Totentanz ha una sveglia che suona con cicalino snervante, con una pletora di pulsanti tra i quali ogni mattina deve trovare a fatica, morto di sonno, quello che la zittisce purtroppo non per l’eternità.
Il suo ciclo quotidiano comincia con un cicalino che accompagna quelle prime frazioni di secondo in cui la veglia comincia ma sembra ancora un sogno. Quelle che introducono la presa di coscienza di essere su questa faccia della terra e dover affrontare le cose reali, o comunque si voglia chiamare questa roba qui che non è il sogno propriamente detto, e che ora come ora gli sembra più un’irrealtà induritasi per qualche incidente del caso mentre avrebbe dovuto volatilizzarsi come il comune senso vorrebbe.
Spegne la sveglia e si carica questa cosa indefinita sulle spalle.
Ha una colazione che lo aspetta sempre uguale: yogurt bianco, cereali e una betoniera di caffé ristrettissimo, ed è la prima operazione della sua giornata, perché gli sembra strano pensare di essere vivo, cioé biologicamente vivo, se prima non butta giù qualcosa. Tutto può essere sacrificato in virtù di questo rito: non ci sono ritardi, non ci sono urgenze, non ci sono scrivanie e compiti ad aspettare.
Gli sembra di dover riempire un vuoto che si è creato durante la notte. Ancora nel letto, si passa la mano sulla pancia e se la sente schiacciata, troppo rientrante rispetto alle costole. Gli sembra di poter afferrare la sua colonna vertebrale dal davanti, gli sembra, e il vuoto che accompagna questa sensazione lo mette inspiegabilmente di buon umore.
Ha i suoi rituali da cesso, tutti uguali ogni mattina, tutti lunghi, tutti accuratissimi e noiosi.
Dieci minuti immobile nella doccia, sotto l’acqua bollente, a pensare seriamente a qualsiasi cosa gli passi in mente, ma pensandoci come se fosse il fondamento di tutta la giornata che ha davanti. A volte vorrebbe non uscire più da lì dentro. Acqua e calore, quasi i primordi.
Ha la sua bicicletta, la quarta qui a Francoforte.
Spinge con violenza sui pedali per rubare minuti al tragitto, per essere prima al lavoro, per tagliare corto questo percorso lungo il Meno composto da tappe che lo dividono a spezzoni coi quali scandisce l’andata, e che ormai sono diventati noiosi. Da casa al fiume, dal fiume all’ospedale, dall’ospedale alla caserma dei pompieri, dalla caserma dei pompieri alla Bürostadt Niederrad. Fa in modo che tutto questo scorra via a velocità folle, e allora spinge sui pedali, ci dà dentro. Arriva sotto l’ufficio che quasi non respira più.
Quasi ogni giorno supera come una scheggia la riot grrrl precaria del suo ufficio che pedala lungo il fiume, e in fuga come una scheggia si gira e le fa un cenno di saluto. Ci vediamo in ufficio. Nel frattempo mangia la polvere, baby.
Ha la pausa pranzo.
Quattro italiani di quattro uffici diversi che si ritrovano ogni giorno con il loro italianissimo cibo portato da casa, perché la mensa giù è improponibile sia al portafoglio che al sistema immunitario. Pasta, insalata mista, mozzarella, prosciutto di parma, olio extravergine di oliva, aceto balsamico riuniti in un angolino dove finalmente Totentanz può aprire bocca e parlare in italiano. Un ghetto, un campo di cultura locale delimitatissimo ma così rassicurante da non vedere l’ora tutti i giorni che arrivi la pausa pranzo. Voialtri lo chiamate provincialismo, Totentanz lo chiama tornare a casa per una sola mezz’ora di respiro, permettersi il lusso di usare un sarcasmo che venga recepito senza pericoli, poter parlare di piccoli mondi antichi fatti di esperienze simili, di influenze uguali, di ricordi raccontabili.
Ha anche la pausa caffé.
Scende con il collega tedesco, e lascia che lo sottoponga al bombardamento della sua sua logorrea baritonale. Totentanz se ne va altrove mentre il tedesco mitraglia a raffica informazioni che ritiene fondamentali, e per carità, magari lo sono. Totentanz gli vuole così bene che a volte vorrebbe abbracciarlo e cingergli quella ciccia molle che ha sui fianchi. Altre volte vorrebbe prendere la tazzina dell’espresso e adoperarla per frantumargli furiosamente gli incisivi e possibilmente anche i canini. Vorrebbe imporgli tre minuti di silenzio, vorrebbe che si bloccasse immobile e lo lasciasse prendere il suo caffé come se stesse facendo la cosa più importante e delicata del mondo. Perché in quel momento per Totentanz lo è.
Ha la sigaretta.
Più di una, ben più di molte. Totentanz ringrazia il cielo di avercele. Scende all’aria aperta, incontra gli altri fumatori. Ha conosciuto un sacco di gente di altri uffici, fumando. C’è questo qui che vedeva spesso quando i loro uffici erano sullo stesso piano, poi il suo si è trasferito. Lo trova giù per la sigaretta. Era un ex fumatore, ora fuma di nuovo. Come Totentanz, del resto: era un ex fumatore, ora fuma di nuovo.
In questo momento non sono molte le cose che per Totentanz varrebbero la pena di rinunciare alle sue dosi di nicotina e catrame. Chi fece un’apologia della sigaretta e morì di cancro? La Fallaci? Arriverà il tempo giusto per smettere, verrà la motivazione giusta, sarà il conto in banca o una bronchite cronica, ma ora lui si sente un po’ Fallaci e ogni accensione di sigaretta diventa (assurdo, no?) un piccolo gesto d’amore verso sé stesso, come se quell’irrinunciabile piacere del fumo gli regalasse la vaga idea di una vita da irresponsabile per morire soddisfatto, un contraltare per ciò in cui fino a qualche mese fa aveva sentito di star malinconicamente scivolando: una vita da salutista per morire sano.
Nei momenti difficili, del resto, una sigaretta porta più sollievo dei vangeli, diceva un tale.
Ha il feierabend.
Va a fare la spesa in un supermercato che ormai è diventato il santuario dei promemoria. Ogni scaffale ha il suo post-it con su scritto “ti ricordi?” o “questo non devi comprarlo più” o ancora “via da questo reparto, allo scaffale delle bibite andrà meglio”. Non è colpa sua se certe abitudini diventano espressione di un sentimento impossibile da sradicare dal cuore. Non è colpa sua se sente ridere dal reparto della frutta, dal banco firgorifero, da quello degli affettati, sente ridere addosso alla sua tentazione di allungare le mani su cose che non gli servono più, che non cucinerà più, che non affetterà più. Non è colpa sua se a quelle abitudini si era attaccato come se fossero la prova che tutto andava bene, perché aveva creduto ingenuamente che tutto il resto venisse da sé, e che bastasse sentirsi bene perché qualunque altra cosa stesse altrettanto bene. In quel santuario dei promemoria gli viene voglia di prendere una mazza e spaccare con violenza i vetri del reparto surgelati urlando che non è colpa sua. Saltare sui vetri in frantumi, prendere rabbiosamente a calci le buste di pisellini o di cavoletti di bruxelles gridando che non è colpa sua.
REWE, ogni giorno un po’ meglio.
Ogni giorno un po’ meglio, sì.
Ha il tempo libero, se così si può chiamare.
A Francoforte il clubbing viene facile, tutto è concentrato in pochi centimetri quadrati di città. Totentanz raccatta i suoi amici vecchi e nuovi, e se ne va in giro per locali. Il conto in banca ne soffre, ma già alla prima birra lo spirito fa un inchino e ringrazia sentitamente.
Alla seconda birra gli viene sempre voglia di fare una telefonata a uno stronzo italiano per il quale ha riesumato dalla sua adolescenza l’espressione “migliore amico”, e sottoporlo a un’avvilente scarica di improperi di volgarità medio alta. Uno stronzo che viveva qui a Francoforte, e che due anni fa se n’è andato via, a Londra, abbandonando Totentanz in questo posto a cercare di capire se avrà ancora la fortuna di veder passare nella sua vita persone come lui. Non esisteva tempo libero senza quello stronzo che rompeva i coglioni a tutti, che dava confidenza a chiunque destabilizzando l’ordine sociale dei locali gay di Francoforte, e che con la sua follia alleggeriva l’animo di Totentanz e lo faceva sentire speciale, perché anche per quello stronzo non esisteva il tempo libero senza Totentanz, solo Totentanz, e facendolo sentire speciale compiva l’incredibile impresa di farlo sentire una persona qualunque, col suo posto assegnato, con la sua sensazione di sentirsi parte… di cosa? Boh, non lo sa neanche Totentanz di cosa. Si sentiva parte di qualcosa, e basta, semplicemente perché quello stronzo gli somministrava di continuo quei momenti brevi e definiti nei quali, come gli ha fatto notare un amico, la felicità riesce bastare a sé stessa, e della sua durata non ci si fa un’ossessione. Quello stronzo che ora sarebbe l’unico in grado di comprendere il carico di nostalgia, affetto e desiderio che Totentanz mette nella parola stronzo quando la rivolge a lui.
Nel frattempo Totentanz esce, beve e alla terza birra chiunque è quello stronzo lì che gli manca tanto, dando a sé stesso amara dimostrazione che si fallisce con facilità nel compito di sbarazzarsi dell’ossessione di questa felicità eterna.
Di fronte casa, Totentanz ha il bar gay più amato dalla comunità frocia francofortese, una camera a gas scura e psichedelica, musica elettronica, drum ‘n’ bass, una nuvola permanente di fumo di sigarette, si esce da lì dentro con un odore addosso che, al confronto, un posacenere colmo profuma di ciclamini, però a Totentanz piace e ci si trova a suo agio. Può fumarci. In Italia ci si è dimenticati cosa significa poter fumare davanti a una birra quando fuori fa freddo. Totentanz chiama qualcuno, attraversa la strada, e non dico che si dimentica del tempo che non sta passando e che non va avanti, ma almeno ottiene una verifica del fatto che non è pronto per morire, e che ancora vuole che quest’eventualità si verifichi nel futuro più remoto possibile.
Ha il sonno.
Ridotto. In media 5 ore per notte, quest’ultima notte a stento tre, ma va bene così. Nelle ultime settimane fa molti bei sogni, che però gli rovinano le ore di veglia rendendole amare come il cianuro.
Ma siamo sempre lì: i sogni devono bastare a sé stessi, il tempo necessario perché cominci nuovamente l’incubo al suono del cicalino.
L’incubo? Totentanz parla di un tempo che si è fermato, ma non come si ferma nei film di fantascienza, no. Si è fermato in una sorta di ciclo continuo, un ciclo vecchio, riesumato, spolverato e messo in moto tra i colpi di quei motori ingolfati che stai lì per decine di minuti a tentare di far ripartire a folle. Il vecchio motore è ripartito lanciando in aria sbuffi di gas, e il tempo di Totentanz vi si è attorcigliato.
Sarà perché l’estate ormai per quest’anno è persa, saltata a pie’ pari dalla primavera all’autunno, ed è roba da metterci una pietra sopra o maledire tutti i patriarchi biblici per l’ingiustizia divina di aver potuto godere del tepore estivo solo in questi ultimi giorni di agosto. Totentanz ci ha messo una pietra sopra, sì, ma il suo inconscio si è ribellato, e ha allestito tutto quest’ambaradàn del tempo che non passa più, pur di non lasciarsi sfuggire questa cosa qui che era tanto necessaria, l’estate.
Pur di non lasciarsi sfuggire tutto ciò che questa cosa qui, che ormai non è più estate, ha sottratto e portato via.
Ciò che si abbraccia bene non viene sottratto, scrisse un cinese millenni fa ignorando cose che mal sopportano un abbraccio.
Il ghiaccio, per esempio. Ad abbracciarlo bene ci si ritrova presto con le braccia vuote, il cuore freddo e i piedi in acqua di pantano.