La fidanzata giapponese del mio collega preferito ci ha preso gusto, e ora, quando prepara il pranzo per lui con qualcosa di speciale, ce ne mette un po’ in più da farmi assaggiare.
Oggi okonomiyaki.
Ed era così buono che ho capito perché Genma Saotome si sia ridotto a una falsa promessa di matrimonio pur di sequestrarne un intero chiosco.

Prima di urlare allo scandalo, mi pare opportuna una veloce lettura critica del testo del ddl sulla sicurezza, che contiene molte oscenità ma anche molte misure giuste.

Ecco i punti caldi:

Ripristino del reato di oltraggio a pubblico ufficiale.
Mi pare il minimo. Inoltre va tenuto presente il diverso atteggiamento delle persone nei confronti degli ufficiali pubblici a seconda del luogo: ciò che in Friuli o in Piemonte sarebbe escludibile (un vigile preso a sberle, per esempio), a Napoli non è poi un’eventualità così impensabile. La disinvoltura con cui molta gente aggredisce gli ufficiali pubblici va punita (che poi vada punita anche la disinvoltura con cui molti pubblici ufficiali aggrediscono i cittadini, è un discorso a parte, ma certamente non si risolve la questione liberalizzando le aggressioni di entrambe le parti).

Reato di locazione a immigrati clandestini (da due a tre anni di reclusione per chi affitta immobili a immigrati irregolari).
Vergognoso e raccapricciante. Si instaura un clima di terrore per punire una parte debole e indifesa. Una roba nazistoide degna delle leggi di Norimberga.

Reato di clandestinità.
Ci andrei coi piedi di piombo. Innanzitutto è prevista una multa da cinquemila a diecimila euro, che mi chiedo come verrà riscossa, visto che quasi tutti clandestini dovrebbero essere nullatenenti, per quanto ne so.
La reclusione (ovvero lo spauracchio che incuteva l’introduzione di questo reato, e l’agghiacciante prospettiva di vedere un’esercito di badanti ucraine sbattute in cella) è evitata proprio grazie all’immediatezza dell’espulsione, per la quale non è più necessario il nulla osta dell’autorità giudiziaria. Avvenuta l’espulsione, il giudice dispone il non luogo a procedere nonostante il cosiddetto reato. Il non luogo a procedere però decade se il cosiddetto clandestino viene beccato di nuovo in Italia, nel qual caso scatta il processo penale.
L’espulsione però è sospesa in caso di richiesta di asilo politico. E ci mancherebbe.
In pratica si dà un taglio all’emissione infinita di espulsioni che non vengono fatti eseguire da nessuno (come fa facilmente intuire l’espressione “espulso più volte” usata dai giornali quando scrivono di cronaca). Con questa nuova legge, la responsabilità del mancato rimpatrio ricade penalmente sull’immigrato.
È una legge indecente, ma non è peggio della politica con cui molti altri paesi europei gestiscono l’immigrazione. Per esempio, l’immigrazione clandestina è reato anche in Francia e in Germania, dove addirittura la reclusione è prevista già al primo ingresso clandestino.
Una legge che potrebbe essere accettabile solo se controbilanciata da una sburocratizzazione drastica delle pratiche per la richiesta del permesso di soggiorno e dall’eliminazione di tutte le complicanze che ne rallentano il corso del rilascio.

Pagamento di una tassa fino a 200 euro per il permesso di soggiorno.
I quali 200 euro si pagheranno per richiedere il permesso di soggiorno, non per ottenerlo, come erroneamente scrive il Corriere. Ciò significa che, se la richiesta non va a buon fine, sono soldi persi.
Precisamente, la tassa va da un minimo di 80 a un massimo di 200 euro. Una cifra scandalosamente alta, considerato il livello economico medio degli immigrati in Italia (insomma, non siamo gli USA, il Canada o il Regno Unito, che accolgono dirigenti e scienziati).
Direi che si tratta di una mossa incivile per battere cassa laddove nessuno oserebbe lamentarsi.

Non è consentito il ricongiungimento dei familiari di cui alle lettere a) e d) del comma 1, quando il familiare di cui si chiede il ricongiungimento è coniugato con un cittadino straniero regolarmente soggiornante con altro coniuge nel territorio nazionale.
Ci ho messo un po’ a tradurla dal burocratese all’italiano. La legge in vigore (art. 29 del D. Lgs. 286/1998) prevede il ricongiungimento per parenti fino al terzo grado, ma il ddl ne limita le possibilità di attuazione.
Dunque il concetto è questo:  A è immigrato – mettiamo – dal Pachistan insieme al coniuge B, e vorrebbe far avere un permesso di soggiorno anche al suo secondo coniuge C; la legge italiana glielo nega, ma fino ad ora non impediva a D, che è un altro parente di C residente in Italia (mettiamo che sia un suo genitore) di chiederne il ricongiungimento; con il ddl questo non è più possibile, quindi C se ne sta fresca in Pachistan e – secondo l’intento leghista di questa legge – si scorda di poter venire in Italia a fare la vacca-sforna-mujaheddin.
Questa legge quindi, se ho capito bene, vorrebbe prevenire l’importazione della poligamia dai paesi islamici. In pratica vuole rimediare a un bug della legge sull’immigrazione, grazie al quale sarebbe possibile ricongiungersi a una seconda moglie se sul suolo italiano è presente un altro parente di lei.  Solo non mi è chiaro quel “con un cittadino straniero”, perché significherebbe che se A ha la cittadinanza italiana, C può venire a fare la seconda moglie e a rivoluzionare il concetto di casalinga italiana. Se qualcuno riesce a interpretarla meglio, faccia capire anche me.
Ho forti riserve su… ma no, diciamo le cose come stanno: la poligamia univoca mussulmana mi fa proprio ribrezzo (ma il discorso è lungo…), e ogni misura democratica per renderla illegale e prevenirla è benvenuta.

Lotta alla criminalità organizzata.
Tutto l’art. 2 del ddl segna un inasprimento della lotta alla mafia, a cominciare dal regime carcerario duro (il famoso 41 bis) che viene reso ancora più restrittivo (in barba alle riserve di Amnesty International, i cui membri probabilmente esprimerebbero meno riserve se avessero la mafia in casa), e comprendendo anche misure dirette e concrete per la prevenzione di infiltrazioni mafiose negli appalti per lavori pubblici e del racket. Sorprendente davvero, e apprezzato.

Misure contro il vandalismo.
E lasciatelo dire da qualcuno che viene da una città dove il vandalismo raggiunge livelli estremi: le novità apportate dal ddl sono fin troppo indulgenti, laddove io toglierei perfino la licenza a chi vende vernici spray ai ragazzini, e gli stessi ragazzini li manderei al riformatorio. Il ddl prevede reclusione da tre mesi fino a due anni per danni al patrimonio e multe anche piuttosto salate. Ma non basta, è troppo poco, considerando che le pene inferiori ai due anni non se le sconta nessuno. Per me ci vorrebbe almeno una reclusione superiore ai due anni per le recidive.

Le famigerate ronde.
Tutta propaganda leghista e niente arrosto. All’inizio se ne costituiranno un po’ qua e là nel nord est, e solo nel nord est, poi la cosa sfumerà nell’indifferenza generale. In ogni caso, mi sembra che il ddl le regolamenti fermamente: iscrizione a un registro e divieto di usare “armi, oggetti atti ad offendere e qualunque strumento di coazione fisica”. L’idea di ronda richiama sempre un che di fascista, ma il ddl alla fine ha prodotto qualcosa di molto meno peggio di quello che si temeva.

Mi si è sciolto il ciclista tedesco, nel senso che ha capito che un cliente affezionato vale più di sei euro, e mi ha cambiato la camera d’aria comprata il giorno prima col vistoso difetto di produzione, che però io non potevo provare che fosse di produzione.
Si è sciolto dopo una discussione di una ventina di minuti, va detto. Ma gli ho voluto bene lo stesso e ho apprezzato lo sforzo, siccome si è in un paese che brancola nel buio in fatto di customer care. Io, poi, ero andato lì convinto che non sarei mai riuscito a farmi cambiare la camera d’aria.
Non ho potuto fare a meno di pensare alla frequenza (ultimamente aumentata) con cui mi capita che, di fronte a conti come cinque euro e venti, dieci euro e trenta ecc., i negozianti e i baristi napoletani arrotondano e mi fanno: “Se non avete gli spiccioli non fa niente”. Fino all’apice di tale attitudine, raggiunta dalla proprietaria di un bar di fronte al San Carlo, che non aveva il resto di cinquanta euro e candidamente risolse dicendo: “va be’, ve lo offro io, il caffé”. Il giorno che accadrà una cosa del genere in un negozio qui a Francoforte, si squarcerà il cielo, si scatenerà la furia degli elementi e sarà l’armageddon.

(Questo post serve anche un po’ per riconciliarmi con quella che ho recentemente definito “la città dei vermi”, e a ripromettermi di evitare in futuro di buttare via il bambino con l’acqua sporca.)

Maria Luisa dice: «Non serve un presidio di 113 o 112, perché la sera che mi hanno ridotta in questo stato, c’era una volante fino a un quarto d’ora prima. Appena andata via la macchina della polizia è scattato il pestaggio, contro il mio amico e su di me».
Quindi Maria Luisa sa meglio di chiunque altro, soprattutto meglio di chi elimina ogni riferimento all’omofobia dal programma del Ministero delle pari opportunità, che l’omofobia va combattuta con segnali forti che dimostrino una precisa volontà delle istituzioni di interessarsi al problema, così che la gente si renda conto della gravità di questo genere di discriminazione.
Tanto per cominciare, uno dei tanti segnali possibili potrebbe essere il conferimento della medaglia al valore civile a Maria Luisa.
La petizione si firma qui.

La fidanzata giap del mio collega preferito ha voluto ricambiare ieri sera l’invito a cena di cui qui si è parlato circa un mese fa, e io ci sono andato munito di macchina fotografica e di una confezione di torroncini di San Marco dei Cavoti, che per la precisione sono gli stessi che Mastella comprava per decine di migliaia di euro per sé e per i suoi ma con i soldi dei contribuenti (ma non credo che avrei potuto spiegare facilmente alla giap che in Italia è possibile acquistare tonnellate di questi torroncini coi soldi del contributo governativo sulle testate giornalistiche dei partiti politici).
Devo dire che, paragonando le due cene (io la sfamai con scamorza molisana, prosciutto di Parma, calamarata, peperoni imbottiti e Solopaca a fiumi), la giap non mi ha semplicemente battuto: mi ha umiliato.
La cena poi si è svolta con tutti gli annessi e connessi della buona educazione del sol levante, con tanto di esercitazione iniziale sull’uso dei bastoncini, con i quali io mi ostino ad essere imbranato. Quando le è caduto un cubetto di ghiaccio a terra, per istinto mi sono teso a raccoglierlo, ma lei ha lanciato un urlo di mortificazione e si è fiondata sul cubetto di ghiaccio per impedire che l’incombenza toccasse a me (se ho capito bene, io avrei dovuto fare finta di non accorgermi dell’incidente del cubetto per non metterla in una situazione di hasu, come mi è stato recentemente spiegato da qualcuno più avvezzo di me ai codici comportamentali giapponesi). Al momento del commiato ho indugiato troppo sul manifestare il mio entusiasmo per la cena appena terminata, e il collega O. mi ha fermato dicendo: “Tu sei il più anziano, è lei che deve fare i salamelecchi per dirti quanto è contenta che tu sia venuto”.
E ora tre foto:

Gyoza

Udon

Yokan

Michael Jackson è morto e ha intasato Twitter dando così il colpo di grazia alle ultime speranze di rivoluzione iraniane, grazie a Internet l’America ha potuto seguire pratica­mente in diretta gli ultimi at­timi di vita del Re del Pop, ora a Mousavi non resterà che imparare il Moonwalk se vuole avere qualche chance.

(Forma Mentis)

Franceschini l’ho visto dal vivo il 29 maggio nella libreria Colonnese a Napoli. Curiosavo in compagnia della Miss tra i classici napoletani, quando lui è entrato a visitare quella piccola e storica libreria, preceduto da telecamere e macchine fotografiche e seguito da un codazzo di gente che, a occhio e croce, credo di poter definire il suo staff.
È entrato, ha scambiato due chiacchiere veloci col proprietario, ha firmato il libro degli ospiti e, senza essersi nemmeno guardato intorno (avrebbe dovuto, in quella libreria si trovano libri interessantissimi), ha girato i tacchi e se n’è andato.
Io ho fatto in tempo a fargli due foto (che purtroppo sono rimaste sul computer di mio padre a Napoli) e a pensare: “Domani c’è il Pride, vuoi vedere che ci degna?” Ma è stato un attimo, poi sono tornato coi piedi per terra.
Infatti il giorno dopo leggo su Il Napoli che, poco prima della visita da Colonnese, un militante di Arcigay si sarebbe unito al codazzo di Franceschini in piazza Dante e gli avrebbe chiesto più volte, ad alta voce, di prendere parte non già al Gay Pride (sarebbe chiedere davvero troppo, anche se in altri paesi europei è doverosa e immancabile la presenza di leader della sinistra al Pride), ma semplicemente a una manifestazione “contro l’omofobia” e “a sostegno del Gay Pride” che si sarebbe tenuta quel giorno in serata presso un circolo dello stesso PD del quartiere Avvocata, lì vicino. Per tutta risposta, Franceschini avrebbe fatto finta di non sentire e si sarebbe trincerato dietro un tenace mutismo.
Insomma, una posizione personale esemplare della posizione dell’intero partito.
Ho già detto molte volte che, perché un partito italiano abbia il mio voto, considero prioritaria una presa di posizione inequivocabile sui diritti GLBT, e che sia una presa di posizione ufficiale, condivisa e difesa da vertici del partito, e non solo dall’inascoltata seppur volenterosa base.
Suppongo quindi che un Partito Democratico guidato da Franceschini non avrà mai il mio voto.

Di donne col burqa in giro per l’Europa non ne ho mai viste. Spesso a Londra, e un paio di volte anche a Berlino, ho visto delle donne musulmane che indossavano il niqab, e mi sembravano un patetico ibrido tra la famosa mietitrice e un guerriero ninja.
Patetici niqab esattamente come patetici mi sono sempre sembrati gli inamovibili turbanti dei sikh o le pesanti palandrane degli ebrei ortodossi indossate anche sotto la calandrella agostana, come pure tutte le limitazioni gastronomiche imposte da questo o quel libro sacro e, dulcis in fundo, il consumismo delle festività cristiane, che in un certo senso è diventato un’imposizione, e quindi è una limitazione.
Quando la religione influisce così minuziosamente, per non dire gratuitamente, sulla vita di tutti i giorni, regolandone i più piccoli aspetti, purtroppo non posso fare altro che ravvisarvi una grande pateticità. Soprattutto mi sembra un’offesa alla dignità umana il fatto che qualcuno possa credere nell’esistenza di un ente divino supremo che si aspetta tale serie di stronzate dagli uomini e dalle donne.
Detto questo, credo anche che ogni uomo e ogni donna debbano essere liberi di conciarsi come guerrieri ninja, rifiutarsi di mangiare del maiale, fustigarsi, tagliuzzarsi e fare quello che gli pare per compiacere alla divinità in cui credono, sempre che lo facciano in piena libertà da qualsiasi condizionamento e nel rispetto del prossimo.
Vietare il burqa in Francia, pur con l’intento di prendersi cura di una supposta minoranza discriminata, serve solo a creare l’ennesima minoranza discriminata.
Piuttosto il compito dello stato dovrebbe essere quello di creare i presupposti culturali perché certe scelte avvengano senza condizionamenti e con il maggior spirito critico, e soprattutto quello di impedire di essere fagocitato esso stesso da tali fondamentalismi. Insomma, è la famosa laicità che il Vaticano sta tentando da anni di far passare per cristianofobia ma che è solo il rispetto che le istituzioni pubbliche devono a se stesse facendo applicare regole e leggi senza deroghe religiose.
Se ti fai una foto tessera per il passaporto, devi toglierti il velo. Se vuoi passare per il controllo all’aeroporto, devi toglierti il turbante sikh. Se sei musulmano e non vuoi spostare casse di alcolici, cambi lavoro. Se ti sei aperto una fottuta farmacia, devi vendere anche la pillola del giorno dopo. Lo stato non deve curarsi di tali paturnie e idiosincrasie religiose e deve guardarsi bene dal tutelarle, ma non deve neanche vietarle quando riguardano solo ed esclusivamente la vita privata delle persone. Questa è l’idea che ho di società laica.

Eccolo qua, il video, a imperitura memoria di una città che ha normalizzato la violenza.

Montesanto è il quartiere più centrale di Napoli. Lì, attorno a quella stazione dove è morto Petru Birlandeanedu, ci sono un ospedale, un’università, perfino un commissariato di polizia. È un luogo di passaggio sempre affollato.
Può succedere a chiunque, a Napoli, di morire ammazzato tra i piedi di qualcuno preoccupato di obliterare il biglietto del treno, ma siccome questa volta è successo a un immigrato rumeno, il concetto temo che non venga recepito a dovere. Se una morte del genere non tocca dal vivo, figurarsi in differita al telegiornale.

Ora venite ancora una volta a parlarmi del calore napoletano, della solidarietà, dell’umanità che a Napoli regolerebbe i rapporti tra le persone. Cosa altro serve per ammettere una volta per tutte che è una cultura da quattro soldi, una disinvolta invadenza spacciata per calore umano, che alla resa dei conti (e non è la prima volta) non riesce a fare altro che trasformarsi in cinica indifferenza?

La legge 407/98 stabilisce l’assunzione diretta in un ente pubblico dei familiari a carico delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Mi si perdoni il riferimento a un risarcimento così materiale, ma ho come la sensazione che nessuno si muoverà per aiutare la moglie di Petru Birlandeanedu a ottenerlo.

  • Il documento di identità viene controllato solo al check in. Dopo, al controllo radiogeno e all’imbarco, vedono solo la carta d’imbarco. Questo significa che chiunque può cedere a chiunque altro la sua carta d’imbarco dopo il check in, e questo chiunque altro può allegramente imbarcarsi in anonimato.
  • L’area di ritiro bagagli del terminal 1 è accessibile anche ai visitatori. Infatti, quando mi capita di andare a prendere qualcuno all’aeroporto, in genere lo accompagno anche a prelevare la valigia. Questa particolarità a Napoli genererebbe un business sulla pesca miracolosa della valigia sul nastro con contenuto a sorpresa.
  • Un caffè espresso costa 2,60 €.
  • La fila per il controllo radiogeno al terminal 2 è sempre lunghissima, e nei giorni di punta può toccare anche l’ora e mezza di attesa. Però la fanno solo i tedeschi. Tutti gli altri invece sanno che chi ha l’imbarco in meno di mezz’ora ha diritto a passare attraverso i raggi x della business class. Quindi, anche se mancano due ore al volo, invece di trascorrerle in fila se ne vanno cazzeggiando per i negozi dell’aeroporto o bere qualcosa, e poi si presentano ai banchi della business class venti minuti prima dell’imbarco.
  • La terza pista si trova nella cosiddetta e celeberrima Culonia. In caso si debba decollare dalla terza pista, il rullaggio prende anche mezz’ora. La terza pista, per inciso, è quella delle compagnie sfigate. Alitalia decolla sempre dalla terza pista.


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