere da un centrotavola Capodimonte o da una fruttiera Meissen, vai, e ti voglio vedere a non preferire questi cosi qui. È che sono stato a Milano. No, in verità sono stato sul confine con Segrate, in via Olgettina, proprio accanto alla dimora delle zoccole della recente ribalta bungabunghiana, ma un paio d’ore per raggiungere il centro di questa grande, meravigliosa e unica enclave newyorkese dell’Europa continentale le ho trovate, e con la solita guida d’eccezione che caratterizza ogni mia comparsata meneghina non s’è potuto fare a meno di visitare i luoghi storici della metropoli lombarda. Quindi, dopo aver necessariamente passeggiato con l’aria di due stalker lungo il perimetro del palazzetto reale di Stefano & Domenico, si è imposta una discesa negli inferi sotterranei della libreria Hoepli, dove le tentazioni sono insostenibili e non c’è estratto conto bancario in rosso che sia capace di imporre l’astensione. Dio, ad averci una libreria così a Francoforte, e invece bisogna accontentarsi di Hugendubel, quella catena di supermercati che da fuori sembrano librerie che sì, ti danno proprio l’impressione di essere santuari della carta stampata e invece entri e scopri che tra minchiate, gadget intellettuali, articoli da regalo di quelli che si riciclano a oltranza, tazze e bicchieri con citazioni del gabbiano Livingston o del piccolo rompicoglioni che non riusciva a cogliere coi suoi occhi l’evidenza dell’essenziale, i soprammobili che servono a te devi andarteli a cercare dicendo permesso tra le genti che stanno valutando se comprare quella torta in barattolo chicchissima o le carte da gioco coi filosofi tedeschi per il compleanno della collega di turno. E quando li hai trovati, devi scegliere tra Donna Leon e Henning Mankell. E io che volevo un soprammobile di Busi tradotto in tedesco (più per collezione che per altro, ora ci manca solo che mi metta a leggere, che so, una Delfina bizantina in tedesco, ché il mio tedesco mi consentirebbe al massimo un Baricco qualsiasi). Hoepli invece è il posto dove voglio che le mie spoglie mortali giacciano per sempre, ma anche ancora viventi se si liberasse un loculo da prendere al volo. Un giorno entrerete da Hoepli, calpesterete una di quelle lapidi di marmo consumato come in una basilica rinascimentale e, con difficoltà per i caratteri ormai illegibili, vi leggerete sopra Totentanz famoso blogger spirato frustrato per non aver saputo usare le parole come gli sarebbe piaciuto riposa in pace tra le parole degli altri, sperando poi che il gestore non piazzi nei pressi della lapide un cartonato pubblicitario dell’ultimo bestseller della Mazzantini a mo’ di acquasantiera.
Amo Milano per questo e per tanti altri motivi, soprattutto per essere così poco italiana, e non che ci volesse molto da parte sua, visto che la grandezza delle altre due città-wannabe-metropoli d’Italia si risolve tutta nel numero di abitanti, nella maestà di un paio di monumenti e morta lì, lasciando alla capitale del nord il primato culturale che la rende unica e quindi ben distinta e inidentificabile col resto della nazioncina. E pazienza se a Milano non servono un bicchiere d’acqua insieme al caffé, o se si corre il rischio di ritrovarsi seduti in metro accanto a Giovanni Allevi (ma in fondo lo ammiro, ché una delle cose che avrei dovuto imparare prima nella vita è che non contano a nulla le capacità, i mezzi, l’intelligenza, gli incoraggiamenti, ma per campare felici basta solo convincersi ciecamente di un’idea positiva che si ha di sé stessi e onorarla della massima fiducia possibile, e se questa fiducia non ce l’ha lui che in una recente intervista ha detto che da morto in paradiso osserverà compiaciuto il traffico in via Giovanni Allevi, senza però specificare dove… Già, dove? A Vimercate?).
Conosco gente scappata da Milano in preda ad attacchi di ansia. Io a Milano mi curerei l’ansia una volta per tutte, ma alla fine chi se ne andrà da Francoforte, la miniatura provinciale di Milano, che è riuscita a rendermi stanziale anche se al contempo ansioso, soprattutto ora? Io già lo so: alla fine invecchierò e morirò a Napoli sognando Berlino. Milano è un sogno di cui non mi ritengo all’altezza. Francoforte mi va bene in quanto in linea d’aria più vicina a Milano di tutte le altre opzioni, va’. Da qui allora non mi schioda nessuno.

“Sapevamo che la sola durevole felicità che ci è concessa è la morte, ma se ne è fatto un tale parlare che ora la detestiamo”, è scritto nel libro che leggo oggi andando al lavoro in treno. Ormai, sulla S-Bahn di Francoforte, a leggere su carta siamo rimasti solo io e le donne delle pulizie, che vanno al lavoro consumando thriller in edizioni da supermercato che poi finiranno su un marciapiede in uno scatolone con su scritto “chi li vuole li prenda”. Mai oserò condannare kindle e gli altri lettori elettronici, per carità, anzi probabilmente un giorno non molto lontano me ne procurerò uno anche io e avrò la mia brava libreria virtuale da asporto, ma per ora il libro tradizionale mi occorre anche in quanto complemento d’arredo, difficile da spolverare, questo sì, ma insostituibile se uno ha scelto in tempi non sospetti di dotare il suo soggiorno di una discreta metratura quadra di ripiani orizzontali che non è disposto a occupare con foto di famiglia o porcellane di Capodimonte. Ma veniamo al dunque: sapevamo che la sola durevole felicità è la morte, e me lo ricorda non solo Flaiano, ma l’umanità francofortese che si sposta sulla S8 o sulla S9 in direzione Wiesbaden, e che si riversa fantozzianamente giù per le scale della stazione di Niederrad intasandosi poi in attesa del bus che, una fermata dopo, la vomiterà nella bürostadt. È divertente. Ci riconosco colleghi, ci riconosco volti visti su quel famoso social network frocio (quando hanno il coraggio di metterci il volto), ci riconosco persone associabili contemporaneamente a entrambi gli ambiti appena citati. Stamattina, mentre Flaiano metteva definitivamente un macigno su tutte le mie recenti speculazioni sulla durata della felicità, ho visto nel mio vagone quello a cui su Facebook piacciono “uomini e donne” e su quel famoso social network frocio si dichiara passivo, perché sì, in fondo la felicità del momento è anche menarla e menarsela sulla compatibilità tra la tendenza eterosessuale, pur nell’ambito della bisessualità, e la brama di prenderlo su per il culo, legittima senza dubbio, ma qui non si vuole demonizzare la sodomia, si vuole stigmatizzare l’ipocrisia quando assume le fattezze dell’idiozia. Un giorno saremo felici per l’eternità, io e questo bisessuale de noantri in ambiente pubblico e traforo del Frejus in ambienti più riservati, ma non lo sappiamo perché parliamo spesso di morte, io fotografando cimiteri e ricostruendo storie che furono, lui citando letteratura horror per adolescenti che amano esercitarsi sui giri di basso di qualche pezzo degli Slayer. E parlando di morte alla fine ce ne siamo spaventati. E ora la detestiamo. Ed è un peccato, perché convincendoci di questa felicità eterna che prima o poi comincerà, e cazzo se comincerà, potremmo goderci la contraddizione di essere felici anche qui e ora, anticiparne l’inizio fino a coprire questa snervante sequela di brevi momenti di felicità che vengono archiviati come accidenti nel momento stesso in cui finiscono. Potremmo essere perfino amici, pensa te, ché potendo rilassarsi e contare su una felicità eterna non resta più vocazione a sentirsi stomacati dalle piccinerie, dall’ipocrisia, dalla menzogna.

C’era una volta a Napoli, e c’è ancora, il culto delle anime pezzentelle. Le anime dei poveri che non potevano permettersi una sepoltura, le anime dei trecentomila morti della peste del 1656, e poi delle epidemie successive.
Accatastate negli ipogei delle vecchie chiese del centro storico, nelle cave di tufo, nelle grotte, le ossa delle anime pezzentelle riversavano nella vita terrena tutto quello che che si trova al di là dell’esperienza sensibile, confondendolo con la tradizione cristiana o, meglio, costringendo il cristianesimo a venire a patti con il fortissimo culto dei morti della società napoletana.
Le donne del popolo adottavano una capuzzella, un teschio, ne avevano cura, vi scrivevano sopra preghiere e richieste, le affidavano il benessere dei figli, e chiedevano sogni da poter interpretare secondo la smorfia napoletana, così da avere numeri da giocare al lotto. Ma non solo questo. Le fattucchiare trafugavano quei resti, che erano mezzi e ingredienti indispensabili per riti magici, pozioni e benedizioni. Andavano a ruba i femori, con i quali la fattucchiara imponeva alla donna sterile di masturbarsi così da potersi assicurare la fecondità. Ossa polverizzate nel vino da far bere ai mariti infedeli, intrugli e decotti di resti mortali, teschi e mani protagonisti di riti officiati sotto la croce del dio cristiano.
Il quartiere napoletano della Sanità deve il suo nome proprio a questa tradizione necrofila. Lì, ai piedi della collina di Capodimonte, abbondavano le cave di tufo che avevano fornito materiale per la costruzione della città, e lì venivano stipate le anime pezzentelle, e poi ricoperte di terra, e poi di altre anime pezzentelle. Fino alla leggendaria alluvione, il cui smottamento fece riversare per le strade del quartiere centinaia e centinaia di cadaveri, poi ricomposti con ordine in quello che ora è famoso come cimitero delle Fontanelle, esistente fin dal 1600.
L’ipogeo più celebre è quello della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel cuore della città antica, chiuso nel 1969 insieme a tutti gli ipogei delle chiese di Napoli per ordine del vescovo, che voleva ostacolare l’imponente tradizione necromantica delle donne del popolo napoletano (ma anche dei femminielli, va ricordato). Da allora, ancora oggi, lumini, fiori, rosari e santini vengono lasciati sulle basse finestrelle della chiesa che portano luce nell’ipogeo, perché il culto delle anime pezzentelle non si è spento con la severità di un vescovo qualsiasi, e decine e decine di donne, dotate di smartphone e vestite da H&M, continuano a venerare da lontano, da dietro una grata, la capuzzella a cui si erano raccomandate le loro madri e le loro nonne.
Il cimitero delle Fontanelle è stato riaperto un paio di anni fa, su richiesta insistente degli abitanti della Sanità. Presidiato da custodi del Comune, sembra difficile immaginarlo tempio riscoperto di quel culto, eppure tra quelle ossa antiche, marce e ricoperte di polvere già abbondano santini e rosari tutt’altro che vecchi.
Ci sono stato oggi, avendone conferma che è tra i luoghi che mi fanno considerare Napoli una città speciale, e che me la fanno amare.
Ho fatto delle foto che possono essere viste in sequenza cliccando qui.

Tutta la giornata in ufficio senza poter fare niente per colpa di un server bloccato laddove nessuno poteva intervenire, perché le genti stavano dormendo a causa della rotazione del globo terracqueo.
Il bello di un’estrema confidenza in verticale lungo la scala gerarchica dell’azienda è che non bisogna necessariamente fingere solerzia quando non c’è proprio nulla da fare (ricordo altri luoghi di lavoro dove in situazioni del genere bisognava in ogni caso mostrarsi affaccendati, sentendosi ridicoli nel darsi compiti inutili), e uno si gode un revival del clima di quelle rare ore del liceo in cui l’insegnante non si presentava. Oh, certo, in quelle ore al liceo compariva sempre una canna, qui invece ci si è messi a mangiucchiare biscotti.

Smisi di fumare erba nove anni fa. Fu una naturale e spontanea conseguenza dell’aver smesso di fumare sigarette. Ora che ho ripreso a fumare sigarette, mi sono reso conto di essere circondato da gente che non fuma erba, e che l’occasione di ritrovarmi una canna tra le mani è davvero improbabile.
Be’, una canna l’ho fumata qualche giorno fa in compagnia di quella che forse è l’unica mia conoscenza qui a Francoforte dedita al consumo di erba. Avrei voluto conservarne il filtro per posarlo sulla tomba di Proust alla prima occasione, dicendo “tie’, ti regalo una mia madeleine”.
Chiusa lì: nessuno dei miei amici fuma, e neanche a diciassette anni andavo a comprarmi erba per fumarmela da solo. Figurarsi ora.

To’, mi è appena tornata in mente la mia prima canna.
Era un sabato sera sul terrazzo di Officina 99, in compagnia di due carissimi amici, Mario e Mario. Mi prese a ridere, ma a ridere così tanto che non riuscivo a fermarmi. Che bella serata, si era in piena estate ma non faceva particolarmente caldo, ricordo quella terrazza piena di gente che fumava, beveva e si divertiva mentre da giù arrivava il frastuono della batteria di chi cazzo si ricorda quale gruppo stesse facendo il sound check. Ci prese a ridere a tutti e tre, io Mario e Mario. Ma stiamo parlando dei primi anni ’90, non ricordo esattamente quando, comunque ere geologiche fa.

No, è che in questa giornata a cazzeggiare in ufficio mi è passata spesso per i ventricoli cerebrali l’idea che qualcuno stesse per far saltare fuori una canna e accenderla lì, farla girare, passarla anche al capo. Roba da chiudere l’ufficio e costringere tutti a fare seppuku davanti al consiglio di amministrazione.
Non so come mi sia venuta questa idea. Non è da me.

Ma forse se mi fumassi una canna ogni tanto, la prenderei a ridere, e il tenore dei miei post ne risentirebbe positivamente.

A proposito: il titolo del post precedente è un verso del testo di Ascension dei Kirlian Camera.
A settembre suonano qui a Francoforte, proprio dietro casa mia. Ho già il biglietto.
E no, niente canne.

 

Totentanz ha una sveglia che suona con cicalino snervante, con una pletora di pulsanti tra i quali ogni mattina deve trovare a fatica, morto di sonno, quello che la zittisce purtroppo non per l’eternità.
Il suo ciclo quotidiano comincia con un cicalino che accompagna quelle prime frazioni di secondo in cui la veglia comincia ma sembra ancora un sogno. Quelle che introducono la presa di coscienza di essere su questa faccia della terra e dover affrontare le cose reali, o comunque si voglia chiamare questa roba qui che non è il sogno propriamente detto, e che ora come ora gli sembra più un’irrealtà induritasi per qualche incidente del caso mentre avrebbe dovuto volatilizzarsi come il comune senso vorrebbe.
Spegne la sveglia e si carica questa cosa indefinita sulle spalle.

Ha una colazione che lo aspetta sempre uguale: yogurt bianco, cereali e una betoniera di caffé ristrettissimo, ed è la prima operazione della sua giornata, perché gli sembra strano pensare di essere vivo, cioé biologicamente vivo, se prima non butta giù qualcosa. Tutto può essere sacrificato in virtù di questo rito: non ci sono ritardi, non ci sono urgenze, non ci sono scrivanie e compiti ad aspettare.
Gli sembra di dover riempire un vuoto che si è creato durante la notte. Ancora nel letto, si passa la mano sulla pancia e se la sente schiacciata, troppo rientrante rispetto alle costole. Gli sembra di poter afferrare la sua colonna vertebrale dal davanti, gli sembra, e il vuoto che accompagna questa sensazione lo mette inspiegabilmente di buon umore.

Ha i suoi rituali da cesso, tutti uguali ogni mattina, tutti lunghi, tutti accuratissimi e noiosi.
Dieci minuti immobile nella doccia, sotto l’acqua bollente, a pensare seriamente a qualsiasi cosa gli passi in mente, ma pensandoci come se fosse il fondamento di tutta la giornata che ha davanti. A volte vorrebbe non uscire più da lì dentro. Acqua e calore, quasi i primordi.

Ha la sua bicicletta, la quarta qui a Francoforte.
Spinge con violenza sui pedali per rubare minuti al tragitto, per essere prima al lavoro, per tagliare corto questo percorso lungo il Meno composto da tappe che lo dividono a spezzoni coi quali scandisce l’andata, e che ormai sono diventati noiosi. Da casa al fiume, dal fiume all’ospedale, dall’ospedale alla caserma dei pompieri, dalla caserma dei pompieri alla Bürostadt Niederrad. Fa in modo che tutto questo scorra via a velocità folle, e allora spinge sui pedali, ci dà dentro. Arriva sotto l’ufficio che quasi non respira più.
Quasi ogni giorno supera come una scheggia la riot grrrl precaria del suo ufficio che pedala lungo il fiume, e in fuga come una scheggia si gira e le fa un cenno di saluto. Ci vediamo in ufficio. Nel frattempo mangia la polvere, baby.

Ha la pausa pranzo.
Quattro italiani di quattro uffici diversi che si ritrovano ogni giorno con il loro italianissimo cibo portato da casa, perché la mensa giù è improponibile sia al portafoglio che al sistema immunitario. Pasta, insalata mista, mozzarella, prosciutto di parma, olio extravergine di oliva, aceto balsamico riuniti in un angolino dove finalmente Totentanz può aprire bocca e parlare in italiano. Un ghetto, un campo di cultura locale delimitatissimo ma così rassicurante da non vedere l’ora tutti i giorni che arrivi la pausa pranzo. Voialtri lo chiamate provincialismo, Totentanz lo chiama tornare a casa per una sola mezz’ora di respiro, permettersi il lusso di usare un sarcasmo che venga recepito senza pericoli, poter parlare di piccoli mondi antichi fatti di esperienze simili, di influenze uguali, di ricordi raccontabili.

Ha anche la pausa caffé.
Scende con il collega tedesco, e lascia che lo sottoponga al bombardamento della sua sua logorrea baritonale. Totentanz se ne va altrove mentre il tedesco mitraglia a raffica informazioni che ritiene fondamentali, e per carità, magari lo sono. Totentanz gli vuole così bene che a volte vorrebbe abbracciarlo e cingergli quella ciccia molle che ha sui fianchi. Altre volte vorrebbe prendere la tazzina dell’espresso e adoperarla per frantumargli furiosamente gli incisivi e possibilmente anche i canini. Vorrebbe imporgli tre minuti di silenzio, vorrebbe che si bloccasse immobile e lo lasciasse prendere il suo caffé come se stesse facendo la cosa più importante e delicata del mondo. Perché in quel momento per Totentanz lo è.

Ha la sigaretta.
Più di una, ben più di molte. Totentanz ringrazia il cielo di avercele. Scende all’aria aperta, incontra gli altri fumatori. Ha conosciuto un sacco di gente di altri uffici, fumando. C’è questo qui che vedeva spesso quando i loro uffici erano sullo stesso piano, poi il suo si è trasferito. Lo trova giù per la sigaretta. Era un ex fumatore, ora fuma di nuovo. Come Totentanz, del resto: era un ex fumatore, ora fuma di nuovo.
In questo momento non sono molte le cose che per Totentanz varrebbero la pena di rinunciare alle sue dosi di nicotina e catrame. Chi fece un’apologia della sigaretta e morì di cancro? La Fallaci? Arriverà il tempo giusto per smettere, verrà la motivazione giusta, sarà il conto in banca o una bronchite cronica, ma ora lui si sente un po’ Fallaci e ogni accensione di sigaretta diventa (assurdo, no?) un piccolo gesto d’amore verso sé stesso, come se quell’irrinunciabile piacere del fumo gli regalasse la vaga idea di una vita da irresponsabile per morire soddisfatto, un contraltare per ciò in cui fino a qualche mese fa aveva sentito di star malinconicamente scivolando: una vita da salutista per morire sano.
Nei momenti difficili, del resto, una sigaretta porta più sollievo dei vangeli, diceva un tale.

Ha il feierabend.
Va a fare la spesa in un supermercato che ormai è diventato il santuario dei promemoria. Ogni scaffale ha il suo post-it con su scritto “ti ricordi?” o “questo non devi comprarlo più” o ancora “via da questo reparto, allo scaffale delle bibite andrà meglio”. Non è colpa sua se certe abitudini diventano espressione di un sentimento impossibile da sradicare dal cuore. Non è colpa sua se sente ridere dal reparto della frutta, dal banco firgorifero, da quello degli affettati, sente ridere addosso alla sua tentazione di allungare le mani su cose che non gli servono più, che non cucinerà più, che non affetterà più. Non è colpa sua se a quelle abitudini si era attaccato come se fossero la prova che tutto andava bene, perché aveva creduto ingenuamente che tutto il resto venisse da sé, e che bastasse sentirsi bene perché qualunque altra cosa stesse altrettanto bene. In quel santuario dei promemoria gli viene voglia di prendere una mazza e spaccare con violenza i vetri del reparto surgelati urlando che non è colpa sua. Saltare sui vetri in frantumi, prendere rabbiosamente a calci le buste di pisellini o di cavoletti di bruxelles gridando che non è colpa sua.
REWE, ogni giorno un po’ meglio.
Ogni giorno un po’ meglio, sì.

Ha il tempo libero, se così si può chiamare.
A Francoforte il clubbing viene facile, tutto è concentrato in pochi centimetri quadrati di città. Totentanz raccatta i suoi amici vecchi e nuovi, e se ne va in giro per locali. Il conto in banca ne soffre, ma già alla prima birra lo spirito fa un inchino e ringrazia sentitamente.
Alla seconda birra gli viene sempre voglia di fare una telefonata a uno stronzo italiano per il quale ha riesumato dalla sua adolescenza l’espressione “migliore amico”, e sottoporlo a un’avvilente scarica di improperi di volgarità medio alta. Uno stronzo che viveva qui a Francoforte, e che due anni fa se n’è andato via, a Londra, abbandonando Totentanz in questo posto a cercare di capire se avrà ancora la fortuna di veder passare nella sua vita persone come lui. Non esisteva tempo libero senza quello stronzo che rompeva i coglioni a tutti, che dava confidenza a chiunque destabilizzando l’ordine sociale dei locali gay di Francoforte, e che con la sua follia alleggeriva l’animo di Totentanz e lo faceva sentire speciale, perché anche per quello stronzo non esisteva il tempo libero senza Totentanz, solo Totentanz, e facendolo sentire speciale compiva l’incredibile impresa di farlo sentire una persona qualunque, col suo posto assegnato, con la sua sensazione di sentirsi parte… di cosa? Boh, non lo sa neanche Totentanz di cosa. Si sentiva parte di qualcosa, e basta, semplicemente perché quello stronzo gli somministrava di continuo quei momenti brevi e definiti nei quali, come gli ha fatto notare un amico, la felicità riesce bastare a sé stessa, e della sua durata non ci si fa un’ossessione. Quello stronzo che ora sarebbe l’unico in grado di comprendere il carico di nostalgia, affetto e desiderio che Totentanz mette nella parola stronzo quando la rivolge a lui.
Nel frattempo Totentanz esce, beve e alla terza birra chiunque è quello stronzo lì che gli manca tanto, dando a sé stesso amara dimostrazione che si fallisce con facilità nel compito di sbarazzarsi dell’ossessione di questa felicità eterna.
Di fronte casa, Totentanz ha il bar gay più amato dalla comunità frocia francofortese, una camera a gas scura e psichedelica, musica elettronica, drum ‘n’ bass, una nuvola permanente di fumo di sigarette, si esce da lì dentro con un odore addosso che, al confronto, un posacenere colmo profuma di ciclamini, però a Totentanz piace e ci si trova a suo agio. Può fumarci. In Italia ci si è dimenticati cosa significa poter fumare davanti a una birra quando fuori fa freddo. Totentanz chiama qualcuno, attraversa la strada, e non dico che si dimentica del tempo che non sta passando e che non va avanti, ma almeno ottiene una verifica del fatto che non è pronto per morire, e che ancora vuole che quest’eventualità si verifichi nel futuro più remoto possibile.

Ha il sonno.
Ridotto. In media 5 ore per notte, quest’ultima notte a stento tre, ma va bene così.  Nelle ultime settimane fa molti bei sogni, che però gli rovinano le ore di veglia rendendole amare come il cianuro.
Ma siamo sempre lì: i sogni devono bastare a sé stessi, il tempo necessario perché cominci nuovamente l’incubo al suono del cicalino.

L’incubo? Totentanz parla di un tempo che si è fermato, ma non come si ferma nei film di fantascienza, no. Si è fermato in una sorta di ciclo continuo, un ciclo vecchio, riesumato, spolverato e messo in moto tra i colpi di quei motori ingolfati che stai lì per decine di minuti a tentare di far ripartire a folle. Il vecchio motore è ripartito lanciando in aria sbuffi di gas, e il tempo di Totentanz vi si è attorcigliato.
Sarà perché l’estate ormai per quest’anno è persa, saltata a pie’ pari dalla primavera all’autunno, ed è roba da metterci una pietra sopra o maledire tutti i patriarchi biblici per l’ingiustizia divina di aver potuto godere del tepore estivo solo in questi ultimi giorni di agosto. Totentanz ci ha messo una pietra sopra, sì, ma il suo inconscio si è ribellato, e ha allestito tutto quest’ambaradàn del tempo che non passa più, pur di non lasciarsi sfuggire questa cosa qui che era tanto necessaria, l’estate.
Pur di non lasciarsi sfuggire tutto ciò che questa cosa qui, che ormai non è più estate, ha sottratto e portato via.

Ciò che si abbraccia bene non viene sottratto, scrisse un cinese millenni fa ignorando cose che mal sopportano un abbraccio.
Il ghiaccio, per esempio. Ad abbracciarlo bene ci si ritrova presto con le braccia vuote, il cuore freddo e i piedi in acqua di pantano.

La collega nippo-coreana, bellissima. Svetta sempre su tacchi chilometrici e viene a lavorare in tailleur di Gucci e borsa di Hermes. Un po’ avulsa dal contesto informale, indubbiamente, ma anche un toccasana per chi ogni tanto ha bisogno di alzare gli occhi dal monitor e puntarli in giro alla ricerca di qualcosa di esteticamente gradevole.

Il francese che prende dieci minuti di pausa solo per scendere a fare un giro del perimetro del palazzo, e che non si è capito se è gay o no. Ma secondo me sì. Parla quell’inglese che sembra francese se non fai uno sforzo di concentrazione e ti ripeti in mente il mantra “sta parlando inglese”.

La passiva aggressiva che da quando non è più l’unica donna dell’ufficio ha cominciato a vestire meglio. Dico io che la competizione è tra i principali motori dei rapporti tra donne, anche se con la nippo-coreana è una lotta impari e persa già in partenza.

La riot grrrl precaria a contratto interinale con cui scendo a fumare (io la sigaretta, lei il sigaro).

Il collega O. che è venuto a Napoli con la moglie e ha mangiato l’impossibile, e ora vuole tornare perché dice di avere ancora tante cose da provare.

Il tedesco con cui mi trovo bene a litigare  animatamente su questioni lavorative per poi tornarci a collaborare come se niente fosse, e che, a detta del collega inglese, ha l’aria di chi ha esperienze omicide.

L’altro tedesco, quello grassoccio, che ogni volta che scendo a Napoli mi dà l’incombenza di procurargli dei taralli ‘nzogna e pepe.

La tedesca che non ha capito che ci sono altre donne in ufficio e non rinuncia all’abbigliamento da trekking d’alta montagna per affrontare un’ordinaria giornata in ufficio.

L’ispano-tedesco fashion victim che ha fallito nell’ingrato compito di insufflare il senso dello stile nella passiva aggressiva prima che arrivasse la nippo-coreana a risolvere tutto in un attimo.

La giapponese stangona, esperta di aroma therapy (lo disse lei, eh, poi non so cosa voglia dire), che viene dalle risorse umane ma si occupa nello specifico del mio ufficio e quindi è una di noi. Insieme alla nippo-coreana conferma che le asiatiche belle sono poche, ma quelle poche sono roba da far girare la testa.

L’americano che viene a lavorare sempre con l’aria scoglionata e alla fine è quello che lavora meglio di tutti. Tra un mese ci lascia e torna in America.

La molisana. Ancora non è arrivata stamattina. Ditemi che arriverà e che nessuno l’ha vista saltare felice su un volo di sola andata per Pescara.

Il collega inglese che veste come se qualcuno ogni mattina gli buttasse addosso dei cenci a casaccio, mangia cose puzzolenti a tutte le ore, riesce a incasinare qualsiasi compito gli venga affidato, tiene la sua scrivania esattamente come il corso di Secondigliano a Napoli nei giorni caldi della crisi della munnezza, e in tutto questo non riesce a rendersi insopportabile, perché la sua educazione inglese gli impone toni cordiali e educatissimi, ed è tutto un ringraziare per ogni cosa a suon di “lovely”.

Il capo. La settimana scorsa si è fatto tre giorni di vacanza. I primi che gli vedo prendere da tre anni a questa parte.

Mi mancavano. Ma anche no.

Eccolo, il mio primo post digitato su uno smartphone, mentre torno a Francoforte su un bus dopo essere atterrato a Hahn. Digitare qui sopra e’ un incubo, gli accenti non so dove andarli a pescare, e devo tornare spesso indietro a correggere errori di battitura, almeno quando mi accorgo di averne fatti.
Ho volato con Ryanair e quasi non me ne sono accorto. Ho volato in stato alterato da una quantita’ immonda di vino rosso buttato giu’ a pranzo presso una trattoria dei vicoli di Lucca. Un sorso di vino, un messaggio sullo smartphone, il roaming dati che corre, il sangue con cui paghero’ la prossima bolletta della T-Mobile. E’ tutto uno scorrere, tutto un mandare giu’, tutto rosso sangue.
Quattro lesbiche toscane mi hanno tirato giu’ dall’agonia Francofortese e mi hanno offerto un’opportunita’: ora ti diverti, dio hane. Quindi via a Forte dei Marmi, via ad abbrustolirsi sulla sabbia di Torre del Lago (non io: protezione 25), via alla sagra del tortello non ricordo piu’ dove, via a Firenze, via a tracannare litri di vino nella trattoria di Lucca per poi fare sforzi nel radunare tutta la sobrieta’ al banco del check-in, per quanto possa dirsi che Ryanair meriti sobrieta’ da parte degli utenti. Ma ce l’ho fatta.
Quattro angioletti tutt’altro che asessuati mi si sono dedicati anima e corpo per quattro brevissimi giorni, e in particolare due di loro mi hanno dato l’ennesima conferma che certi affetti resistono al tempo, alla distanza, ai silenzi.
Tra i fumi del vino ho visto passare ogni tanto lo spettro del disincontro, dell’affetto che va via, che non si riesce a trattenere nonostante le braccia tese fino a sentirsi stirare dolorosamente i muscoli.
Ho guardato quete due lesbicacce toscane e ho pensato:  non ho nulla da temere, voi non andrete mai via, dio hane, e sarete sempre qui a chiamarmi affettuosamente stronzo e a ricordarmi degli obblighi che ho nei confronti del lato godereccio della vita.

Della mia prima infanzia ricordo una vecchia chiesa buia, con secchi lungo la navata per raccogliere acqua piovana che scendeva giù dal tetto. Ricordo i quadri dei santi in quella chiesa, soprattutto uno di Santa Lucia che reggeva i suoi occhi su un vassoio di argento. Ricordo che esploravo la chiesa mentre mia nonna salmodiava il rosario nel buio insieme alle altre vecchie del quartiere, quella lagna infinita di cui non capivo l’utilità. E poi lei che mi stringeva il braccio con troppa forza mentre attraversavamo la strada uscendo da quella chiesa.
Ricordo il suo terrazzo con le piante di menta in grandi vasi, e le estati torride passate lì sopra da solo. Io e mia nonna da soli. In quasi ogni ricordo che ho di lei, eravamo io e lei da soli. Mi parlava molto, mi parlava  come a un adulto, usando parole napoletane antiche che non ho sentito mai più da nessun altro, e che ho conservato in un patrimonio personale che è fatto di queste cose qui, di parole.
Alla fine la morte di mia nonna è passata tra un mare di faccende e si è confusa nel caos di tante piccole cose. Non solo non ricordo più il giorno esatto in cui è morta, ma non riesco neanche a indicare il periodo con un’approssimazione decente, nonostante si tratti di poco tempo fa. Aprile? Maggio?
So che qualche tempo dopo sono sceso a Napoli per dei giorni di vacanza già programmati in precedenza, e mi sono ritrovato davanti alla sua tomba a riflettere su spazi e proporzioni, a immaginarmi il suo corpo rannicchiato in posizione fetale in quella fossa così piccola, senza alcuna emozione che possa essere ricondotta al dolore.
Mi sono detto che per qualcuno tanto anziano il lutto è qualcosa di così naturalmente atteso da poter essere elaborato con un breve pensiero, due parole di circostanza coi parenti e via. O forse era stato già elaborato negli ultimi anni, con lei ancora fisicamente in vita ma ormai persa in un’incoscienza senile tanto forte da tenerla fuori dal mondo che la circondava. Lo scorso Natale l’ho vista viva per l’ultima volta, seduta su un divano rosso da cui ormai raramente si alzava. Le dicevo “nonna sono io”, lei mi guardava un po’ incredula, rispondeva “eh”, e abbassava la testa.
Da piccolo mi facevo raccontare della guerra, dei bombardamenti del ’43, della miseria, delle vicende della nostra famiglia che lei conosceva nei dettagli fino a tre generazioni prima di lei. Tirava fuori una scatola delle scarpe in cui aveva centinaia di vecchie foto in bianco e nero di bisnonni, prozie e trisavoli che posavano seri, incazzati, senza sorridere. Ne elencava nomi e vincoli di parentela, uno per uno, ne raccontava le vicende, e io pensavo che con la morte della nonna prima o poi tutte quelle storie sarebbero andate giù  nella sua tomba e perse per sempre. E così è stato: è andata persa una saga familiare che non è mai stata scritta e che era troppo banale perché qualcuno, a parte mia nonna, si premurasse di tramandarla in qualche modo, fatta di contadini di quello che prima era l’entroterra napoletano e ora è periferia. Aprirei quella scatola delle scarpe e non saprei più chi era quella gente, non saprei i loro nomi, né su quale ramo del mio albero genealogico collocarli. Tutto quello che potrei fare è aprire quella scatola delle scarpe, metterci dentro una foto di mia nonna e rammaricarmi di conoscere solo la sua storia.
Ho dei ricordi di me e mia nonna da soli in cui mi immergo quando credo di non riuscire ad andare avanti. Un rifugio di comodo, inutile e forse anche vile, ma che dà un senso a tutto quello che non va. La forte nostalgia provocata da quei ricordi è una sorta di riscatto per il dolore che non ho provato quando è morta, e perfino per il dolore che invece ho provato in passato per mali che il tempo ha ridimensionato, quel dolore – scriveva Busi – che abbiamo creduto di soffrire e di cui non resta niente. Di mia nonna è rimasto il desiderio di quel suo affetto dimostrato senza abbracci, senza baci, ma con l’incoraggiamento a fare della propria vita una storia degna di essere raccontata.

Uno.
A Francoforte tira un vento caldo. Esco di mattina con il giubbino e mi ritrovo a sudare nelle brevi pause per la sigaretta. Ogni giorno dopo la pausa pranzo, io e il collega O., quello che è venuto a Napoli, ci prendiamo due espressi zum mitnehmen e ce li andiamo a prendere al fresco sotto qualche albero della Bürostadt Niederrad. E’ il momento in cui finalmente percepisco qualcosa che possa essere definita estate, e mi piace. Non durerà, e perciò mi piace.
Un giorno lui si guarda la punta delle scarpe e mi fa: “Dovremmo andarcene da qualche parte nel fine settimana, a Treviri”. Ogni volta che un tedesco di Francoforte parla di una possibile gita fuori porta, viene fuori Treviri. Io non voglio andare a Treviri. Quando penso alla necessità di riempire questi prossimi fine settimana di qualsiasi cosa che non sia Francoforte, penso ai miei amici della diaspora meridionale, quelli distribuiti in giro per il nord Italia e per l’Europa, e penso che vorrei andare a trovarli. Un volo per Torino è prenotato, uno per Londra seguirà, e poi Berlino, Lucca e finalmente di nuovo a Napoli.

Due.
Una giovane collega italiana nel mio ufficio. E’ molisana. Ha vissuto a Roma, a Londra e ora a Francoforte, ma alla fine io e lei parliamo sempre del Molise, di questa piccola regione che molti italiani non saprebbero neanche localizzare su una cartina dell’Italia. Parliamo di Isernia, delle Mainarde, di San Pietro Avellana, di Capracotta, degli avanti e indietro lungo il Macerone che hanno caratterizzato un’intera infanzia, dell’Alto Molise, del tempo che su quelle montagne va avanti a modo suo, costruendo superstrade e sgretolando in silenzio paesi abbandonati nei quali la storia di ogni persona è rimasta impressa in cose di poco valore ricoperte di polvere e ragnatele.
“Ho deciso che da vecchia io vivrò a Forli del Sannio”.
L’avrei abbracciata quando lo ha detto.

Tre.
Qualche mese fa è morta mia nonna, alla non invidiabile età di novantotto anni. Era la nonna che mi ha cresciuto e che io ho visto invecchiare, diventando sempre più minuta e curva. Mi sembrava che a un certo punto si sarebbe rannicchiata in una piega del divano e sarebbe scomparsa per sempre lì dentro.
Qualche settimana fa a Napoli guardavo la tomba in cui hanno inumato il suo corpo. Mi sembrava incredibile che potesse stare in un luogo così piccolo.
Il cimitero di Santa Maria del Pianto è il più bello di Napoli. E’ un monumento parigino nel mezzo del caos partenopeo, uno Staglieno dei poveri con l’atmosfera di un Montmartre assolato e caldo, e molta, molta decadenza. E’ uno dei pochi cimiteri in cui davvero percepisco i morti come la storia di una collettività, come la nostra storia. I morti sono la nostra storia, mi sono detto lì, e più una data di morte era antica, più mi sentivo l’ultimo insignificante episodio della storia. Nelle cappelle laterali della vecchia e malandata chiesa del ’600, i loculi sembrano lunghi scaffali di una biblioteca di marmo. Ho fatto delle foto e ne ho pubblicate quattro su Flickr.

Quattro.
Domenica mattina sono uscito dall’ultimo locale quando Francoforte era già illuminata dal sole. A volte ci si incontra per caso, in luoghi inaspettati, si mette su qualcosa che sa di amicizia, e uno se la vive così, sapendo che è una cosa fragile e momentanea ma lasciandosi completamente andare. Magari ci si rivede e non sarà più esattamente come lo scorso sabato notte, magari la prossima volta sarà il contrario, il desencuentro, e però mi rimane la leggerezza di una manciata di ore passate a bere come idrovore e divertirsi come se ci si conoscesse da una vita. Non avevo bisogno che di quello, non avevo bisogno che di qualcuno che mi facesse notare quanto ancora sono vivo e vegeto. Almeno per quelle ore ci ho creduto davvero.
Ah, gli spagnoli. Ce ne vorrebbero di più qui a Francoforte.

Cinque.
Sono circondato da gente che sta per andare alle Eolie. Vorrei fare anche io una vacanza di mare. Sto portando avanti una pluriennale astinenza da salsedine e raggi ultravioletti che per un napoletano è un’onta. Le spiagge del Cilento, Cetara, Furore, i Maronti di Ischia, Sperlonga, la Chiaiolella di Procida. Un tempo tutto era così facile, ora una giornata al mare sembra un sogno. Esattamente come lo sembra a qualsiasi tedesco.

Sei.
Questo post è il prodotto di un’esigenza di parlare che non trova sfogo altrove. Alla fine è come se le parole si consumassero a furia di ripeterle, fino a perdere peso e diventare nulla. Quindi uno si impaurisce e vorrebbe smettere di parlare, ma non ce la fa, e continua a parlare. Parlerei anche con l’affettaverdure o con il caricabatterie del cellulare, mi ascolterei da solo e mi direi “ben detto, bravo”. Avrei bisogno di una platea, io. Mi metterei lì a spiegare perché certe cose non ho saputo farle bene, e perché altre mi siano riuscite alla perfezione ma non siano state comprese. Solo che la platea non capirebbe mai Totentanz, e io ricomincerei da capo a spiegare, ogni volta dall’inizio, in un ciclo continuo di analisi sempre più amara, sempre più ansiosa, sempre più agitata per la paura che nessuno capisca Totentanz.
L’incomunicabilità.

Sette.
Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere.

Andavo al lavoro in bici a tutta velocità e ho spaventato un cane che pisciava, schizzandogli come una scheggia a pochi centimetri di distanza. Mi ha visto quasi piombare su di lui e ha fatto un’espressione terrorizzata.
Mi è venuto da sorridere. Non perché provassi piacere nell’averlo terrorizzato, ma perché nella sua espressione ho individuato l’innocenza della natura che deve fare i conti con gli imprevisti senza poterli razionalizzare. Mi sono chiesto cosa sia stato io per lui e mi è venuto da sorridere, pensando all’attrattiva di una condizione in cui i traumi, piccoli o grandi, possono condizionarti la vita solo inducendo l’istinto a cambiare qualche abitudine (pisciare un po’ più lontano dal ciglio della strada?) senza però assumere il compito di tormentarti per molto tempo.
Ho sorriso perché per un attimo mi è sembrata una condizione desiderabile, ma alla fine no, uno si affeziona anche all’idea di usare traumi, ansie e dolori come alibi per autosospendersi per un attimo dalla vita e prendersi una vacanza dalle responsabilità, piccole o grandi che siano. È triste e puerile, ma la forza di elaborare traumi non è sempre alla propria portata, almeno non subito, e lasciarsi andare ha il suo effetto consolatorio con una sorta di scollamento temporaneo dalla realtà. In ogni caso preferisco questo alla semplice soluzione di andare a pisciare un po’ più in là e dimenticarmi di essere vulnerabile fino all’arrivo della prossima bici che rischierà di travolgermi.
L’altro ieri c’è stato il gay pride a Berlino. Avrei voluto andarci, ma spostarsi su lunghe distanze all’ultimo minuto qui in Germania significa sborsare cifre che hanno ben poco di ragionevole, quindi pazienza e l’anno prossimo mi organizzo in tempo.
Oggi Francoforte è assolata e calda, quasi mediterranea. Sono sceso in strada per una sigaretta, in ascensore ho incontrato un collega francese di un altro ufficio. Gli ho chiesto come va. Cosa strana qui in Germania, dalla mia breve residenza a Londra ho ereditato il “come va?” automatico abbinato al saluto.
Ci ha pensato un po’, ha sorriso e ha detto “non bene, e a te?”. “Non bene anche a me” gli ho risposto, e ci siamo fatti una risata.

Mi si dice che visitare Napoli con me come guida sarebbe una figata assoluta, e devo ammettere che sì, lo sarebbe, a condizione di essere infaticabili camminatori. Ho sfiancato il tedesco e la giap facendoli trottare per vicoli e salite, eppure a loro ho risparmiato la Napoli che amo di più, quella della Sanità, di Sant’Antonio Abate, dei Quartieri Spagnoli, perché non avevano – e non gliene faccio certamente una colpa – gli strumenti intellettuali adatti a comprendere il bello di quei luoghi. Alla fine li ho portati per luoghi centrali, borghesi, relativamente puliti, quelli che alla giap sono sembrati l’Italia all’ennesima potenza, avendo cura di non farli avvicinare al degrado delle piccole cose, ai dettagli che fanno di Napoli la capitale dell’inciviltà. Se ne sono andati soddisfatti, convinti di aver visitato una bella città. Mi siano grati i napoletani tutti, perché ho faticato parecchio per fargliela piacere, e di questi tempi un turista che va via da Napoli soddisfatto ha un ché di miracoloso.
Stamattina ho rivisto lui, il collega tedesco, per il solito caffé, e mi ha confermato il suo entusiasmo, con tanto di voglia di tornare, soprattutto per un’altra cena di pesce da Corrado a via Foria: in tre abbiamo mangiato divinamente, in abbondanza e pagato solo 62 euro.
Sì, visitare Napoli con me sarebbe una figata assoluta, perché l’odio profondo che provo per le sue degenerazioni mi fa attaccare morbosamente ai suoi pregi nascosti, quelli che neanche la maggior parte dei napoletani stessi conosce, e so farne innamorare chi mi sta vicino.
Però non voglio tornare a vivere a Napoli. La amo così tanto da sapermene tenere alla larga, perché viverci sarebbe per me un’agonia insanabile. Come avere un’arto incancrenito che si sa non poter tornare ad essere vitale, e allora via, un taglio netto, e rimanere a consolarsi col fantasma dell’arto amputato, sentirlo prudere per un attimo, quando ci si sveglia di notte, prima di realizzarne l’assenza.
È doloroso, ogni volta che torno, constatare che Napoli va avanti senza di me, che tutto sommato si rinnova e cresce mentre io non sono lì, ma tra le prove di maturità che ho dato nella mia vita al primo posto ci metto questa: aver continuato ad amare qualcosa da cui mi sono sentito respinto.

Le mie (poche) foto dell’Europride 2011 di Roma sono su Flickr.

È una delle frasi italiane necessarie per la sopravvivenza del turista giapponese in Italia.
Giuro.
La giap mi mostra divertita la sua guida turistica giapponese dell’Italia, con la classica appendice di frasi standard per la comunicazione essenziale: “quanto costa?”, “dov’è la stazione?” e appunto “mi scusi, credo che ci sia un errore nel conto”. Impossibile prendersela con l’editore giapponese proprio oggi che una conversazione in lingua straniera ai tavolini di un bar di Piazza Fuga ha generato un conto di sette euro per due espressi e un cappuccino. E per ironia della sorte proprio dopo che il tedesco aveva ragionato estasiato sull’esiguità del conto di Scaturchio di qualche ora prima: solo cinque euro e venti per una riccia, due babbà mignon e tre espressi. Ma lì avevo ordinato io con accento napoletano, e poi Scaturchio è Scaturchio.
Il caso – sempre sia lodato – oggi mi ha aiutato moltissimo nella gestione di questa incombenza nippogermanica piovutami a Napoli nell’incertezza totale. Ovunque andiamo è stato appena pulito, qualunque mezzo pubblico intendiamo prendere arriva in un attimo. Incredibilmente oggi a Napoli tutto è apparso alla massima efficienza per un puro caso. Apparso, solo apparso. Io conosco i disservizi che questa città dispensa a piene mani, ne ho subito conseguenze e arrabbiature, ma il collega crucco e la giap oggi hanno goduto di una Napoli stranamente funzionante a dovere. In certi momenti ho avuto come la sensazione di essere in una specie di Truman Show, dove ogni nostro movimento era preceduto dai preparativi di una troupe perché tutto filasse liscio.
Il crucco e la giap stasera sono andati a letto convinti di aver visitato una città moderna, pulita, efficiente, europea. Poveri illusi!
Sono fiero della giap. Ha imparato ad attraversare la strada a Napoli e ora si lancia con la sicumera di una napoletana verace. Ieri approcciava l’attraversamento stradale come si affronta un salto della morte, e arrivava dall’altra parte quasi sbiancata. Ora si lancia e arriva con l’espressione divertita. Ho saputo che entrambi hanno le loro rispettive patenti di guida con sé, quindi dopodomani li aspetta la prova finale: li metto a turno alla guida della mia macchina, anche solo per cento metri lungo via Foria, e vediamo di cosa sono capaci. Il tedesco ha detto che lui non potrebbe mai guidare a Napoli, la giap ha detto che non potrebbe mai guidare fuori dal Giappone. Vedremo.
Dalla terrazza del Castel dell’Ovo, Napoli è apparsa loro come una città meravigliosamente romantica. Si sono abbracciati, si sono baciati. A me è apparsa come il solito cadavere meraviglioso che puoi imbellettare, riempire di cerone, ma che non puoi baciare in fronte senza avvertire l’afrore della morte risalire dalle sue viscere. Vorrei morire qua a Napoli ma, appunto, solo morirci. Nel frattempo mi sorprendo per quanto amo e al contempo quanto odio questo cadavere. Dalla terrazza del Castel dell’Ovo la guardo, faccio spallucce e dico “ma vafancul…”
Domani li mando all’avventura da soli. Che il Caso li assista come ha splendidamente fatto oggi.

È quella sindrome che porta i napoletani a vergognarsi della città più del dovuto. Visitando il centro della città, il collega crucco e la di lui  moglie giap hanno detto che sì, ci sono cumuli di immondizia che non hanno mai visto altrove in Europa, ma al di fuori di quelli la città è unglaublich sauber, incredibilmente, inaspettatamente pulita. Lei potrebbe aver mentito, lui no, ne sono certo, avendo avuto modo in passato di sperimentare anche in maniera imbarazzante la sua franchezza.
Io continuo a vederla sudicia, immonda, incredibilmente degenerata dal punto di vista igienico, ma questo disagio si attenua se richiamo alla mente il centro di Londra di un qualsiasi sabato sera. Allora Napoli potrebbe sembrare Oslo.
Il crucco e la giap, superato il terrore iniziale, trovano divertente la guida a Napoli, il continuo infrangere le regole, il codice stradale non scritto basato su criteri che hanno a che vedere con l’istinto più che con la logica. Credo che per loro debba essere qualcosa di estremamente esotico, che magari avrebbero immaginato di poter trovare solo in una megalopoli bengalese. Lui sorpreso negativamente dalle pessime condizioni del manto stradale, lei meravigliata dalle cosiddette vespe familiari, su cui riescono a viaggiare insieme due adulti e due bambini, tutti ovviamente senza casco.
La pizza da Di Matteo è stata intossicata da un’ora e mezza di attesa per potersi sedere, ma alla fine la giap è entrata per sempre nel mio cuore quando, dopo averle tradotto tutto il menu, ha sentenziato: “voglio quella con sasicce e friarielli“. Seduti a tavola, entrambi sono rimasti sconvolti dall’enormità delle pizze fritte che venivano servite agli altri tavoli. Mi riservo di sottoporli nei prossimi giorni all’ingestione di questa cosa che richiede grande impegno e necessità di digiunare a lungo dopo, ma che è pur sempre cibo degli dei (dei con stomaci forti).
Il caos del centro storico deve essere stato qualcosa di molto divertente per loro. Soprattutto per l’ora. Tornando a casa in piena notte, il tedesco ha espresso il suo stupore per la vita notturna di questa città. È una cosa che sorprende molti, mi è stata fatta notare da chiunque abbia visitato Napoli, e non solo stranieri ma anche italiani.

Lufthansa non aveva mai servito panini con germogli di soia, ha cominciato a farlo oggi sul volo per Napoli. Potrebbe essere cinismo, tentativo di sdrammatizzare, bisogno di stemperare il panico su tale prodotto ortofrutticolo, o necessità di diffondere maggiormente l’escherichia coli per aumentare le occasioni di schadenfreude. Non so.
So però adesso che il percorso dall’aeroporto di Capodichino a casa dei miei è ornato da colorati cumuli di sacchetti di munnezza. Bella novità, direte voi. Ma andatelo a dire al collega tedesco e alla di lui moglie giapponese che lunedì verranno ospiti da me ad ammirare le meraviglie del Golfo. Ogni via di fuga dal quartiere di Secondigliano passa per una gimcana di munnezza. Amalfi? Sorrento? Capri? Pompei? L’unica strada è attraverso la munnezza, non c’è verso di portarli lì senza sottoporli a una full immersion – nel vero senso della parola – nel rifiuto tossico, a meno che io non faccia venire un elicottero a prelevarci dal tetto del palazzo.
La giapponese, secondo il principio dell’hasu, farà finta di non vedere niente, ma il tedesco criticherà tutto, e per punizione dovrò portare entrambi a cena da Nennella, nei Quartieri Spagnoli.

In attesa della coppia nippogermanica, domani sarò all’Europride a Roma. Lo dico come incentivo a partecipare per quei tre o quattro outsider rimasti indifferenti all’annunciata apparizione di Lady Gaga. Magari per me vengono.
No, scherzi a parte, mi riferisco a un paio di blogger romani che mi piacerebbe vedere o rivedere. Se vi va, fatemi sapere via email o beccatemi presso il carro dell’associazione i-Ken (sopra, intorno, sotto il carro).

Salve, sono l’escherichia coli che vi scrive dalla Germania. Volevo dirvi che mi piacerebbe fare un salto nel vostro meraviglioso paese e stringere amicizia coi vostri simpaticissimi anticorpi, ma al momento non posso perché voialtri avete quella maledetta abitudine di lavare frutta e verdura prima di consumarle.
Suvvia, un po’ di collaborazione, non mi vorrere mica far sfigurare al confronto con l’orthomyxovirus dell’influenza suina? Prendete esempio dai tedeschi, che mangiano lattuga ancora sporca di terreno e addentano mele così come le hanno prese dal banco del supermercato.

Ho molta, moltissima fiducia nelle capacità e nelle intenzioni di De Magistris, ma ne ho pochissima nella possibilità che queste possano produrre dei risultati concreti, perché i drammi di Napoli dipendono da mancanze istituzionali che vanno ben oltre Palazzo San Giacomo. Ho fiducia soprattutto nell’entusiasmo trascinante di De Magistris e in un possibile contagio collettivo della sua convinzione di essere in grado, rimboccandosi le mani, di rendere Napoli un luogo normale, perché ciò di cui i napoletani hanno maggiormente bisogno è una significativa iniezione di autostima e fiducia nelle proprie capacità.
La storia di Napoli è caratterizzata da un susseguirsi di piccole catarsi, piccole esplosioni che l’hanno spinta avanti finché l’inerzia si è spenta facendo sprofondare ogni volta la città nella vergogna del degrado. Bassolino è stato una di queste piccole catarsi: la città attraversò il cosiddetto “rinascimento napoletano” con una sensazione collettiva di purificazione dalle degenerazioni passate, quasi divinizzandone l’artefice che poi si è rivelato essere la solita delusione, spingendo ancora di più la città a incastrarsi – come scrive Aldo Masullo – nel suo “deragliamento dalla storia”.
De Magistris è l’ennesimo messia che i napoletani hanno invocato, atteso e ottenuto con la consueta scadenza storica, ora bisogna solo vedere se si tratta del messia non dico giusto, ma meno inadeguato alla soluzione di una catastrofe civica come è la città di Napoli, e se il suo “rinascimento” questa volta sarà più durevole e incisivo. In bocca al lupo, allora.

In verità volevo scrivere soprattutto di “Rosetta” Russo Jervolino, colei che sembra già completamente dimenticata a una manciata di ore dall’elezione del suo successore. Lei sì che è stata inadeguata, siccome sembra non essersi mai resa conto del posto in cui si trovava e del ruolo ingrato che ha dovuto svolgere. La Jervolino non ha mai avuto nessun contatto reale con i problemi di Napoli, ma lasciatemi dire che il suo contatto “irreale”, quasi onirico con la città è stato portato avanti con grande serietà e devozione. La colpa non è stata sua, la colpa è stata di chi l’ha voluta la prima e anche la seconda volta, fidandosi dell’indubbia serietà che contraddistingue “Rosetta” ma fingendo di non vedere la sua totale inadeguatezza. Con la Jervolino sindaco, Napoli ha toccato un livello di degrado che io, nei miei trentacinque anni di vita, non avevo mai visto, eppure non si può avercela con lei: ha messo tutta sé stessa nel tentativo di svolgere un ruolo che lei ha inteso come “materno” nei confronti dei napoletani, senza riuscire a capire che i napoletani invece avevano bisogno di, appunto, un messia.
Inoltre, e scusatemi se è poco, la Jervolino è stata un sindaco attentissimo ai diritti delle persone omosessuali, e l’anno scorso ha camminato per la città in testa al corteo del gay pride nazionale. Non mi risulta che alcun sindaco italiano, di destra o di sinistra, abbia mai fatto altrettanto.
Non mancherà a nessuno, ma per il suo pur infruttuoso impegno merita comunque un “grazie”.

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